Dopo le morti di Cloe, Sasha e Camilla: dov’è il movimento LGBTQ+?

Possibile che con tutto il rumore che si dovrebbe fare intorno alla morte di Cloe, quello che viene fuori è una petizione online?

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Tanti anni fa Luca Sofri teorizzò che non si potesse fare un comizio dicendo:

“Siete un paese di merda: vedete almeno di non farvi notare”.

Peccato: perché io a quel comizio ci andrei. A quello e a tutti i comizi, i sit-in, le proteste che stiamo mancando in queste settimane. Fortunatamente c’è l’Onda Pride, direte. No, non è la stessa cosa e non basta. Vi chiedo cinque minuti del vostro tempo per ragionarci insieme.

Abbiamo attraversato mesi di discussioni oscene sulla pelle delle persone transgender. Persone raccontate come lunatiche, violente, usurpatrici del genere femminile. Abbiamo sentito politici, giornalisti, femministe radicali, ex presidenti di Arcigay riempirsi la bocca della “pericolosa identità di genere”.

Della possibilità di avere orde di “uomini travestiti da donne” che entrano nei centri anti-violenza per stuprare le donne, che truccano le competizioni femminili per vincere, che entrano nei bagni delle donne (e due) per stuprare. Dopo tutta questa cloaca, alla fine, come si dice in gergo “ci è scappato il morto”. Anzi tre.

Cloe Bianco, professoressa demansionata per la propria identità di genere si è data fuoco dentro un camper. Prima l’addio sul web e poi il corpo carbonizzato trovato l’11 giugno scorso in provincia di Belluno.

Camilla, sex worker, è stata uccisa, presumibilmente domenica notte, con due colpi di pistola di piccolo calibro sparati nella parte sinistra della testa.

Sasha si è ammazzato. Ma aveva 15 anni. Il vuoto era l’opzione migliore rispetto a una vita fatta di vuote aspettative familiari.

Su Camilla la questione è antica e complessa. Il suo presunto assassino, Daniele Bedini, falegname di Carrara di 32 anni, si trova attualmente sotto custodia cautelare per l’omicidio, oltre che di Camilla, anche della trentacinquenne, Nevila Pjetri, sex worker albanese. E questa è una storia orrenda, che ci ricorda che le prostitute sono vittime predilette dei serial-killer e dei sadici di ogni sorta, che spesso sfogano il loro odio vigliacco contro il segmento più debole, e più esposto, della seduzione e dell’eros. In strada, spesso nei recessi più oscuri delle città, le prostitute rischiano in sovramisura violenza e morte.

I due suicidi invece arrivano a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Un incubo che crolla su una comunità che conosce bene quella disperazione e quella fragilità. Durante il ddl Zan ci si è battuti il petto per un insulto, uno schiaffo, un tweet violento. Sconvolti si sono urlate parole forse troppo drammatiche rispetto a quello che è la vita vera, qualcuno ha paragonato l’applauso della curva dei leghisti a delle coltellate, altri hanno profetizzato “il morto”: aspettiamo che ci scappi e capiranno. Ecco, ci siamo.

Sono morte tre persone trans. Non sono bianche, non escono bene in fotografia per una galleria acchiappa like. Una era un’insegnante a inizio del suo percorso di transizione, trattata dai media come un fenomeno da baraccone, un travestito. L’altra era una prostituta, la sua morte solletica da sempre un senso tutto italiano di pubblico decoro, che spesso è appena un comodo velo censorio per nascondere le piaghe sociali e girare la testa dall’ altra parte. Le offese al decoro meglio nasconderle. Sasha era invece un ragazzo minorenne e dunque poco, anzi pochissimo possiamo sapere di lui e della sua storia.

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Cloe Bianco, Pietro Turano e la petizione 

Indagare le ragioni di un suicidio è impossibile. Morire non è facile. E il suicidio non può essere inserito in un elenco di Cose da Fare, fra il compito di matematica e il giardinaggio. È la decisione non del fare, ma del disfare. E allora proprio su questi due casi di cronaca bisogna respirare lentamente e aspettare che la vertigine passi. Poi, con calma, ripassare quel poco che si sa: i fatti.

