La lettera è datata 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, quando trentuno firmatari, tra cui il filosofo Achille Mbembé, la decana degli avvocati camerunensi Alice Nkom e diversi parlamentari francesi e caraibici, hanno pubblicato su SenePlus un appello diretto al presidente del Senegal Bassirou Diomaye Faye, presidente e capo dello Stato esponente di un certo progressismo panafricano e che ha comunque promulgato la feroce legge anti-LGBTIQ+, sospinta anche da gruppi di pressione delle estreme destre occidentali e fortemente voluta dal premier in carica Sonko.
È, come scrivono loro stessi, la voce di «donne e uomini di origine africana, che vivono sul continente come nella diaspora». E la domanda che rivolgono a Faye è precisa: «Un clima di paura, di odio e di violenza si è installato nel paese. È davvero questo il “panafricanismo di sinistra”?».
Il rapporto tra il presidente Faye e Sonko è peculiare: Sonko è politicamente il più potente dei due, il fondatore del movimento, quello con la base popolare. Faye è stato candidato presidenziale “al posto” di Sonko quando quest’ultimo era in carcere e ineleggibile. Di fatto governano in tandem, con Sonko che detta la linea e Faye che la ratifica istituzionalmente. La firma della legge anti-LGBTIAQ+ da parte di Faye è quindi anche un atto di fedeltà politica a Sonko, oltre che una scelta propria. A quel patto di sangue tra i due si rivolge la lettera.
La legge anti-LGBTIQ+ del Senegal e i suoi effetti

La lettera arriva a due mesi dall’approvazione di una delle leggi più repressive dell’Africa occidentale. L’11 marzo 2026, il Parlamento del Senegal, fortemente spinto dal premier Ousmane Sonko, ha approvato una riforma che raddoppia le pene per “atti contro natura” da 5 a 10 anni di carcere, introduce il reato di apologia dell’omosessualità (da 3 a 7 anni) e punisce chi finanzia o sostiene attività riconducibili alla comunità LGBTIQ+. Il presidente Faye ha promulgato la legge a fine mese.
Gli effetti sono stati immediati. In tempi record è arrivata la prima condanna: pochi giorni fa 20 persone, incluse alcune donne, sono state arrestate in un clima di “pulizia anti-LGBTIQ+” da brividi; un ragazzo di 24 anni, sei anni di carcere; altri due uomini arrestati per atti omosessuali e che hanno rischiato il linciaggio; una condanna è giunta immediatamente a giudizio grazie all’intrusione nei messaggi intimi di whatsapp di un altro uomo gay. Una donna lesbica aveva raccontato a Paolo Hutter per Gay.it di voler scappare presto dal paese insieme alla propria compagna e al loro figlio. E infatti , riferisce Human Rights Watch, nel Paese si vainstaurando un clima di «paura costante», con arresti intensificati e persone in fuga verso Costa d’Avorio, Benin, Togo e Gambia. Gli operatori sanitari denunciano che la repressione sta danneggiando la risposta all’HIV: chi vive con il virus non osa più recarsi nei centri di salute per paura di essere identificato e arrestato. Scioccante la testimonianza di paura rilasciata da un giovane uomo gay senegalese al broadcaster francese RTS sulla paura di essere rintracciato, dopo che due mesi fa il suo compagno è stato arrestato: “Il suo nome, la sua reputazione… Tutto è stato esposto su internet, sui giornali. Ero spaventato e ho pensato: preferirei morire piuttosto che essere scoperto, morire piuttosto che finire sui giornali “.
La lettera aperta a Faye cita questi fatti con precisione:
«Un giovane uomo, percepito come omosessuale – a torto o a ragione – è stato pugnalato in piena strada. Altri sono stati picchiati, incarcerati, o rifiutati dalla loro famiglia e dalla loro comunità.»
Il nodo del panafricanismo
Il cuore politico della lettera è questo: il presidente Faye si è presentato all’elettorato come esponente di un «panafricanismo di sinistra». I firmatari contestano che questa etichetta possa coesistere con le politiche in corso.
«Il panafricanismo di sinistra, secondo noi, intende emancipare tutti gli africani, non rinchiudere in prigione adulti consenzienti che non nuocciono a nessuno. Del resto, nel mondo, sono piuttosto le forze all’estrema destra a dispiegare agende discriminatorie contro i neri, contro le donne, contro le persone omosessuali.»
I firmatari ricordano i padri di questo pensiero: Nelson Mandela e Desmond Tutu, entrambi premi Nobel per la pace, si sono costantemente battuti contro le discriminazioni legate all’orientamento sessuale. Angela Davis ha sempre difeso una visione intersezionale delle lotte. La Rainbow Coalition di Jesse Jackson includeva le persone gay e lesbiche nel combattimento per l’uguaglianza.
