Rosario ha appena vent’anni quando, nel seminario ecclesiastico dove si prepara a diventare prete, subisce abusi psicologici e fisici: rinchiuso in stanze buie, costretto a spogliarsi di fronte ad altri partecipanti e a sottoporsi a inquietanti rituali per rinnegare la propria omosessualità. Ma l’età delle vittime delle terapie di conversione può essere ancora più bassa. Lo dimostra la drammatica testimonianza di una ragazza lesbica di appena sedici anni, obbligata dalla madre a subire un esorcismo per “curare” il proprio orientamento sessuale. Una realtà agghiacciante, denunciata ancora una volta quest’anno dalla campagna “Meglio a Colori” di All Out, che si batte contro queste pratiche aberranti.

Lo sappiamo tutti, ma è ancora un tabù: le terapie di conversione incarnano una violenza istituzionalizzata che sfida ogni principio di dignità umana. La stessa definizione terapia di conversione (viene spesso usata anche “terapia riparativa“) costituisce una maschera di legittimità dietro cui si nasconde una brutale repressione dell’identità, una negazione del diritto di essere sé stessi.

I dati diffusi dall’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali nel 2024 rimangono però agghiaccianti: una persona LGBTQIA+ su quattro è stata sottoposta a queste pratiche in Europa. Il 25%: una percentuale che descrive un fenomeno dalle proporzioni inquietanti e dai risvolti feroci. Depressione, ansia, pensieri suicidi: queste le conseguenze tangibili, le cicatrici lasciate da una tortura psicologica che pretende di “correggere” ciò che non è affatto sbagliato, ma semplicemente difforme dalla normatività etero-cisgender. Un abisso culturale da combattere.

L’Italia purtroppo non è immune da questa vergogna – anzi. Sebbene le terapie di conversione qui siano meno visibili rispetto ad altre realtà europee, la loro pratica, spesso sotto forma di percorsi religiosi o psicologici non regolamentati, rimane fortemente presente. E l’assenza di una legge che le vieti espressamente non solo espone le vittime, ma perpetua l’idea che queste pratiche abbiano una qualche legittimità.

Cosa sono le terapie di conversione?

Le terapie di conversione sono un insieme eterogeneo di interventi, spesso violenti e sempre dannosi, il cui obiettivo dichiarato è alterare o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere delle vittime attraverso manipolazioni mentali e fisiche, che spaziano da indottrinamenti psico-ipnotici – generalmente travestiti da “terapie” – a interventi medici non richiesti, trattamenti omeopatici, esorcismi e altre azioni motivate da una visione distorta e patologizzante delle identità LGBTIQ+.

Alla base si trovano due presupposti del tutto infondati: il primo è che l’orientamento sessuale o l’identità di genere siano scelte, deviazioni o manifestazioni di forze maligne o malattie; il secondo è che queste caratteristiche possano essere modificate, corrette o curate.

Il Rapporto delle Nazioni Unite del 2020 sull’argomento descrive le terapie e le pratiche di conversione come “interventi profondamente dannosi, fondati sull’idea, priva di basi mediche, che le persone LGBTQ+ siano malate”, capaci di infliggere sofferenze gravi, causare danni psicologici e fisici duraturi, senza alcuna giustificazione scientifica.

Sebbene la raccolta dei dati su queste pratiche sia spesso ostacolata dalla segretezza con cui vengono condotte, i numeri disponibili offrono un quadro inquietante. In Regno Unito, la National LGBT Survey del 2017 ha rivelato che il 5% degli intervistati ha ricevuto proposte di conversione per “curare” la propria identità e che il 2% ha effettivamente subito tali interventi. Per le persone transgender, le percentuali sono ancora più alte: il 4% ha vissuto l’esperienza diretta e l’8% ha ricevuto pressioni per sottoporsi a conversione.

