Giornata della Memoria, Arcigay Catania ricorda gli “arrusi”: il confino a San Domino degli omosessuali sotto il fascismo

In occasione della Giornata della Memoria, Arcigay Catania organizza un percorso pubblico per ricordare gli “arrusi”, i 45 uomini omosessuali catanesi confinati a San Domino dal regime fascista.

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Giornata della Memoria, il 26 gennaio, in piazza Sant'Antonio a Catania
Giornata della Memoria, il 26 gennaio, in piazza Sant'Antonio a Catania
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Ogni anno la Giornata della Memoria richiama l’attenzione sulle vittime della Shoah e delle persecuzioni nazifasciste, invitando a riflettere sulle conseguenze estreme dell’odio, della discriminazione e della disumanizzazione. Ma accanto alle tragedie più conosciute, esistono storie rimaste a lungo ai margini della memoria collettiva e spesso assenti dai libri di scuola. Tra queste c’è la persecuzione delle persone omosessuali, colpite dai regimi totalitari perché considerate “degenerate”, pericolose per l’ordine morale e incompatibili con l’ideologia della nazione.

Anche l’Italia fascista fu teatro di questa repressione. Non attraverso lo sterminio sistematico, ma tramite una strategia di controllo, isolamento e cancellazione sociale. Una delle vicende più emblematiche riguarda 45 uomini omosessuali catanesi, arrestati tra il 1938 e il 1939 e mandati al confino sull’isola di San Domino, alle Isole Tremiti. 

"L'isola degli arrusi" - © Luana Rigolli
“L’isola degli arrusi” – © Luana Rigolli

La Giornata della Memoria di Arcigay Catania: ricordare gli “arrusi”

In occasione della Giornata della Memoria, Arcigay Catania ha scelto di dedicare un momento pubblico di riflessione alla storia degli “arrusi”, come venivano chiamati all’epoca gli omosessuali siciliani, confinati a San Domino durante il fascismo. 

Lunedì 26 gennaio, l’associazione promuove un percorso guidato nei luoghi simbolo della vicenda, accompagnato dallo storico Cono Cinquemani, per ricostruire i passaggi che portarono all’arresto e al confino del gruppo più numeroso di uomini omosessuali mai deportato in Italia per motivi legati all’orientamento sessuale. L’appuntamento è alle ore alle 17, in piazza Sant’Antonio, “per scoprire e ricordare insieme un pezzo importantissimo della nostra storia”

L’iniziativa nasce con l’obiettivo di fare memoria a partire dal territorio, restituendo nomi, volti e contesto a persone che furono colpite da una repressione tanto efficace quanto silenziosa. Un modo per non dimenticare la persecuzione delle persone LGBTQIA+, parte integrante della storia del Novecento, e per riaffermare come il lavoro sulla memoria sia uno strumento fondamentale per comprendere il presente e prevenire nuove forme di esclusione.

 

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Il fascismo italiano e la repressione “silenziosa” dell’omosessualità

A differenza della Germania nazista, l’Italia fascista non introdusse mai un reato specifico di omosessualità nel Codice penale Rocco, il codice penale varato dal regime nel 1930. Questa scelta, spesso letta come una forma di “tolleranza”, nascondeva in realtà una strategia repressiva diversa ma non meno efficace, fondata sul silenzio, sulla censura e sull’intervento amministrativo. Il regime preferì non nominare l’omosessualità per non ammetterne l’esistenza, ma intervenne duramente quando diventava visibile o percepita come scandalosa, attraverso strumenti come l’ammonizione, la sorveglianza e l’esilio interno imposto dalle autorità.

Questa repressione colpì in modo particolare gli uomini omosessuali, ma coinvolse anche le donne lesbiche, seppur in forme meno esplicite e più difficili da ricostruire. Non essendo formalmente perseguite come categoria giuridica autonoma, molte lesbiche furono colpite con accuse diverse – come “asocialità”, immoralità o devianza – e sottoposte a controlli, ricoveri forzati in istituti psichiatrici o pressioni familiari. Una persecuzione spesso invisibile, ma profondamente radicata in un sistema che relegava le donne a ruoli rigidamente definiti e puniva ogni deviazione dall’ordine morale imposto.

