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Dalla maglia ai ferri al fucile, la retorica del corpo gay e la fiction tossica superata dalla realtà

Tom Daley parla delle pressioni ricevute dal suo addestratore sportivo in adolescenza, mentre molti "gays" vanno in brodo di giuggiole per un campo marine che insegna ad uccidere.

Dalla maglia ai ferri al fucile, la retorica del corpo gay e la fiction tossica superata dalla realtà - Tom Daley Boots Trump War Propaganda - Gay.it
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Il tuffatore britannico Tom Daley, campione pluriolimpionico da sempre apertamente LGBTIAQ+, ha parlato di anoressia e bulimia in relazione alle pressioni ricevute, durante l’adolescenza, sulla propria forma fisica. Il corpo statuario di Daley è oggi una scintillante icona di quella perfezione fisica amata da una certa cultura gay che per molti decenni ha cercato nella conformità muscolare una via di accettazione e affermazione, tralasciando forse un’emancipazione più autentica dell’individuale peculiarità della singola persona.

Tom Daley
Tom Daley

Tuttavia proprio Daley negli anni ha sfumato la proiezione bidimensionale del maschio tutto nervi e muscoli, parlando apertamente della propria famiglia arcobaleno, ma anche della passione per il knitwear: a Tom piace lavorare a maglia. Le parole del campione britannico su disturbi alimentari e dismorfia corporea ci regalano l’occasione di riflettere sulla fluidità che la mascolinità va assumendo in modo sempre più evidente e su come questo cambio di stato stia innescando la reazione del vecchio mondo abbarbicato a schemi conformi all’identità di genere binaria dura e pura.

Proprio nel Regno Unito abbiamo assistito – con fragoroso gaudio di gran parte della comunità LGBTIAQ+ – alla celebrazione con la quale Re Carlo III ha voluto riabilitare i militari veterani LGBTIAQ+: una commemorazione che scocca con la precisione di un big-bang omonazionalista, considerando i venti di guerra che animano i governi dell’Occidente liberal-democratico (mentre scrivo gli Stati Uniti hanno appena schierato davanti al Venezuela del dittatore comunista Maduro il più imponente dispiegamento militare dalla crisi di Cuba del 1962). Il monumento inaugurato da Carlo III presso il National Memorial Arboretum di Staffordshire in ricordo di persone trans-bi-lesbo-gay che hanno dato la propria vita per il Regno Unito, giunge in un momento in cui negli USA – superpotenza leader dell’alleanza atlantica – la politica reazionaria dell’amministrazione Trump vorrebbe escludere le persone transgender dall’esercito.

Re Carlo veterani LGBT retorica guerra omonazionalismo
Nel Regno Unito Re Carlo ha voluto presenziare alla riabilitazione dei veterani LGBT che un tempo dovevano nascondere la propria identità.

A questa deriva transfobica a stelle e strisce, si va affiancando nelle ultime settimane una pelosa propaganda di guerra che vorrebbe cooptare le persone LGBTIAQ+ in quanto tali nella riproposizione di vecchi stereotipi di mascolinità binaria, utili alla retorica del marine pronto a uccidere. Il messaggio di retorica bellicista, in ottemperanza al subdolo schema del soft power americano, è stato affidato alla serie tv “Boots“, prodotta dalla giapponese Sony per l’americana Netflix. “Boots” mette in scena la riconciliazione tra desiderio queer e disciplina militare, trasformando la violenza di un campo marine, che Kubrick aveva spinto fino al parossismo nel suo “Full Metal Jacket“,  in un’estetica pop che esalta l’aspetto anti-discriminatorio – certamente sacrosanto – per mandare in visibilio milioni di gays manipolati dal sogno del conformismo muscolare binario, che nella serie è plasticamente scandito dal mantra “KILL KILL KILL“. L’eroe “sensibile” è ammesso purché iper-performante, muto sul conflitto e funzionale allo sforzo bellico. Certo, si tratta “soltanto di raccontare una storia vera“, ha scritto qualcuno commentando il nostro articolo di accusa alla serie. Ma è doveroso sottolinearne la retorica ipernormativa e revanscista, velata dal trucco dell’accusa, mossa proprio dal perfido Pentagono, di essere un prodotto woke. Una propaganda di violenza sistemica e culturale a cui la vessata comunità LGBTIAQ+ globale – non tutta – sembra incapace di reagire con spirito critico.

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Boots - Max Parker e Miles Heizer
Boots – Max Parker e Miles Heizer

Eppure nel 2025, e ormai già da qualche anno, la realtà racconta di vite queer come quella del corpo scultoreo di Tom Daley, papà gay che sferruzza colpi di maglia abbracciando i figli e sculetta esibendo sui propri glutei messaggi contro l’alcolismo, laddove proprio in una puntata di Boots l’alcol viene celebrato sotto traccia come strumento di liberazione dall’oppressione della disciplina tossica dei marine. È fiction contro realtà. Mentre la propaganda bellicista riporta a galla antichi stereotipi mediante narrazioni manipolatorie, uno dei calciatori più blasonati e vincenti al mondo, il britannico Jude Bellingham, sotto gli occhi dei riflettori per i suoi goal con il Real Madrid e la sua presenza in una campagna di Vuitton che celebra l’amore per i cani, rivendica senza mezzi termini il diritto alla vulnerabilità del maschio campione. Un altro giocatore, lo spagnolo Aitor Ruibal, sfoggia smalto e borsette e si chiede, come già l’italiano Bernardeschi qualche settimana fa, che problema ci sia con (eventuali) calciatori gay.

Omer e Mattia del Grande Fratello 2025
Omer e Mattia del Grande Fratello 2025

E ancora: è sempre fiction contro realtà. Al Grande Fratello italiano si consuma la messinscena erotica di un queerbaiting televisivo con il presunto etero bidimensionale, Omer, che flirta con un altro presunto etero apparentemente più fluido, Mattia. Eppure nella realtà il giovane creator geek/nerd italiano di nome Aclas.io un giorno inizia a chiacchierare con l’intelligenza artificiale e scopre che – forse forse – la mascolinità non è un destino biologico e che, sempre nella realtà, le identità di genere non seguono affatto lo schema binario. Ma vaglielo a dire ai marine di una fiction.

© Riproduzione riservata.

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