«Romarcobaleno»: la mappa della memoria queer nascosta nella Capitale

La storia LGBTQIA+ di Roma è scritta in targhe, murales e strade dimenticate: Francesco Angeli l'ha raccolta in un libro per dire "Noi qui c'eravamo".

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"Romarcobaleno" di Francesco Angeli
"Romarcobaleno" di Francesco Angeli
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Ci sono memorie che restano visibili nei monumenti e nelle piazze più celebri delle città, e altre che sopravvivono in modo più silenzioso: in una targa dimenticata, in un murale cancellato, in una panchina arcobaleno vandalizzata o in una strada che per anni è stata spazio di libertà e incontro per la comunità LGBTQIA+.  È proprio da questa Roma nascosta che nasce Romarcobaleno, il nuovo libro di Francesco Angeli, pubblicato da Giulio Perrone Editore il 19 giugno 2026 nella collana Passaggi di Dogana

Prima dell’arrivo in libreria, il volume sarà presentato in anteprima in due appuntamenti già confermati: il 6 giugno alla Roma Pride Croisette e l’8 giugno in Senato.

Più che una semplice guida, Romarcobaleno è un viaggio narrativo, storico e politico dentro la memoria queer della Capitale: un intreccio di itinerari urbani, testimonianze, ricostruzioni storiche e storie personali che riportano alla luce luoghi troppo spesso ignorati o dimenticati.

Dalle targhe dedicate a Massimo Consoli, Paolo Seganti e Daniele Stoppello ai murales di San Paolo e della metro Jonio, passando per Testaccio, definita nel libro “la culla del movimento gay italiano”, fino alla Gay Street con il Colosseo sullo sfondo, Angeli costruisce una vera e propria mappa della Roma LGBTQIA+, mostrando come la storia della comunità queer sia profondamente intrecciata a quella della città.

Un lavoro che nasce anche dall’esperienza personale e politica dell’autore. Orgogliosamente molisano, nato a Campobasso e da anni attivo tra Molise e Roma, Francesco Angeli è una delle figure più note dell’attivismo LGBTQIA+ italiano contemporaneo. Ex presidente di Arcigay Roma, fondatore del servizio sanitario Roma Checkpoint e vicepresidente nazionale di Arcigay, negli anni ha contribuito alla nascita di numerosi Pride, tra cui il Lazio Pride e il Molise Pride, diventando il recordman italiano per numero di Pride organizzati in meno di dieci anni.

Parallelamente all’attivismo, Angeli ha lavorato anche sul fronte del contrasto alle discriminazioni, contribuendo alla coprogettazione di centri antidiscriminazione e servizi territoriali contro l’omotransfobia tra Lazio e Molise. Un impegno che attraversa anche Romarcobaleno, dove la memoria non viene mai raccontata come semplice nostalgia, ma come strumento politico, culturale e collettivo.

Nel corso di questa intervista a Gay.it, Francesco Angeli racconta la nascita del libro, il legame tra memoria e attivismo, il significato dei Pride oggi e il bisogno, ancora attualissimo, di continuare a occupare lo spazio pubblico con visibilità, storie e colori.

«Romarcobaleno»: la mappa della memoria queer nascosta nella Capitale - romarcobaleno - Gay.it

Francesco Angeli racconta a Gay.it Romarcobaleno

Francesco, com’è nata l’idea di scrivere Romarcobaleno? C’è stato un momento preciso che ti ha fatto sentire l’esigenza di raccogliere e mappare la memoria LGBTQIA+ di Roma?

L’idea nasce sicuramente dal mio percorso nell’attivismo. Durante gli anni in Arcigay Roma – di cui sono stato presidente per sei anni – mi ritrovavo spesso a partecipare a momenti di commemorazione e mi rendevo conto che esistevano luoghi quasi sconosciuti persino alla comunità arcobaleno e di cui se n’era persa traccia.

