Ai piedi della Piramide Cestia in piazzale Ostiense a Roma, e a pochi metri dal primo, storico monumento d’Italia dedicato alle vittime dell’omocausto, il movimento LGBTQIA+ nazionale si è ritrovato unito in un’unica piazza dopo 10 anni d’assenza per denunciare l’escalation omobitransfobica in atto non solo in Europa ma soprattutto in Italia, grazie alle politiche del governo Meloni.

A Roma contro l'omobitransfobia: "Oggi tolgono i diritti a noi che siamo minoranza, ma domani toccherà a tuttə" (VIDEO) - 17 maggio manifestazione nazional contro lomobilesbotransfobia in piazzale Ostiense 3 - Gay.it

Circa 2000 persone hanno partecipato alla manifestazione stanziale che è stata caratterizzata da oltre 40 interventi dal palco, con gli ultimi tra gli ultimi, le cosiddette minoranze tra le minoranze, in primissima fila, tra bandiere e dichiarazioni. La comunità trans sott’attacco internazionale, con il Bel Paese fanalino di coda UE secondo la Trans Rights Map 2025 pubblicata nei giorni scorsi, e le famiglie arcobaleno a cui l’attuale maggioranza di governo ha dichiarato guerra, con i loro figli pubblicamente discriminati.

Dal palco della manifestazione, presentata dal giornalista Simone Alliva e dalla scrittrice Giulia Blasi, sono state raccontate storie di vita osteggiate, diffamate, tra transfobia quotidiana in ambito lavorativo, medico e sociale e omogenitorialità minacciata, denunciando ripetutamente la regressione e la cancellazione dei diritti in atto, nel silenzio e nell’indifferenza più o meno generale, senza capire che se oggi tocca noi, che siamo minoranza, domani potrebbe a toccare a chiunque altro.

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Valentina Bagnara e Daniela Ghiotto hanno raccontato come la procura di Padova abbia impugnato l’atto di nascita di loro figlia, mentre Michele Covolan e Gianluca Voglino, sul palco con la loro dolcissima Silvia, nata sette mesi fa, hanno ringraziato il fato perché solo due mesi dopo il governo Meloni ha tramutato in “reato universale” quella GPA che oggi come oggi li vedrebbe criminali, in prigione e costretti a pagare 600.000 euro a testa di multa. Ma di “universale”, ha puntualmente ricordato Vincenzo Miri di Rete Lenford, c’è solo la dichiarazione dei diritti umani, checché ne dica Carolina Varchi.

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Michele Covolan e Gianluca Voglino

Una prima parte di manifestazione che è stata interamente dedicata ai diritti delle persone trans e delle famiglie arcobaleno, per poi passare al lavoro e alle battaglie referendarie dell’8 e 9 giugno, rimarcando il punto d’incontro tra le storiche battaglie dei sindacati e quelle della comunità LGBTQIA+ nazionale, all’importanza dell’intersezionalità, con l’omolesbobitransfobia che si intreccia al sessismo e all’autodeterminazione, al tema LGBTQIA+ all’interno di un quadro che coinvolge diversity e lotta al patriarcato, a misoginia, sessismo e sport legati alla nostra comunità e alla Chiesa che ha appena eletto un nuovo Papa da subito dichiaratamente ostile, con la storia di un sacerdote che ha sfidato il potere pagando il prezzo della propria ribellione. Tutto questo in uno straordinario arcobaleno associativo, con il movimento unito in tutte le sue forme, colori e sfumature, alla vigilia di un Pride Month che vedrà oltre 50 città d’Italia tornare a sfilare in strada, per celebrare se stesso e rivendicare diritti e piena uguaglianza.

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Come diceva Tina Costa, il fascismo non arriva tutto insieme“, ha rammentato Alessia Crocini di Famiglie Arcobaleno. “Non arriva in un giorno solo. Arriva piano piano, è omeopatico, goccia dopo goccia, non te ne accorgi, ti giri e i diritti non ce l’hai più. Iniziano da noi ma verranno a prendere tutti e tutte. E bisogna reagire insieme, tutti e tutte, su tutte le battaglie. A partire da quelle per il referendum. Andiamo a votare!”.

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42 anni fa l’Italia era tra i Paesi più avanzati, per quanto riguarda i diritti delle persone trans, grazie alla legge 164“, ha ricordato Roberta Parigiani, portavoce del MIT – Movimento Identità Trans. “Ma dal 1982 ad oggi non abbiamo fatto un passo in avanti. Pensavamo che ci avessero dimenticatə, poi è arrivata Giorgia Meloni e ci ha messo al centro dei suoi pensieri. Con personaggi come la ministra alle pari opportunità Eugenia Roccella, che va in giro a dire che le donne trans sarebbero la nuova forma di patriarcato. O come Orazio Schilaci, ministro della sanità che ha mandato ispezioni punitive per far chiudere l’unico centro pubblico d’Italia per i percorsi di affermazione di genere per gli adolescenti. O la ministra dell’università Bernini, che si è svegliata quando a Roma Tre hanno fatto un laboratorio per le persone trans più piccole, violando l’autonomia universitaria con spedizioni punitive. O Marina Terragni, che non si è mai occupata di infanzia eppure è diventata garante dell’infanzia e dell’adolescenza. Le uniche volte in cui ha parlato di infanzia è stato per dire che i bambini trans non esistono. Caz*o se esistono, qui abbiamo famiglie con i bambini trans e noi abbiamo l’obbligo di tutelarle, di stare al loro fianco. Questo è il nostro obbligo. E non oggi, ma da oggi in poi. Vogliono strapparci il diritto di esistere, non è mai successo in un Paese che si proclama democratico. Per questo governo non solo non esistiamo ma siamo delle nemiche. Questa agenda politica ci ha messo al centro con un triangolo rosa addosso. Bisogna fare sorellanza, fare rete, scendere in piazza tutti i giorni, questo vuol dire essere comunità“.

Vennero a prendere me e c’eravamo tuttə” lo slogan di una manifestazione che ha visto intervenire anche esponenti politici, vedi Alessandro Zan, Marilena Grassadonia, Riccardo Magi, Alessandra Maiorino e Gianmarco Capogna, con più e più appelli da parte di tutte le associazioni affinché la politica nazionale ritrovi la bussola della decenza, del rispetto e soprattutto della Costituzione, con i suoi dodici principi fondamentali che definiscono i valori su cui si basa la Repubblica, ovvero democrazia, sovranità popolare, uguaglianza, diritti inviolabili, lavoro, solidarietà, libertà religiosa e pace.

Una piazza di orgoglio, di lotta, libertà e resistenza, a ricordare a chi incredibilmente sostiene il contrario che le persone LGBTQIA+ esistono, così come le famiglie omogenitoriali con i loro figli, che necessitano di uguali diritti come qualsiasi altro cittadino, che meritano di essere liberamente se stessə, senza alcuna paura, sempre a testa alta e mai vittime. “Giù le mani dai nostri corpi, giù le mani dalle nostre vite“. Molto più di uno slogan, con le principali associazioni LGBTQIA+ nazionali che hanno confermato di aver chiesto un incontro ufficiale al capo dello Stato Sergio Mattarella, fresco di dichiarazione contro l’omobitransfobia, come ogni anno oramai, e adesso chiamato ad un gesto ancor più esplicito, necessario e doveroso, da garante della Costituzione.

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