Sono poco, i fatti su un suicidio. Sono congetture, supposizioni, ossessioni, brandelli di sequenze. Sasha aveva 15 anni. Ricordate cosa vuol dire avere quindici anni? Sempre, dopo, tutti dicono: non si poteva immaginare. Certo, non sappiamo quale sia stata la molla a far scattare l’estremo gesto. Ma possiamo sentire sulla nostra pelle, se attiviamo l’immedesimazione, alcune estreme difficoltà.

Quello di Sasha è stato un volo dal 6° piano nel vuoto, quasi a cercare un corrispettivo concreto a quel vuoto di sostegno, di valore che la transfobia ti scava intorno.  Come dire “posso dichiarare chi sono solo se metto fine alla mia vita, mi butto dal sesto piano perché a me è stato destinato il vuoto“.

Quello di Cloe è stato un gesto pensato, accarezzato e pianificato nei mesi del suo auto-esilio. Ma come viveva, cosa pensava, cosa stava attraversando? Nessuna indagine ce lo dirà mai veramente. Non lo sappiamo, nessuno lo sa. Quello che sappiamo e che c’erano queste persone, adesso non ci sono più.

Quello che ci si aspetta dalla realtà Lgbt è un gesto, uno scatto di consapevolezza. Le recenti uscite dell’assessora all’Istruzione del Veneto di Fratelli d’Italia Elena Donazzan fanno arrabbiare. Ma la reazione del movimento lascia poche speranze.  Per adesso non è previsto nessun sit-in di fronte alla regione Veneto per dire: “vi state comportando di merda dimettetevi” ed è un peccato.

Quello che rimbalza in queste ore è una petizione. Una raccolta firme a 50 anni dalla manifestazione di Sanremo. Ma immaginate Angelo Pezzana e Mario Mieli raccogliere firme invece di andare a protestare fisicamente contro il Congresso Internazionale di Sessuologia sul tema “Comportamenti devianti della sessualità umana”?

Possibile che con tutto il rumore che il movimento potrebbe a fare intorno alla morte di Cloe, quello che viene fuori è una petizione online?

So che quello che scrivo irriterà chi non deve irritare e compiacerà chi non deve compiacere, ma lasciatemi dire che la reazione alla morte di Cloe Bianco da parte di alcuni attivisti è il peggior servizio che si sta facendo all’Italia dei diritti.

L’unico presidio degno di nota sarebbe di fronte alla regione Veneto, di fronte al ministero dell’Istruzione, delle Pari Opportunità, sguardo rivolto ai palazzi che decidono di non decidere (quando non offendono). L’unica cosa che conta oggi di fronte a una solitudine che sta uccidendo questa generazione è esserci fisicamente, trovarsi e non solo restare dietro a uno schermo per dire “Basta”, “Che schifo”.

Le persone che in questi fine settimane gonfiano la marea dei Pride italiani dimostrano che si può: ciascuno può. C’è un mondo di gente là fuori che aspetta il segnale ed è pronta a partire. Le cose succedono e la politica arriva dopo. C’è una luce diretta, che taglia. È alimentata dalle nuove generazioni mentre qualcuno pensa che possa bastare una raccolta firme per sentirci parte di qualcosa da salvare. È così inceppato, questo povero movimento, che dovesse ripetersi un Congresso come quello di Sanremo nel 1971, accenderemo una candela e la poseremo sul davanzale, sperando che non fischi troppo vento.

Chiudo con una citazione di fonte incerta, non ricordo dove l’ho letto né di che parlasse, ma a un certo punto l’autore diceva che non voleva rassegnarsi all’idea che per la nostra generazione l’idea dell’impegno coincidesse con il far girare petizioni online. Invece mi sa di sì. Un danno del quale non voglio essere complice. Serve il corpo. Servono le gambe per andare e le mani per stringere altre. Resistere. Testa e cuore. Ragione e sentimento. Ritrovarsi fisicamente e rispedire al mittente tutte queste maledette azioni umilianti e degradanti, che ancora la politica e le istituzioni si permettono di vomitare addosso alla comunità a distanza di 51 anni. Solo così si possono pensare davvero di cambiare le cose.

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