Uno di questi era, per esempio, a Testaccio, la targa sulla casa natale di Massimo Consoli a Testaccio. Parliamo del fondatore del movimento omosessuale italiano negli anni Sessanta e Settanta, eppure tantissime persone ignoravano persino l’esistenza di quella targa. Ricostruendo i luoghi delle prime associazioni e dei primi spazi di attivismo, addirittura precedenti al FUORI!, ho iniziato a rendermi conto di quanto fosse stata persa la memoria collettiva.

Un momento fondamentale è stato anche il Cimitero Acattolico. Partecipai a una visita guidata organizzata da OmoGirando e scoprii tutta una serie di tombe e figure legate alla cultura queer che non conoscevo affatto. Da lì è nata l’idea di mettere insieme luoghi storici e luoghi più recenti, come le panchine arcobaleno emerse negli ultimi 5-10 anni o i murales.

Alla fine è venuta fuori una vera e propria mappatura con decine di posti raccolti poi in questo volume.

Secondo te come mai la memoria queer continua ancora oggi a essere così poco visibile?

Perché, a differenza di altre comunità, noi non abbiamo una memoria familiare tramandata di generazione in generazione. Non esiste una discendenza “di sangue” che ti trasferisce automaticamente la storia della tua comunità.

La nostra è una comunità che continuamente deve riscoprirsi. Ogni generazione deve ricominciare a studiare, ricostruire e recuperare la memoria.

Questo è il nostro grande problema, ma allo stesso tempo è anche una grande risorsa, perché ci spinge a mettere per iscritto la nostra storia, a conservarla e a renderla accessibile.

Ci sono stati luoghi che ti hanno emozionato particolarmente durante questa ricerca?

Sicuramente i murales. Penso a Inside Out di Laika, alla Garbatella, o al murale della metro Jonio con il primo bacio tra due donne rappresentato ufficialmente in Italia. Sono opere che riescono davvero a trasmettere qualcosa alle persone.

«Romarcobaleno»: la mappa della memoria queer nascosta nella Capitale - murale carra - Gay.it

Poi ce n’è uno che mi emoziona ancora oggi, ma in modo più malinconico: il murale dedicato a Raffaella Carrà sulla Gay Street, realizzato dopo la sua morte. Era bellissimo vedere il suo volto lì, in un luogo simbolico per la comunità LGBTQIA+, ma dopo pochi mesi è stato cancellato.

Mi colpì molto il fatto che bastasse un atto vandalico per eliminare qualcosa che invece avrebbe potuto restare nella memoria collettiva.

Nel libro definisci Testaccio “la culla del movimento gay italiano”. Quanto hanno inciso luoghi come il Mattatoio, l’Alibi, Muccassassina e soprattutto la figura di Massimo Consoli nel trasformare quel quartiere in uno spazio di memoria e nascita dell’attivismo LGBTQIA+ italiano?

Testaccio è stato fondamentale perché lì nacquero le prime associazioni e i primi luoghi di aggregazione. Era un quartiere periferico rispetto al centro monumentale di Roma, ma proprio per questo diventò uno spazio creativo e libero. Un po’ come è accaduto successivamente al Pigneto o oggi a Centocelle: quartieri dove si concentrano artisti, attivisti e sperimentazioni culturali.

Testaccio fu il motore sia della comunità artistica sia della comunità LGBTQIA+. Poi nel tempo si è gentrificato e oggi restano soprattutto i luoghi della memoria.

La stessa vita di Massimo Consoli racconta questo processo: nasce a Testaccio, cresce in un quartiere popolare vicino al Mattatoio e poi si sposta verso le nuove periferie dove nasceranno le prime sedi associative.

Nel libro emerge con forza l’idea che la memoria non sia solo nostalgia, ma anche uno strumento politico. Che valore ha oggi ricordare chi ha aperto la strada?

Per la comunità arcobaleno è fondamentale. Spesso tendiamo a dare per scontati diritti, spazi e visibilità, ma negli anni Cinquanta e Sessanta non esisteva nulla: niente locali, niente associazioni, niente riferimenti pubblici.

