Budapest Pride a Gay.it “In Ungheria non siamo più in democrazia”: Orbán riscrive la Costituzione per cancellare il Pride e consolidare la deriva illiberale

Parla Máté Hegedűs, portavoce del Budapest Pride: "Se un'assemblea pacifica può essere vietata con pretesti infondati, lo stesso può accadere a qualsiasi altra manifestazione".

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Orban ha proposto un emendamento costituzionale che – tra le altre cose – potrebbe vietare il Budapest Pride del 28 giugno 2025.
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C’è un punto di non ritorno nella deriva autoritaria, un confine labile tra populismo e regime che Viktor Orbán ha ormai superato da tempo. In pochi anni, l’Ungheria è passata dall’essere un laboratorio del conservatorismo reazionario ad un vero e proprio esperimento inedito di ingegneria istituzionale illiberale in un paese UE, in cui la democrazia viene progressivamente e pazientemente svuotata dall’interno, trasformata in un guscio vuoto che custodisce il potere del partito-nazione, Fidesz, e della la sua agenda ultraconservatrice.

L’ultima mossa del primo ministro ungherese – annunciata durante il discorso annuale sullo stato della nazione a Budapest lo scorso 22 febbraio – ricalca perfettamente questa traiettoria. Contro le “influenze” di Bruxelles sulla sovranità nazionale per la condanna della legge anti-LGBTQIA del 2021, Orban ha infatti proposto un emendamento costituzionale che – tra le altre cose – potrebbe vietare il Budapest Pride del 28 giugno 2025. Un ulteriore passo verso la normalizzazione della repressione in vista delle elezioni parlamentari del 2026, un tassello di un disegno più ampio che mira a istituzionalizzare la cancellazione della comunità LGBTQIA+ dallo spazio pubblico. Ma anche un monito ben più inquietante.

Consideriamo certo il discorso annuale di Viktor Orbán del 22 febbraio come una minaccia esplicita e diretta al Budapest Pride March” spiega a Gay.it Máté Hegedűs, portavoce della manifestazione. “Ma interpretiamo la questione in un contesto molto più ampio. Se l’assemblea pacifica di un qualsiasi gruppo sociale può essere vietata con pretesti infondati, allora lo stesso trattamento potrebbe essere riservato a tutte le altre manifestazioni. Oggi le persone LGBTQ, domani insegnanti, operatori sanitari, agricoltori o giudici?”.

Ungheria, la strategia di Orbán per la soppressione del Pride

Ungheria Budapest Pride Viktor Orban 2025
Budapest Pride 28 Giugno 2025: Viktor Orban impone che si svolga al chiuso.

Il linguaggio adottato dal governo per giustificare la misura è infatti tanto ambiguo quanto rivelatore. L’emendamento stabilisce infatti che il diritto dei bambini a uno sviluppo “fisico, mentale e morale sano” deve prevalere su qualsiasi altro diritto, con l’unica eccezione di quello alla vita.

Una formulazione volutamente elastica, che lascia intendere—senza mai esplicitarlo—che la visibilità delle persone LGBTQIA+ possa costituire una minaccia per l’infanzia e per la moralità nazionale. È la stessa narrazione tossica che Orbán ha già sperimentato con successo nel 2021, quando ha equiparato le tematiche LGBTQIA+ alla pedofilia per giustificare la legge sulla “protezione dei minori“. Ora il passo successivo: l’eliminazione del Pride non solo come evento, ma come principio, come diritto, come spazio di resistenza politica.

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Le dichiarazioni ufficiali non lasciano spazio a dubbi. Orbán ha liquidato la questione con un messaggio intimidatorio: gli organizzatori del Pride “non dovrebbero nemmeno preoccuparsi” di allestire l’evento.

Gergely Gulyás, ministro dell’Ufficio del Primo Ministro, ha poi confermato che la parata non sarà tollerata per le strade di Budapest e che, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere relegata in uno spazio chiuso. La tattica è chiara: non una cancellazione immediata e plateale, ma un progressivo soffocamento attraverso cavilli burocratici e pretesti morali, la stessa strategia già applicata nei confronti delle università indipendenti, dei media non allineati, delle ONG.

Ma il divieto del Pride è solo la manifestazione più visibile di una riscrittura sistematica della Costituzione ungherese, che Orbán sta trasformando in un manifesto ideologico del suo modello di Stato: patriarcale, etnonazionalista e cristiano-identitario. Il pacchetto di emendamenti ridefinisce le fondamenta stesse del diritto liberale, sancendo un nuovo assetto giuridico in cui la libertà di espressione e di riunione possono essere annullate con un pretesto etico.Se il governo ungherese decidesse davvero di imboccare la strada della proibizione, ammetterebbe implicitamente che l’Ungheria non è più una democrazia” sottolinea Hegedűs.

