Palermo, si suicida perché gay, lascia una lettera di coming out, al compagno diceva “Vedi quanto odio c’è in questo mondo?”

Alex viveva nell’angoscia di essere umiliato o aggredito. Aveva assistito all'aggressione al Teatro Massimo lo scorso Gennaio. E in Ungheria un uomo aveva insultato lui e il suo compagno.

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Palermo, suicidio di un giovane uomo gay. Alex viveva nell’angoscia di essere umiliato o aggredito. Aveva assistito all'aggressione al Teatro Massimo lo scorso Gennaio. E in Ungheria un uomo aveva insultato lui e il suo compagno.
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Da Palermo arriva una tragica storia che ben descrive l’asfissiante clima di omobitransfobia in cui vivono le persone LGBTIAQ. Alcune di loro non riescono a sostenere il peso del giudizio di una società eteronormata, per giunta in un paese in cui l’attuale maggioranza di governo fomenta lo stigma discriminatorio verso coppie omosessuali, famiglie omogenitoriali, giovani trans.

Un giovane palermitano di 33 anni di nome Alex (nome di fantasia) si è tolto la vita, sopraffatto dalla paura di essere giudicato e discriminato per la sua omosessualità. Nella sua lettera d’addio, Alex ha fatto coming out, scusandosi per non essere riuscito a vivere apertamente il suo amore, ed esprimendo il dolore di non aver potuto amare una donna, né vivere appieno la sua relazione con il suo compagno a causa della paura costante. Ne dà notizia Palermo Today nel resoconto di Federica Virga.

“Vi chiedo scusa se non sono riuscito ad amare una donna né ad amare bene un uomo per via della mia paura”

Palermo aggressione omobitransfobica
Alex era rimasto scioccato dall’aggressione omobitransfobica avvenuta a Palermo lo scorso Gennaio (qui il nostro articolo)

Il peso di vivere una vita segreta e di nascondere il proprio amore si è rivelato insostenibile. Come quando un suo amico gli disse “Non sei fidanzato da tanto tempo, non è che sei fr*c*o?”, racconta il suo compagno, oggi travolto dal dolore “Non sono riuscito a salvarlo“. “Non riusciva ad accettare l’omofobia e gli occhi della gente. ‘Vedi quanto odio c’è in questo mondo?’ mi diceva ogni volta che leggeva un titolo di giornale che raccontava dell’ennesimo episodio di violenza contro un ragazzo gay.
(fonte: Palermo Today)

Alex viveva nell’angoscia di essere umiliato o aggredito, specialmente dopo un episodio di violenza a cui aveva assistito durante l’aggressione da parte di un gruppo di omosessuali al Teatro Massimo lo scorso gennaio. Un episodio che lo aveva profondamente segnato, portandolo a temere per la propria incolumità e per quella del compagno. Unito ad un altro episodio, vissuto in prima persona. Alex, insieme al suo compagno, era andato in Ungheria “Lì siamo stato aggrediti. Un uomo ci ha urlato in faccia che facevamo schifo” racconta ora il compagno di Alex, che recentemente aveva fatto invece coming out con madre e fratelli “che non l’hanno presa bene“.

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Alex aveva un collega apertamente gay, che veniva isolato. Ai suoi occhi quell’esempio dimostrava come la strada che aveva davanti era destinata al dolore e alla discriminazione “Non voglio essere emarginato” diceva.

Al momento, secondo quanto riportato da Virga su Palermo Today, le fonti di polizia non hanno confermato indagini per istigazione al suicidio.

Parenti e amici di Alex chiedono l’intervento delle istituzioni per evitare che tragedie come questa si ripetano e affidano il loro dolore e le loro richieste al racconto del fidanzato del giovane. La famiglia del giovane uomo, che non era a conoscenza né della sua omosessualità né delle sue paure, desidera oggi che la sua storia venga raccontata per sensibilizzare sull’ostilità che molte persone LGBTIAQ+ affrontano quotidianamente a Palermo.

Ma non solo a Palermo. Qualche giorno fa vi avevamo raccontato l’episodio di un uomo pestato perché gay a Cremona. Soltanto nelle ultime settimane, abbiamo raccontato i seguenti episodi di omobitransfobia in Italia:

A Milano professore denuncia scritte omofobiche apparse sui muri della scuola in cui insegna.

A Napoli una coppia gay racconta l’atteggiamento discriminatorio di cui è stata oggetto in un bagno termale.

A Treviso sono apparse nuovamente le scritte omofobiche sui muri della città.

In provincia di Venezia una coppia gay ha dovuto vendere la propria casa a seguito della persecuzione omofobica del vicino.

In provincia di Foggia, a San Giovanni Rotondo, preso a calci in faccia un uomo per il solo fatto di essere omosessuale.

In provincia di Viterbo 10 ragazzi hanno picchiato brutalmente due donne perché transgender.

 

Riportiamo con estremo dolore questa vicenda raccontata dai colleghi di Palermo Today. Le dita tremano, perché in questa storia ci chiediamo: è giusto riportare e denunciare gli episodi di violenza omobitransfobica di cui sono vittime le persone LGBTIAQ+ italiane? Il nostro lavoro rischia di urtare le persone più sensibili? Sono domande che ci poniamo. Poi ci ricordiamo che il nostro lavoro risponde solo e unicamente al racconto dei fatti. E che, per quanto doloroso, un suicidio non può frenare il dovere di raccontarli. Il nostro pensiero va ad Alex, al suo compagno e alla sua famiglia.
Giuliano Federico (dir. editoriale Gay.it)

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alberto pisana 11.9.24 - 10:58

Purtroppo, come vi ho già scritto in una mail mesi fa, gli articoli che parlano di aggressioni possono portare le persone più delicate a sperimentare emozioni molto perturbate, come è successo ad Alex (tuttavia, nel suo caso, assistere direttamente ad una di queste aggressioni ha sicuramente aggravato la situazione), anche se gli autori degli articoli non hanno nessuna colpa. Allora la soluzione è smettere di scrivere articoli sulle aggressioni? Non lo so, ma penso sia importante essere consapevoli della realtà delle cose e del rischio che ogni persona queer corre ogni giorno nei luoghi pubblici, anziché illudersi che la situazione fuori sia sicura. Ma penso anche che sia fondamentale proporre sempre ad ogni articolo delle soluzioni, anche parziali. Per esempio, consigliare di portare sempre con sè sulla tasca dei pantaloni o del giubbotto uno spray al peperoncino a norma di legge ed efficace (e quelli più economici quasi sempre servono a poco) è già una soluzione importante, che potrebbe ribaltare la situazione in caso di aggressione. Sarebbe già un'altra soluzione creare dei braccialetti con un pulsante che se tenuto premuto per alcuni secondi invia direttamente un allarme alla polizia con la posizione in tempo reale della persona, così che la pattuglia più vicina (e sarebbe utile averne almeno una per quartiere) possa subito recarsi nel luogo. Quanti danni potrebbero essere evitati, non solo alle persone queer. Non so se è possibile richiedere un servizio di questo tipo alla polizia, ma se non fosse possibile dovremmo lottare per realizzarlo.