Era il 21 marzo del 2023 quando l’Uganda approvava una delle più feroci leggi anti-LGBTQIA+ mai viste, non solo nel continente africano, ma nel mondo intero.
L’iter legislativo dell’Anti-Homosexuality Act è però andato incontro a diverse battute d’arresto e intense pressioni internazionali: a fronte di una normativa destinata a creare un vero e proprio regime del terrore, Stati Uniti ed Europa hanno più volte minacciato il ritiro dei fondi internazionali, un’arma economica che ha momentaneamente frenato l’approvazione.
Ma alla fine, il parlamento ugandese ha dato luce verde a una legge che legalizza l’omofobia di stato, definendo nuove frontiere per la discriminazione istituzionale. E se oggi gli unici due parlamentari che hanno dato il proprio diniego alla normativa mettono in fila le catastrofiche conseguenze economiche a quasi due anni dall’approvazione, un nuovo attore è pronto a insinuarsi dove l’Occidente si ritira: la Russia di Vladimir Putin.
Cosa prevede la legge anti-LGBTQIA+ in Uganda?
Nella top 5 delle leggi anti-gay più aspre al mondo secondo Amnesty International, l’Anti-Homosexuality Act del 2023 introduce pene sproporzionate a danno della comunità LGBTQIA+, che includono l’ergastolo per coloro che ne fanno parte, la pena di morte per il reato di “omosessualità aggravata” e fino a 20 anni di carcere per chi promuove o tutela i diritti delle minoranze sessuali.
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Le conseguenze non sono però solo a livello istituzionale. Una legge che codifica la persecuzione dà certamente carta bianca alle autorità, ma anche a privati cittadini, ben disposti ad approfittare del clima di terrore per scagliarsi su una minoranza vulnerabile.
Un arretramento dei diritti umani che ha portato a conseguenze devastanti non solo per la comunità LGBTQIA+, ma anche per l’economia ugandese. Nel primo anno dalla sua entrata in vigore, il paese ha perso tra i 470 milioni e 1,6 miliardi di dollari, secondo un rapporto di Open for Business.
La Banca Mondiale ha sospeso – anche se non del tutto – i nuovi finanziamenti, e molti investitori hanno ritirato i loro capitali, impauriti da un contesto politico sempre più instabile. Il turismo, una delle principali fonti di reddito, ha subito un crollo vertiginoso, mentre le organizzazioni sanitarie, soprattutto quelle impegnate nella lotta contro l’HIV/AIDS, hanno ridotto le loro operazioni per timore di essere accusate di “promozione dell’omosessualità“.
L’alleanza Russia e Uganda sancita con le armi
In questo scenario di isolamento economico, l’Uganda ha però ben presto trovato un nuovo alleato geopolitico: la Russia. Nel persistente piano di rafforzare la sua influenza in Africa, Vladimir Putin ha infatti elargito con un accordo con il presidente Museveni ben 100 milioni di dollari, una cifra pari al 10% del budget annuale per la difesa ugandese.
“Regalo” che si inserisce in una rete di accordi militari e diplomatici volti a rafforzare il legame tra Kampala e il Cremlino, rapporto che Museveni stesso definisce strategico per contrastare la “prepotenza coloniale” dell’Occidente. Il sostegno russo, dopotutto, non arriva senza un costo, ma appare in tutto e per tutto un nuovo tentativo di rafforzare l’area di influenza in Africa orientale e in Uganda, storicamente più vicina agli USA e all’Occidente. Sono solo supposizioni, naturalmente, perché il portavoce delle forze armate di Kampala, Felix Kulayigye ha tenuto massima segretezza su come verranno impiegati i fondi.
E così, Russia e Cina, con la loro abilità di fornire risorse economiche e militari senza chiedere riforme democratiche, stanno ridefinendo gli equilibri globali. E in questo gioco di potere, i diritti umani sembrano essere la prima pedina sacrificabile.
