Giornata della Memoria, 2 storie per non dimenticare l’Omocausto

Le storie dell'omocausto sono tante, sempre di più. Eccone due: una di un sopravvissuto, un'altra di un medico SS.

omocausto
Omocausto da non dimenticare.
3 min. di lettura

In occasione della giornata della Memoria, ricordiamo anche quest’anno le vittime omosessuali nei campi di concentramento, episodio passato alla storia come Omocausto.

Due le storie proposte. Una vittima, Heinz Heger. E un carnefice, Carl Vaernet. Due nomi diversi, due luoghi diversi, due vite diverse.

L’Omocausto: pagina nera della comunità LGBT

Sull’Omocausto si scoprono sempre nuove storie. Heinz Heger è un uomo omosessuale austriaco, richiuso nei campi di concentramento per il suo orientamento sessuale. Carl Vaernet, è un dottore di origine danese, appartenente alle SS.

Due storie diverse, appunto. Una fatta di dolore e discriminazione. L’altra, caratterizzata da esperimenti disumani e crudeltà.

Ed entrambe vanno ricordate. Una per ricordare le vittime. Una, per ricordare la cattiveria e l’orrore della mente umana.

Heinz Heger: da studente a degenrato perché gay

Heinz Heger è lo pseudonimo di Josef Kohout. Fu una vittima dell’Omocausto. Nato a Vienna il 24 gennaio 1915, viveva con la famiglia nella capitale austriaca. Nel 1972, grazie a lui, si venne a conoscenza anche della storia di Pierre Seel,  testimone di cosa accadde agli omosessuali nei campi di concentramento.

Mentre la madre aveva accettato la sua omosessualità, al padre la verità venne tenuta nascosta, almeno fino a quando non venne “scoperto”. Fred, il suo ragazzo, era il figlio di un soldato nazista che lo denunciò alla Gestapo. Applicando il  paragrafo 175, Heinz Heger venne condannato al carcere, etichettato come degenerato. La notizia si diffuse,  e il padre di suicidò, lasciando un biglietto: “Questo è troppo per me! Vi prego di dimenticarmi. Dio protegga nostro figlio!“.

A fine condanna venne trasferito nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Lui e gli altri contrassegnati dal triangolo rosa vennero isolati dagli altri. Sia le SS che gli altri prigionieri pensavano che gli omosessuali potessero sedurli, quindi erano discriminati doppiamente. Talvolta, venivano anche picchiati, e non solo dai loro aguzzini.

A loro i lavori più duri, come spalare la neve a mani nude. Grazie alle amicizie con alcuni Kapò e delle relazioni omosessuali clandestine con le stesse SS che pubblicamente lo umiliavano, Heinz riuscì a sopravvivere al peso di lavoro massacrante, fino ad essere un “semplice” prigioniero.

Essendo ariano, venne trasferito e rieducato, costretto anche ad avere rapporti sessuali con donne ariane (anch’esse internate). Esperienze, spiega lo stesso Heger, “non solo imbarazzanti, ma anche strazianti“.

L’arrivo delle forze anglo-americane, poco prima di essere ucciso, gli diede la libertà. A Vienna, niente risarcimento per gli internati omosessuali. Solo un bonus per l’acquisto di un fornello a gas. Morì nel 1994. Nella sua abitazione fu trovato anche il triangolo rosa, indossato per tutta la sua prigionia.

Carl Vaernet: medico SS che “guariva” gli omosessuali

L’omocausto è stato causato anche da medici senza scrupoli come Carl Vaernet. Nato a Copenaghen il 28 aprile 1893, si trasferì in Germania dopo la laurea in medicina, per proseguire gli studi in endocrinologia, alla ricerca di un modo per guarire gli omosessuali. 

Il suo lavoro si concentrava unicamente sugli omosessuali. Per questo motivo attirò l’attenzione del comando nazista e in particolare da Himmler, soldato SS che lo ingaggiò. Secondo il medico, l’omosessualità era data dal basso livello di testosterone.

Problema risolto con una sua invenzione brevettata: un tubo metallico che iniettava sottopelle del testosterone. Provò questa sua invenzione in un insegnante gay, nel 1941. Venne dichiarato “guarito” poiché dopo poco si sposò con una donna.

Nell’agosto 1944, Vaernet ebbe a disposizione decine di “volontari” omosessuali. Per fare esperimenti. Il luogo designato era il campo di Buchenwald. Ovviamente nessuna di queste tecniche funzionò, causando invece la morte degli internati.

Himmler non venne mai a spere dei fallimenti di Vaernet.

Con l’aiuto delle forze americane (e si pensa anche di alcune case farmaceutiche statunitensi molto potenti) riuscì a scontare solo qualche anno di prigione, per scappare prima in Svezia e poi in Argentina. Qui aprì uno studio medico dove continuò a lavorare sulle sue teorie per curare l’omosessualità, sia con l’iniezione di testosterone che con la pratica della lobotomizzazione.

Morì nel 1965, mai punito per la sua partecipazione all’Omocausto e i crimini commessi.

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