Il CIO non ha ancora ufficialmente bandito le atlete trans dalle Olimpiadi, ma è facile immaginare che entro Los Angeles 2028 la scure transfobica cadrà, seguendo le linee guida imposte dal presidente Donald Trump al Comitato Olimpico e Paralimpico degli Stati Uniti.
Ma un nuovo studio ha appena ribadito che le atlete transgender non hanno vantaggi intrinseci rispetto alle atlete cisgender.
A realizzarlo il British Journal of Sports Medicine, che i suoi autori definiscono “la sintesi più completa mai realizzata fino ad oggi“.
Lo studio del British Journal of Sports Medicine sulle atlete trans

Gli autori, tutti provenienti da istituzioni accademiche e mediche in Brasile, hanno esaminato 52 studi precedentemente già realizzati con 6.485 partecipanti, tra cui 2.943 donne transgender, 2.309 uomini transgender, 568 donne cisgender e 665 uomini cisgender, di età compresa tra 14 e 41 anni. Quarantacinque degli studi si sono concentrati sugli adulti, sette sugli adolescenti. Poiché gli autori stavano esaminando studi esistenti e non portando avanti nuove ricerche, il loro rapporto è noto come meta-analisi.
Sebbene le prove attuali siano scarse e di qualità variabile, “non supportano le teorie sui vantaggi atletici intrinseci delle donne transgender rispetto alle donne cisgender“.
“Le prove empiriche smentiscono le preoccupazioni iniziali secondo cui le donne transgender avrebbero dominato gli sport femminili, in gran parte a causa degli effetti fisiologici della terapia di soppressione del testosterone“, hanno osservato gli studiosi. “In effetti, le donne transgender rimangono sottorappresentate nell’atletica d’élite, evidenziando la mancanza di predominio delle atlete transgender nella pratica sportiva“.
Dati alla mano, le donne trans avevano una massa corporea magra assoluta maggiore rispetto alle donne cis, ma non c’erano “differenze significative nei parametri di fitness“, come la forza della parte superiore del corpo, la forza della parte inferiore del corpo e il consumo massimo di ossigeno dopo che le donne transgender si sono sottoposte da uno a tre anni di terapia ormonale di affermazione di genere. A causa delle differenze negli studi, i ricercatori non sono riusciti a stabilire “correlazioni dirette tra massa muscolare e forza funzionale“.
“In effetti, l’assenza di disparità di forza tra donne transgender e donne cisgender riscontrata nell’attuale revisione è coerente e contraddice le narrazioni che inquadrano la pubertà maschile come un fattore che conferisce vantaggi atletici irreversibili nonostante la [terapia ormonale di affermazione di genere]”.
Gli studiosi, scrive The Advocate, hanno sottolineato la necessità di ulteriori ricerche. “Pochi studi hanno controllato la storia di allenamento, la dieta, la forma fisica di base, l’attività fisica e la composizione corporea o la precedente terapia ormonale, ostacolando potenzialmente gli effetti isolati della [terapia ormonale di affermazione di genere], poiché gli estrogeni ad alto dosaggio possono alterare sia le stime di massa grassa che muscolare”, si legge nel report.
Gli studi si sono concentrati su “risultati fisiologici, con scarsa considerazione dei fattori sociali, psicologici e culturali che influenzano anche le prestazioni sportive (ad esempio, stigmatizzazione, discriminazione, accesso alle opportunità, concetto di sé, autostima)”. Le persone transgender subiscono stigma e discriminazione, che spesso portano a effetti negativi sulla salute mentale, ma “l’impatto di questi fattori socioculturali sull’impegno e i risultati sportivi rimane insufficientemente affrontato negli studi disponibili e, di conseguenza, in questa revisione”. “Infine, c’è pochissima letteratura che coinvolga atleti transgender di qualsiasi età, in tutti gli ambiti sportivi e a qualsiasi livello agonistico“, hanno scritto. Pertanto, gli studi futuri devono dare priorità agli atleti transgender, valutare parametri di prestazione specifici per ogni sport e valutare i cambiamenti fisiologici e psicologici a lungo termine (ad esempio, >5 anni), controllando la soppressione della pubertà ove possibile.
Tuttavia, hanno aggiunto, “i dati attuali non giustificano divieti generalizzati“. Cosa che si è verificata negli USA, con Trump che ha imposto il divieto alle ragazze e alle donne transgender di competere sotto la propria identità di genere, minacciando di sospendere i finanziamenti federali alle scuole e agli stati con politiche inclusive. La Corte Suprema ha recentemente ascoltato le argomentazioni che contestano i divieti per le donne transgender in Idaho e West Virginia, con la maggioranza conservatrice chiamata a decidere entro l’estate. Il Comitato Olimpico degli Stati Uniti ha nel frattempo vietato alle donne transgender di competere negli sport femminili, seguendo l’ordine esecutivo del Presidente.
Lo studio del British Journal of Sports Medicine “confuta la logica alla base dei divieti assoluti per le donne transgender nello sport“, ha ribadito a El País il coautore Bruno Gualano, medico e ricercatore presso l’Università di San Paolo in Brasile. “La maggior parte di queste politiche si basa su l’ipotesi che le donne transgender mantengano vantaggi fisici intrinseci e quindi dominerebbero le competizioni femminili. I dati non supportano questa idea. Le prove scientifiche valide non dettano i valori, ma potrebbero guidare il modo in cui li applichiamo“, ha aggiunto Gualano. “Questo è il ruolo che questo articolo intende svolgere. … Crediamo che il dibattito debba essere guidato da valori fondamentali per lo sport stesso, come l’equità, l’inclusione e la dignità umana, piuttosto che da divieti generalizzati”.
Nel 2024 uno studio finanziato in parte dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO) aveva rilevato che non solo le donne transgender non mantengono vantaggi competitivi rispetto alle donne cisgender, ma presentano alcuni svantaggi atletici rispetto alle loro controparti cisgender in parametri come il consumo di ossigeno. Tuttavia, il CIO ha da allora annunciato che prenderà in considerazione l’idea di vietare comunque gli sport femminili alle donne trans, sotto la guida della neo presidente Kirsty Coventry.
Lə atletə trans nella storia olimpica

Nella storia delle Olimpiadi estive c’è stata una sola atleta trans in gara dopo aver completato il proprio percorso di affermazione di genere, ovvero la neozelandese Laurel Hubbard, nel 2021 eliminata subito al primo turno del sollevamento pesi dopo mesi di polemiche infinite. Nel calcio femminile è scesa in campo Quinn, calciatorə del OL Reign e della nazionale canadese che ha dichiarato di essere transgender e di genere non-binario, preferendo i pronomi they/them in lingua inglese, di genere neutro, nel settembre del 2020. L’atleta trans e non binary Nikki Hiltz, biologicamente nata donna, ha invece corso a Parigi tra le donne.
Alle Paralimpiadi di Parigi 2024 ha partecipato l’italiana Valentina Petrillo, rimasta fuori dalla finale dei 400 metri. Alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina che prendono ufficialmente il via oggi scenderà infine in pista nel freestyle lo svedese Elis Lundholm, primo atleta trans nella storia delle Olimpiadi invernali.
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