Negli anni Sessanta, la prima associazione omosessuale italiana, la ROMA – 1 fondata nel maggio de 1966, comunicava addirittura attraverso codici criptati.

Oggi viviamo nell’epoca dei social e dell’esposizione pubblica, ma è importante ricordare che ogni conquista è stata ottenuta grazie a persone che hanno fatto enormi sacrifici, spesso in totale isolamento.

Secondo te le nuove generazioni LGBTQIA+ conoscono abbastanza la storia del movimento?

Paradossalmente oggi siamo nel momento storico in cui recuperare memoria è più semplice. Quando ho iniziato a fare attivismo, poco meno di quindici anni fa, senza la centralità dei social di oggi era molto più difficile accedere a certe storie. Dovevi andare fisicamente negli archivi.

Oggi invece esistono persone che raccontano questi temi anche su TikTok e sui social utilizzati dai più giovani. E questo potrebbe diventare uno strumento potentissimo per tramandare la storia della comunità arcobaleno.

Nel libro racconti targhe, murales e panchine arcobaleno. Che sensazione ti lascia vedere continui atti vandalici contro questi simboli?

Sono attacchi alla visibilità, alla necessità di memoria e alla necessità di affermare che qualcosa esiste.

La prima volta che vidi la targa dedicata a Paolo Seganti lessi per la prima volta la parola “omofobia” all’interno della toponomastica cittadina. Nel momento in cui qualcosa viene scritto nello spazio pubblico e reso visibile, quella cosa entra ufficialmente nella narrazione della città. Per questo certi simboli vengono attaccati.

Recentemente, per esempio, è stata cancellata la parola “gay” da Arcigay Roma, dal murale Inside Out alla Garbatella. Non è casuale: quello che dà fastidio è proprio l’identità che quel murale rappresenta.

Murale di Laika vandalizzato
Murale di Laika vandalizzato

Ed è ancora più triste se pensiamo che invece scritte omofobe o offensive spesso restano sui muri senza che nessuno le cancelli.

Al tempo stesso è molto pericoloso, perché questi attacchi colpiscono opere artistiche e simboli nello spazio pubblico, ma riflettono qualcosa che accade anche nella vita quotidiana. Penso, per esempio, alle scuole, dove tantə ragazzə fanno ancora fatica a esprimere liberamente il proprio orientamento o la propria identità per paura di essere discriminatə, bullizzatə o persino aggredite. Purtroppo è il riflesso di una società in cui la visibilità LGBTQIA+ continua ancora a dare fastidio.

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Secondo te Roma è all’altezza del suo ruolo di Capitale nel riconoscimento e nella valorizzazione della memoria queer?

Secondo me Roma sta facendo un lavoro importante. Negli ultimi anni sono stati inaugurati sportelli territoriali, panchine arcobaleno, monumenti e servizi concreti contro le discriminazioni.

Per questo ho voluto che la postfazione del libro fosse affidata a Marilena Grassadonia, che oggi si occupa dell’ufficio LGBTQIA+ di Roma Capitale. Così come ho voluto che la prefazione fosse affidata alla senatrice Alessandra Maiorino, che in Parlamento ha contribuito alla creazione del fondo nazionale per i centri antidiscriminazione e le case rifugio dedicate alle persone LGBTQIA+.

Allo stesso tempo però bisogna ricordare che la visibilità da sola non basta: servono strutture, sostegno e servizi per le vittime.

Roma sta facendo molto, ma l’Italia nel complesso resta ancora indietro rispetto ad altre capitali europee come Amsterdam, Madrid o Londra. Ma questo è un ritardo storico della nostra società.  

Nel libro hai scelto di affiancare alla guida urbana le testimonianze dirette di attivistə e protagonistə della comunità LGBTQIA+. Quanto era importante che fossero le persone, con le loro voci e i loro ricordi, a raccontare Roma oltre i luoghi fisici?

Era fondamentale. Io in qualche modo ho fatto da raccoglitore, ma erano le persone che avevano vissuto quei momenti a doverli raccontare.

