Si gioca un’amichevole da passerella a Maceió, l’All-Star Game, e Adriano sorride, la stampa annusa sangue. L’ex Imperatore amatissimo dagli interisti ammette l’ovvio:
Sì, nel calcio ci sono giocatori gay, sì, sono “fantastici”, e no, non possono dirlo. E basterebbe già questo, il solito paradosso brasiliano-europeo: tutti sanno, nessuno deve pronunciare la parola.
Ma il vero corto circuito arriva dopo, quando il giornalista, incuriosito come un adolescente davanti al buco della serratura, chiede: “Negli spogliatoi, quando vi cambiate, vi guardate?“. Ecco il punto. Non l’omofobia strutturale, non la paura di perdere sponsor, contratti, carriera. No: il problema, per lui, è se i gay “guardano” i colleghi sotto la doccia. Il coming out ridotto a una fantasia da spogliatoio, a pornografia immaginaria con il microfono in mano. Manca soltanto la saponetta sul pavimento. E l’asciugamano che cade giù. Per favore.

Ecco così l’idea che un giocatore gay sia, prima di tutto, un potenziale predatore visivo. Un intruso erotico in un tempio di virilità che pretende di essere intoccabile. Un’ossessione antica: non importa se un giocatore rischia insulti, minacce, carriera bruciata; ciò che scandalizza è il suo sguardo, non l’odio che lo circonda.
Intanto, i pochi che hanno osato, da Thomas Hitzlsperger, che ha parlato solo dopo il ritiro, a Josh Cavallo, a Marcus Urban, o a Jake Daniels fino a Jacub Jankto, primo omosessuale dichiarato in un campionato di massima divisione, che recentemente ha sottolineato anch’egli l’esistenza di molti calciatori gay, sono trattati come eccezioni esotiche, non come la prova lampante che non è possibile, statisticamente, che il calcio maschile sia un giardino eterosessuale perfetto. I club parlano di inclusione nei post per il Pride, i cori sugli spalti continuano a usare “fr*c*o”” (o finocchio di m. come a Bernardeschi) come metronomo dell’insulto. La normalità non è la libertà, è il silenzio.
Adriano, con il suo “non possono dire i loro nomi“, lo dice chiaramente: il problema non è l’assenza di giocatori gay, ma il sistema che li vuole muti. Il giornalista, però, non chiede: “Perché non possono dirlo? Cosa succederebbe se lo facessero? Chi li proteggerebbe?”. No. Chiede se si guardano nudi. La domanda è aberrante perché traduce una questione di diritti in una barzelletta da bar, in un riflesso pavloviano di paura travestita da curiosità.

Il calcio continuerà a dichiararsi “aperto” finché i gay resteranno teorici, anonimi, senza volto. Fantasmi “fantastici” che segnano, corrono, vincono, purché la loro vita reale resti chiusa a chiave lontano dalle docce e dalle telecamere. Forse il vero tabù non è l’omosessualità, ma l’idea che i giocatori gay possano esistere come uomini completi, non come oggetti del feticismo etero. E finché ai microfoni dominerà questa pornografia della domanda, il coming out nel calcio resterà un atto eroico, quando dovrebbe essere solo una biografia come le altre.
Adriano Leite Ribeiro ha giocato nell’Inter dal 2001 al 2009, vincendo 3 Scudetti, 2 Coppe Italia e 3 Supercoppe italiane, segnando 74 gol in 177 partite con i nerazzurri.