Il Pride di Budapest non si fermerà

Nonostante le minacce, la marcia del Budapest Pride non è stata sospesa e gli organizzatori stanno tuttora lavorando alla definizione del percorso. “Ogni anno, il Pride di Budapest vede la partecipazione di un gran numero di famiglie, genitori di tutte le età con i loro figli, nonostante le affermazioni dei rappresentanti del governo“, spiega Hegedűs. “Molti arrivano con i passeggini, a dimostrazione del fatto che in Ungheria ci sono tantissimi genitori che ritengono fondamentale insegnare ai propri figli il valore della democrazia, della solidarietà e della diversità sociale. In questo modo, offrono loro un’educazione basata sull’accettazione e creano un ambiente sicuro affinché, se un giorno vorranno fare coming out rispetto al proprio orientamento sessuale o alla propria identità di genere, possano farlo senza paura, all’interno di una famiglia aperta e accogliente, senza dover vivere nel timore o nell’ombra“.

Parallelamente alla preparazione della marcia, il Budapest Pride Community Festival ha annunciato diverse iniziative di resistenza culturale.Ci stiamo preparando con tutto il cuore al 30° anniversario del Budapest Pride Community Festival (6-29 giugno 2025) e alla marcia del 28 giugno” dice Hegedűs. “Per l’occasione, stiamo pubblicando un’antologia di racconti di 11 scrittori contemporanei e organizzeremo una Conferenza Internazionale sui Diritti Umani nei giorni precedenti il Pride“.

Ma la battaglia non si gioca solo nelle piazze. Se la marcia, che sarà notificata ufficialmente alla polizia entro fine marzo, dovesse essere vietata, gli organizzatori intraprenderanno tutte le azioni legali possibili per far valere il diritto alla libertà di riunione. “Il Budapest Pride è una manifestazione che rientra a pieno titolo nella legislazione ungherese sulle manifestazioni pubbliche, e non è concepibile che possa svolgersi in alcuna altra forma se non in uno spazio pubblico. Se sarà necessario, ci rivolgeremo direttamente all’UE – che tra i suoi principi fondamentali garantisce anche quello di riunione“, ribadisce il portavoce “Se si permette che anche una sola assemblea pacifica venga vietata, allora il diritto di ogni cittadino ungherese a manifestare è in pericolo. È certamente deplorevole che il governo ungherese continui a ignorare i problemi reali che affliggono la maggior parte della popolazione – dall’inflazione alla crisi del costo della vita, fino al collasso dei servizi pubblici – e preferisca invece costruire problemi fittizi, individuare un capro espiatorio nella società e concentrare l’attenzione su di esso. Ma quando le autorità cercano di rendere invisibile un gruppo sociale e calpestarne i diritti, non si può certo parlare di una questione di poco conto“.

 

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Ungheria, una costituzione riscritta su misura per il modello eteropatriarcale repressivo

Le riforme costituzionali di Viktor Orbán sono dunque l’architrave di un progetto politico di lunga visione che punta a trasformare radicalmente l’assetto dello Stato ungherese. Dal 2010 a oggi, il governo ha operato una riscrittura progressiva della Carta fondamentale attraverso quattordici emendamenti, ciascuno funzionale a consolidare il modello illiberale di Fidesz. Il quindicesimo, attualmente in discussione ma di cui l’approvazione è già scontata, ne è l’apice: un intervento che accentra il potere e nel contempo ridefinisce il patto sociale stesso, erodendo alla radice i principi democratici e i diritti delle minoranze.

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Uno dei punti centrali della riforma è l’eliminazione del concetto di identità di genere in salsa trumpiana. La nuova formulazione costituzionale stabilisce in modo inequivocabile che il sesso è un dato biologico immutabile, riducendo così l’intera questione a una verità dogmatica scolpita nella legge fondamentale del Paese. Un rafforzamento della normativa introdotta nel 2020, che aveva già negato il riconoscimento legale delle persone transgender, negazione stessa della possibilità di autodeterminazione e cancellazione istituzionale di chiunque non rientri nei rigidi schemi binari imposti dal governo.

Una logica che riprende esplicitamente il modello russo, in cui l’identità di genere viene ridotta a una devianza da reprimere, un elemento di disordine sociale incompatibile con l’ideologia nazionalista e cristiano-identitaria su cui Orbán ha costruito il proprio potere.

Ma la riforma non si ferma qui. Il nuovo testo costituzionale introduce anche un ulteriore irrigidimento del concetto di famiglia. Se già in precedenza la Costituzione ungherese escludeva le famiglie omogenitoriali, definendo il matrimonio esclusivamente come l’unione tra un uomo e una donna, ora la revisione va oltre: la figura paterna viene esplicitamente elevata a elemento centrale e gerarchicamente superiore nel nucleo familiare.

La formulazione attuale, che si limitava a dichiarare che “la madre è una donna e il padre è un uomo“, viene così sostituita da una che stabilisce con maggiore nettezza la preminenza del ruolo maschile. Un intervento che avrà inquietanti ricadute alla Handmaid’s Tale nella legislazione e nella giurisprudenza, incidendo sulla distribuzione di diritti e doveri all’interno delle famiglie e sancendo costituzionalmente un modello patriarcale rigido e gerarchico.