Le leggi anti-gay sono un’eredità coloniale

La lettera smonta anche l’argomento culturalista più diffuso: quello che vuole l’omosessualità come fenomeno estraneo all’Africa e importato dall’Occidente. I firmatari ricordano l’esistenza, nella società wolof, dei goorjigeens: figure di lunga tradizione, riconosciute culturalmente, la cui esistenza è attestata dal fatto stesso che in wolof, come in altre lingue africane, esistano da sempre parole per definirle.
«Le leggi che li reprimono sono, per la maggior parte, ereditate dalla colonizzazione. Che si tratti dei codici penali di ispirazione francese o delle “sodomy laws” introdotte dall’Impero britannico all’epoca della Regina Vittoria, queste disposizioni sono state imposte dall’esterno.»
Il paradosso è nei fatti: chi oggi difende la “tradizione africana” criminalizzando le persone LGBTIQ+ sta applicando strumenti giuridici coloniali, non precoloniali.
Essere LGBTIQ+ nell’Africa del 2026
Il Senegal non è un caso isolato. In Africa, 31 paesi su 54 criminalizzano gli atti omosessuali, e negli ultimi anni la tendenza si è accentuata. Nel 2023 è stato l’Uganda ad approvare una delle leggi anti-LGBTIQ+ più feroci al mondo, con la pena di morte prevista per alcune fattispecie. A fine 2025 il Burkina Faso ha emesso la sua prima condanna per omosessualità. Anche il Ghana è in attesa di una legge che renderebbe illegale qualsiasi forma di promozione dell’identità queer. In Somalia e Mauritania il reato è già punibile con la morte. Dietro molte di queste offensive legislative si muovono gruppi della destra religiosa americana, su tutti MassResistance, documentato da Reuters come attore operativo nelle campagne in Senegal e Ghana.
Il sit-in a Milano
Lo scorso 16 maggio a Milano, unica città europea a mobilitarsi, un sit-in di protesta si è mobilitato davanti al consolato senegalese, orfganizzato da Certi Diritti, CIG Arcigay Milano. Nel video di seguito le dichiarazioni di Luca Paladini (consigliere regione Lombardia), Nicola Bertoglio (Certi Diritti), Elena Buscemi (presidente del Consiglio comunale di Milano), Alessandro Giungi (consigliere comunale), Alice Redaelli (CIG Milano) e Leonardo Meda (Europa Verde).
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Le richieste: moratoria e dialogo
La lettera avanza una proposta: aprire un dialogo «rispettoso e costruttivo». In attesa, i firmatari chiedono una moratoria sugli arresti e sull’applicazione delle pene, e il rispetto dell’articolo 12 della legge del 2010 sull’HIV/AIDS, che garantisce il diritto al test volontario e alla riservatezza dei risultati, una norma che la repressione anti-LGBTIQ+ di fatto annulla.
«Facciamo tutte e tutti parte di una stessa famiglia panafricana. E come in ogni famiglia, dei disaccordi possono esistere. Ma è attraverso la parola, sotto il baobab o altrove, che questi disaccordi possono essere discussi.»
Il Senegal, concludono i firmatari, è stato a lungo «un faro per l’Africa» per la sua stabilità politica. Possono scegliere se esserlo anche per la dignità umana.
Aggiornamento 22 maggio: il presidente Sonko risponde alla lettera e sbertuccia l’appello
Il primo ministro Ousmane Sonko ha risposto, indirettamente ma con chiarezza, alla lettera degli intellettuali panafricani. Il 22 maggio, intervenendo all’Assemblea Nazionale prima della sessione di domande e risposte, ha difeso la legge con toni che non lasciano spazio a interpretazioni: «La legge, per sua stessa natura, è impersonale. Una volta approvata, sarà applicata in modo imparziale e rigoroso». Nessuna eccezione di rango o status: «Ministro, presidente, amico o altro… tutti sono coinvolti». Ha esortato la magistratura a un’applicazione «totale e completa» e non ha escluso un ulteriore inasprimento delle pene: «Se ci sarà bisogno, lo faremo». Sulla richiesta di moratoria avanzata dalla lettera aperta, la risposta è secca: «Non ci sarà alcuna moratoria». E sui firmatari: «intellettuali con complessi di inferiorità», «intellettuali che hanno paura della propria ombra». Alle critiche internazionali, in particolare francesi, ha replicato: «Se hanno optato per queste pratiche, è un problema loro. Non abbiamo nulla da imparare da loro». Il Capo di Stato senegalese dunque sbertuccia apertamente l’appello e anzi rilancia, minacciando addirittura un ulteriore inasprimento delle pene.
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