Per questo le prime interviste sono quelle ad Alba Montori e Daniele Priori, che erano molto legati a Massimo Consoli: chi meglio di loro poteva raccontare una figura così centrale per comprendere la nascita dell’attivismo LGBTQIA+ italiano?

Un altro esperimento interessante è stato poi il dialogo con Fabio Croce, fondatore di Arcigay Roma e tra le persone che contribuirono alla nascita della prima Gay Street in via Pietro Verri, oggi quasi dimenticata. Parallelamente ho voluto intervistare Annalisa Scarnera, tra le fondatrici dell’attuale Gay Street. Mi interessava creare un parallelismo tra queste due esperienze, perché in fondo condividono gli stessi intenti e la stessa idea di visibilità.

Segue poi l’intervista a Cristina Leo, che è stata la prima assessora trans in Italia presso il Municipio VII di Roma. Durante il suo mandato portò avanti un lavoro importantissimo sulla memoria e sulla visibilità LGBTQIA+, tra targhe commemorative, panchine e monumenti, oltre all’apertura di una casa famiglia per persone vittime di transfobia. In quel periodo venne inaugurato anche un monumento della memoria con il triangolo rosa, il simbolo con cui le persone omosessuali venivano identificate nei campi di concentramento nazisti.

Infine c’è l’intervista a Mario Colamarino, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, con cui ho voluto approfondire la figura di La Karl du Pigné, figura storica e fondamentale per il movimento romano. Attraverso il suo racconto è stato possibile recuperare una memoria che poi si è trasformata anche in un grande murale nel Municipio VIII.

Senti Francesco, oggi i Pride sono sempre più numerosi e partecipati, e questo è sicuramente un segnale importante. Allo stesso tempo, però, spesso si conosce poco della storia politica e militante che ha preceduto tutto questo. Quanto è importante, secondo te, ricostruire il filo che lega i Pride di oggi ai luoghi, alle persone e alle battaglie raccontate anche in Romarcobaleno?

È fondamentale, perché se oggi in Italia siamo arrivati ad avere quasi sessanta Pride – forse anche qualcosa in più – significa che esiste una storia lunga decenni alle spalle di tutto questo. Se pensiamo a quindici o vent’anni fa i Pride si contavano sulle dita di una mano ed erano prevalentemente in grandi città.

Tutto nasce dai Moti di Stonewall e arriva fino a oggi attraverso un filo continuo di lotte, manifestazioni e momenti simbolici che non possono essere dimenticati. Per chi organizza i Pride è importante mantenere viva questa connessione storica: da Stonewall alle proteste di Sanremo, passando per il grande Pride di Roma del 1994 e per tutti quei momenti che hanno segnato il movimento LGBTQIA+ italiano.

La cosa bella è che oggi molti Pride stanno costruendo in tempo reale la memoria futura della comunità. Lo fanno attraverso murales, targhe, panchine arcobaleno e installazioni che nascono soprattutto nelle città di provincia, che ormai sono diventate il cuore del movimento italiano, perché è lì che oggi si svolge gran parte dei Pride.

Secondo me è fondamentale recuperare la memoria del passato, ma allo stesso tempo iniziare a conservare quella del presente, perché è proprio ora che si stanno costruendo le basi della nostra storia futura.

Oggi c’è chi prova ancora a ridurre la visibilità LGBTQIA+ o a presentarla come superflua. Che significato assume un libro come Romarcobaleno?

Io ho voluto che la copertina di Romarcobaleno fosse completamente arcobaleno. Nel libro ci sono tante storie dolorose: storie di omofobia, di discriminazione, di persone che non ce l’hanno fatta, di vite spezzate. Però volevo che all’esterno il volume esplodesse di colori, un po’ come accade nei Pride.

Perché, nonostante tutto quello che ogni giorno la comunità LGBTQIA+ continua a subire – dagli insulti alle discriminazioni – credo che la nostra risposta migliore sia sempre stata la visibilità. E più questa visibilità è libera, colorata e gioiosa, più diventa potente. Anche perché un po’ di colore non ha mai fatto male a nessuno.