L’aspetto più inquietante della riforma, però, riguarda la cittadinanza. Il nuovo emendamento prevede che i cittadini con doppia nazionalità possano vedersi revocare la cittadinanza ungherese se le loro azioni vengono giudicate una “minaccia alla sovranità nazionale“.

Il principio è volutamente vago, ma il meccanismo che lo sottende è chiaro – e, soprattutto, espandibile: si tratta di un dispositivo di repressione selettiva, che consente al governo di colpire chiunque venga percepito come scomodo o dissidente.

Un’arma a disposizione del regime per esercitare un controllo arbitrario sugli oppositori politici, sugli attivisti per i diritti umani, sui giornalisti indipendenti e su tutti coloro che sfidano la narrazione ufficiale. Una mossa che Márta Pardavi, attivista per i diritti civili, definisce in una dichiarazione a Reuters parte del “manuale illiberale in stile Putin“.

La Costituzione perde così il suo ruolo di fondamento del diritto, e diventa un manifesto ideologico costruito su misura per un regime che mira a trasformare ogni dissenso in devianza, ogni minoranza in un nemico, ogni diritto in una concessione revocabile. Bruxelles osserva con preoccupazione, ma il messaggio di Orbán è chiaro: la democrazia liberale è un ostacolo, non un principio. E in Ungheria, il potere non intende più fare compromessi.

L’asse Putin-Trump: una strategia globale di erosione delle libertà civili

La riconfigurazione costituzionale dell’Ungheria – con il plauso e l’assenso del nostro esecutivo – non è però il capriccio autarchico di un leader solitario, bensì il tassello di un disegno globale più ampio, un laboratorio in cui Viktor Orbán sperimenta le tecniche di erosione democratica perfezionate dai due architetti dell’ultradestra internazionale: Vladimir Putin e Donald Trump.

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Il primo, Putin ha esportato con successo un modello di governance illiberale che, come una metastasi, si è diffuso ben oltre i confini russi, attecchendo in Stati UE – e candidati tali – formalmente democratici come la Bulgaria e la Georgia. Il secondo, Trump, con spregiudicatezza populista, ha dato volto e legittimità politica sin dal 2016 a una reazione globale contro i diritti civili, normalizzando la retorica del complotto progressista e trasformandola in un’arma di mobilitazione politica.

La stretta sui diritti LGBTQIA+ e sulla libertà di riunione in Ungheria segue dunque con precisione chirurgica questa doppia traiettoria. Da una parte, la retorica di Orbán ricalca fedelmente quella trumpiana, presentando la repressione come un atto di “protezione dell’infanzia” e di difesa della nazione dall’influenza corruttrice di un’élite progressista internazionale.

Dall’altra, il meccanismo normativo adottato è una traduzione diretta della strategia russa: la criminalizzazione della visibilità queer attraverso dispositivi di censura istituzionale e repressione burocratica, formalmente giustificati dalla tutela dei “valori tradizionali“. In entrambi i casi, l’obiettivo è lo stesso: trasformare i diritti umani in un terreno di scontro ideologico, fino a renderli sacrificabili sull’altare della sovranità nazionale.

Ma la sinergia con il trumpismo non si ferma alla sfera culturale. Sul piano economico e mediatico, le strategie si sovrappongono in maniera inquietante. Dopo che l’amministrazione Trump ha tagliato i finanziamenti USAID alle ONG ungheresi, Orbán ha rapidamente rilanciato con una stretta sui fondi esteri destinati ai media indipendenti e alle organizzazioni della società civile. Il risultato è un ecosistema informativo progressivamente sterilizzato, in cui la narrazione governativa si impone senza contraddittorio, il dissenso viene marginalizzato e la pluralità democratica si riduce a una finzione sempre più trasparente.

In questo scenario, il Budapest Pride diventa un pretesto per un esperimento molto più ambizioso: dimostrare che le libertà democratiche possono essere smantellate senza necessità di colpi di Stato, ma attraverso un sapiente lavoro di ingegneria costituzionale. Il progetto di Orbán è tanto semplice quanto pericoloso: riscrivere la Carta fondamentale del paese per svuotarla progressivamente dei suoi principi, mantenendo inalterata la facciata istituzionale. Non un regime che si impone con la forza, ma una democrazia che si lascia morire per asfissia normativa.

L’obiettivo, da Washington a Mosca, passando per Budapest, Roma, Sofia, Tbilisi, Belgrado e fino ai paesi africani che hanno già adottato – o si apprestano ad adottare – modelli repressivi, è tanto evidente quanto collaudato: distogliere l’attenzione pubblica dai fallimenti strutturali del sistema, alimentando una guerra culturale sterile e artificiosa che avvantaggia solo chi ha da guadagnare dal perpetuarsi della crisi. Un meccanismo di distrazione di massa che canalizza il dibattito verso nemici costruiti a tavolino, mentre le vere emergenze – la povertà sistemica, l’inflazione, il collasso climatico – restano irrisolte, soffocate dal clamore di battaglie ideologiche orchestrate ad arte. Non è certo un caso che, mentre la povertà cresce, i profitti delle grandi multinazionali registrino picchi senza precedenti.

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