Nel contesto europeo, il simbolo più noto della persecuzione delle persone omosessuali resta il triangolo rosa, utilizzato nei campi di concentramento nazisti per marchiare gli uomini omosessuali deportati. In Italia, pur non esistendo un sistema concentrazionario analogo, la logica era la stessa: isolare, stigmatizzare, rendere invisibili. Come ricorda Arcigay nel dossier Omocausto. Lo sterminio dimenticato degli omosessuali, la persecuzione fascista non puntò allo sterminio di massa, ma produsse comunque effetti devastanti, cancellando vite, affetti e intere biografie, e contribuendo a una rimozione storica durata decenni.

Gli “arrusi” di Catania e la caccia alle streghe del 1939

Foto Instagram Cono Cinquemani
Foto Instagram Cono Cinquemani

È in questo contesto che si colloca la vicenda dei 45 uomini catanesi, arrestati tra il 1938 e il 1939 durante una vera e propria caccia alle streghe orchestrata dal questore Alfonso Molina. Un numero eccezionalmente alto rispetto ad altre città italiane.

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Secondo lo storico Gianfranco Goretti, autore con Tommaso Giartosio del volume La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista, non esiste una direttiva nazionale che spieghi questo accanimento. A pesare furono probabilmente la solerzia del questore, il clima delle leggi razziali del 1938 e alcuni fascicoli giudiziari considerati “scabrosi”.

Nel provvedimento ufficiale, ripreso da Focus, Molina scrisse parole inequivocabili:

“Il dilagare di degenerazione in questa città ha richiamato la nostra attenzione. Ritengo indispensabile, nell’interesse del buon costume e della sanità della razza, intervenire energicamente”.

Così, gli uomini definiti con termini dispregiativi come “arrusi”, “femminielli” o “pederasti” furono caricati su navi e spediti a San Domino, lontano da famiglie e affetti.

La vita al confino: privazione, vergogna e sopravvivenza

Sull’isola, i confinati vivevano in casermoni di cemento, senza elettricità né acqua corrente. Ricevevano 5 lire al giorno, insufficienti per vivere. Molti cercavano di arrangiarsi lavorando come sarti, calzolai o contadini. Le famiglie, quando non li avevano rinnegati, inviavano pacchi di cibo e vestiti.

Le lettere conservate negli archivi raccontano una sofferenza profonda. Scriveva un giovane confinato:

“È da otto mesi che sospiro la libertà tutti i giorni, in tutte le ore, in tutti i momenti. La vita senza di essa è morta, specialmente per un giovane a vent’anni. Ed io quale delitto, quale male ho commesso per essere privato così di questo grande tesoro? Di quale scandalo mi si può incolpare?”.

Per molti, il confino rappresentava anche una vergogna sociale, un marchio che colpiva l’intero nucleo familiare. Tornare significava spesso tentare di cancellare tutto, far finta che nulla fosse accaduto.

San Domino come prima comunità omosessuale forzata

Eppure, in modo paradossale, San Domino divenne anche il primo luogo in cui uomini omosessuali vissero insieme senza doversi nascondere. Come racconta lo scrittore Paolo Pedote, sull’isola nacquero forme di socialità, spettacoli improvvisati, legami affettivi e perfino storie d’amore.

Un ex confinato, Giuseppe B., ricordò in un’intervista del 1987:

“Cercavamo di vivere bene, come si poteva. Serviva a passare le giornate. Ridevamo, facevamo teatro, celebravamo feste e preparavamo tavolate di benvenuto per i nuovi arrivati. Potevamo vestirci da donna senza che nessuno dicesse niente”.

Quando nel 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia, il confino venne sciolto, molti tornarono nelle loro città con l’obbligo di firma in questura. Nessuna riabilitazione, nessun riconoscimento ufficiale.

Perché ricordare oggi

L’iniziativa di Arcigay Catania, che invita a ricordare questa storia proprio nei giorni della Memoria, si inserisce in un percorso più ampio di restituzione storica. Ricordare gli “arrusi” di Catania significa riconoscere che la persecuzione delle persone LGBTQIA+ non è stata un’eccezione, ma parte integrante dei totalitarismi del Novecento.

Come sottolinea Arcigay, la memoria non è solo commemorazione: è uno strumento per leggere il presente e vigilare sul futuro. Perché le discriminazioni non nascono mai dal nulla, ma trovano terreno fertile nell’oblio.

© Riproduzione riservata.

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