In Svezia, un rapporto del 2022 ha stimato che il 16% dei giovani LGBTIQ+ abbia subito tentativi di coercizione per cambiare identità, con un ulteriore 5% esposto a minacce o danni legati a queste pratiche. Negli Stati Uniti, il Williams Institute ha calcolato che, solo fino al 2019, circa 700.000 persone LGBTQ+ erano state sottoposte a pratiche di conversione

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Dati che hanno spinto diversi Paesi dell’Unione Europea a introdurre divieti rigorosi nei confronti dei fornitori di tali “trattamenti”. Belgio, Cipro, Portogallo e Spagna, ad esempio, hanno recentemente adottato misure legislative per vietare le pratiche di conversione, riconoscendole come forme di abuso psicologico e fisico. Tuttavia, l’implementazione di tali divieti rimane a discrezione di ogni singolo Stato membro: in Italia, al contrario, non esiste alcuna normativa che regolamenti o vieti esplicitamente le terapie riparative. 

Vietare le terapie di conversione in tutta Europa: la raccolta firme

 

 

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Da anni le istituzioni europee evitano di affrontare il tema, rifugiandosi in tecnicismi e nella presunta mancanza di competenza giuridica. Da qui, l’iniziativa dell’associazione francese ACT, insieme ad altre realtà come Meglio a Colori, che ha avviato una raccolta firme con un obiettivo ambizioso: spingere l’Unione Europea a intervenire in modo deciso.

Non una semplice campagna di sensibilizzazione, ma una vera e propria Iniziativa dei Cittadini Europei, uno strumento ufficiale che consente a organizzazioni e associazioni di promuovere petizioni su temi di rilevanza sociale direttamente all’attenzione della Commissione Europea.

Un milione di firme costringerebbe infatti l’Unione Europea a intervenire con una proposta legislativa a livello comunitario, per colmare un vuoto normativo che finora ha consentito il protrarsi di queste pratiche aberranti. È un’occasione rara, forse unica, per trasformare l’indignazione in azione concreta. Per ora, sono 130.000 firme già raccolte, ma ne serviranno un milione; ecco come dire la tua:

  • visita il link ufficiale dell’iniziativa;
  • compila il modulo di sostegno con i tuoi dati personali (nome, cognome, data di nascita, indirizzo, documento d’identità) ANONIMATO GARANTITO
  • rivedi i dati inseriti e conferma la firma; (facilmente con SPID)
  • invia il modulo per completare il processo.

Vietare le terapie di conversione significherebbe, come prima conquista, definire chiaramente queste pratiche per quello che sono: un attacco diretto alla dignità e all’autodeterminazione delle persone LGBTQIA+. La petizione si pone dunque l’obiettivo di dare forma una legislazione che proibisca in tutta Europa ogni tentativo di modificare o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere, sia attraverso interventi di natura psicologica sia in ambiti sanitari, religiosi o educativi.

Se la proposta arrivasse a concretizzarsi in una direttiva europea, avrebbe conseguenze di ampia portata. Ogni Stato membro sarebbe obbligato a recepire il divieto, assicurandone l’applicazione attraverso strumenti penali, civili o amministrativi. Sarebbe una svolta decisiva, che permetterebbe non solo di punire i responsabili, ma anche di proteggere chi rischia di essere vittima di questi abusi. Bambini, adolescenti e adulti vulnerabili sarebbero finalmente tutelati da un sistema che riconosce la pericolosità e la gravità di queste pratiche.

Inoltre, un simile intervento legislativo manderebbe un chiaro segnale: il consenso, spesso utilizzato come giustificazione dai sostenitori delle terapie riparative, non può essere considerato valido in questo contesto. La natura manipolatoria di questi interventi rende infatti impossibile qualsiasi forma di scelta realmente libera. La petizione chiede una legge che preveda circostanze aggravanti per i casi che coinvolgono professionisti sanitari, minori o persone vulnerabili, con sanzioni come il ritiro delle licenze, la chiusura delle strutture coinvolte e la revoca di finanziamenti pubblici.

Ma vietare le terapie di conversione non significa solo punire; implica anche fornire supporto alle vittime. La petizione chiede dunque che vengano messe a disposizione risorse per l’assistenza legale, psicologica e medica, oltre a meccanismi di riparazione e riabilitazione.

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