Poi la risposta più grande continua a darla la gente. Ogni anno qualcuno dice che “il Pride non serve più”, eppure ogni anno i Pride aumentano, aumentano le persone che partecipano e aumentano le città che scelgono di organizzarlo. Questo significa che non è qualcosa di superfluo: è ancora un’esigenza profondissima.

Le persone continuano a scendere in piazza perché dietro quella visibilità ci sono storie personali, sofferenze, percorsi difficili e il bisogno di sentirsi finalmente rappresentate.

E credo che la comunità abbia dato la risposta migliore possibile: con i colori, con la musica, con manifestazioni partecipate e mai violente. Per questo, quando ancora oggi si attacca il Pride, spesso il problema non è il Pride in sé, ma un’omofobia che continua a esistere e che dovrebbe essere affrontata da chi discrimina e alimenta odio.

Allora Francesco, ti faccio una domanda più “pratica” anche per chi leggerà il libro. Se dovessi consigliare tre tappe imprescindibili di questa Roma arcobaleno, quali sceglieresti?

«Romarcobaleno»: la mappa della memoria queer nascosta nella Capitale - targa massimo consoli - Gay.it

Io partirei sicuramente dal percorso delle quattro targhe dedicate a Massimo Consoli, Paolo Seganti, Daniele Stoppello e Marcella Di Folco. Sono storie molto diverse tra loro, ma tutte fondamentali per capire cosa c’è dietro la memoria della comunità LGBTQIA+: l’attivismo, le lotte, ma anche il dolore e le discriminazioni.

Poi consiglierei un percorso tra i murales: quello dedicato a La Karl du Pigné e Inside Out di Laika nella zona di San Paolo, fino ad arrivare al murale della metro Jonio. Sono opere che raccontano una memoria contemporanea e molto viva.

Infine farei un passaggio tra la vecchia e la nuova Gay Street, perché sono luoghi simbolici della Roma LGBTQIA+ più recente. Entrambe hanno vissuto momenti importanti, ma anche episodi vandalici e attacchi omofobi. E poi, diciamolo, la Gay Street di Roma è probabilmente una delle più belle del mondo, con il Colosseo sullo sfondo.

Durante le ricerche per questo volume, qual è stata invece la scoperta più sorprendente, quella che proprio non ti aspettavi?

La scoperta più sorprendente è stata trovare il contratto di affitto della prima associazione gay d’Italia, la ROMA-1 fondata da Massimo Consoli.

Può sembrare una cosa banale, ma non lo è affatto. Si tratta del documento con cui, nel luglio del 1968, veniva affittato un piccolo seminterrato che sarebbe diventato la sede dell’associazione. Oggi quel documento è conservato all’Archivio Centrale dello Stato insieme alle tessere originali della ROMA-1.

Per me è stata una scoperta fortissima, perché trovarsi davanti un documento così concreto ti fa capire davvero che quella storia è esistita, che quelle persone c’erano e che stavano costruendo qualcosa di enorme in un periodo in cui farlo era difficilissimo.

È cambiato qualcosa nel tuo modo di guardare e attraversare Roma dopo aver scritto questo libro? E credi che possa cambiare qualcosa anche in chi lo leggerà?

Sì, è cambiato molto. Oggi, quando passo davanti a questi luoghi, penso immediatamente: “Noi qui c’eravamo”. Ed è una sensazione molto potente, perché ti fa capire che la comunità LGBTQIA+ ha lasciato tracce reali nella città, attraverso lotte, battaglie e persone che hanno aperto la strada.

Per me questa consapevolezza è una grande forza. In una comunità che spesso vive isolamento, discriminazione e odio, sapere che esistono luoghi che custodiscono questa memoria aiuta a sentirsi meno soli.

E credo che questo possa arrivare anche a chi leggerà il libro: la consapevolezza che non siamo soli e che non lo siamo mai stati.

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