L’ascesa delle ultradestre e dei movimenti anti-LGBTQIA+ spiegata in 5 punti fondamentali

La storia è davvero sempre destinata a ripetersi?

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meloni orban
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Marsha P. Johnson descriveva la storia come un insieme di “realtà cumulative” piuttosto che un processo inevitabile.

Spesso, di fronte a un presente incerto e instabile sotto molteplici aspetti, alcun* sono però inclini a formulare teorie eccentriche e a sfiorare il complottismo per trovare conforto in una spiegazione semplice e rassicurante, basandosi sull’idea che la storia sia destinata inevitabilmente a ripetersi.

L’osservatore attento – ma soprattutto memore – ha invece la capacità di individuare e riconoscere segnali e pattern che anticipano i cambiamenti, rivelando un razionale certamente meno fantasioso, ma molto più radicato nella realtà.

Se negli ultimi decenni i movimenti per i diritti umani e civili hanno conseguito notevoli successi nella lotta per l’accettazione e la valorizzazione delle identità LGBTQIA+, è innegabile che, a seguito della pandemia e dell’aggravarsi della crisi economica già diffusa, queste battaglie siano state messe in secondo piano.

Ma cosa succede quando un mondo che è ancora lontano dall’assicurare l’universalità dei diritti allenta la presa? Chi si inserisce per trarne vantaggio e in che modo si fa strada? La questione è complessa e ricca di sfaccettature, ma può essere sintetizzata in alcuni punti chiave che offrono una maggiore comprensione di come si sia giunti alla desolante situazione attuale.

L’ascesa delle ultradestre

Nel 2021, Gay.it criticò aspramente l’inerzia della comunità LGBTQIA+ di fronte alla crescente presenza, all’epoca ancora non troppo marcata, dei movimenti neofascisti nelle città italiane.

Qui Milano cuore nero, all’aperitivo fingiamo che i camerata di Giorgia Meloni non esistano

In quel periodo, una destra politica precedentemente derisa per la sua superficialità stava organizzando il suo grande comeback, sfruttando la compiacenza di una società troppo confortata e apparentemente protetta da quella norma costituzionale che proibisce il fascismo e ne vieta l’apologia.

Il problema con i movimenti populisti di destra, come quello che attualmente ci governa, è la loro propensione a usare un linguaggio semplice e diretto. A differenza dei sofismi e delle analisi complesse tipiche della sinistra, il linguaggio dell’ultradestra sa colpire l’istinto delle persone quando necessario. E, nel contesto post-pandemico di una crisi economica complessa, c’era un evidente bisogno di semplificazione.

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Nel tardo 2022, Giorgia Meloni viene eletta presidente del consiglio. A pochi mesi di distanza, inizia la sua crociata ideologica contro le famiglie arcobaleno.

Espandendo la prospettiva a livello globale, coloro che si oppongono alla parità di diritti umani hanno gradualmente e inesorabilmente iniziato a sfruttare l’instabilità sociale, economica e politica per guadagnare consenso.

Il loro scopo, quello di infiltrare convinzioni reazionarie nel dibattito pubblico e di annullare i progressi ottenuti dai membri di gruppi marginalizzati, impiegando questi ultimi come capri espiatori attraverso una retorica persuasiva e calibrata.

“Si stava meglio quando si stava peggio”: la tradizione viene spogliata delle sue componenti più oscure e ripresentata in chiave nostalgica, come un modello sociale e politico ideale. Tale narrativa punta il dito contro il progresso, visto come diretto responsabile della distruzione di un mondo semplice e naturale esistito in precedenza, ignorando volutamente il principio secondo cui correlazione non implica causalità.

Una strategia basata sulla paura

La parola chiave è compattezza: nei movimenti ultraconservatori non c’è spazio per il contraddittorio nè per le sfumature, poiché, a differenza dei movimenti progressisti, il dibattito e il dissenso sono visti come minacce di frammentazione che potrebbero compromettere seriamente la scalata al potere.

La loro retorica tradizionalista categorizza il mondo in termini di buoni e cattivi, bianco o nero, e qualsiasi deviazione è vista come un’eccezione da valorizzare o demonizzare secondo necessità. Su questo ultimo punto, i movimenti ultraconservatori hanno saputo conquistare il consenso di una parte della comunità LGBTQIA+ che, insicura, ha internalizzato l’odio verso di essa.

Il mondo queer è frequentemente etichettato come malato e perverso, descritto come una forza indottrinante che mira a corrompere e sessualizzare le nuove generazioni.

drag queen legge ai bambini
Una drag queen impegnata in un evento di sensibilizzazione sulla diversità rivolto all* bambin* negli Stati Uniti.

Questa strategia è intenzionalmente progettata per alimentare ansia e paura nei confronti dell’altro. Dopotutto, non è forse la paura il sentimento che più di ogni altro ci spinge a mettere da parte la ragione?

La stessa retorica viene quindi applicata allo “straniero” e la sua presunta volontà di sostituzione etnica, alle persone con disabilità, viste come elementi di disturbo da isolare, e contro le donne che scelgono l’aborto, etichettate ingiustamente come colpevoli di omicidio. Un approccio che mira quindi a creare una divisione marcata tra chi possiede privilegi e chi no, perché preservare quelli esistenti è molto più semplice che estendere i diritti a tutt*.

I diritti umani diventano negoziabili

In un periodo storico in cui le strategie della destra ultraconservatrice mostrano una crescente efficacia, il loro successo apre la via a un progressivo smantellamento dello stato di diritto. Questo processo tende a consolidare i privilegi di una popolazione ritenuta “meritevole”, mentre marginalizza, incolpa e, infine, criminalizza coloro che non rientrano in questa categoria.

Questo fenomeno non è nuovo. Anche prima dell’ascesa visibile dei movimenti ultraconservatori, certi diritti fondamentali sono stati costantemente presentati come argomenti aperti a dibattito e negoziazione. Questa rappresentazione risulta però oggi particolarmente vantaggiosa per coloro che aspirano a revocarli.

Un esempio emblematico è il movimento TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminist). In questo contesto, i diritti delle persone transgender vengono distorti e contrapposti ai diritti delle donne, seguendo una retorica che nega le discriminazioni di genere subite dalle donne transgender o che le dipinge addirittura come una minaccia per i diritti, la sicurezza e gli spazi delle donne cisgender.

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Il movimento TERF contesta il Pride di Cardiff, dissociandosi dalla comunità LGBTQIA+.

Tali narrazioni, che si adattano ai diversi contesti culturali, tendono a ridurre la lotta per i diritti LGBTIQ+ a un conflitto generazionale, inserendola all’interno di una più vasta ‘guerra culturale’ e, in alcuni casi, come manifestazione di un’agenda imperialistaun fenomeno osservato in diversi contesti africani.

Molti di questi racconti presentano le identità trans e non binarie come concetti moderni o esclusivamente occidentali, ignorando la ricca e variegata storia di diversità nei comportamenti sessuali, nelle identità di genere, nelle espressioni di genere e nelle caratteristiche sessuali che caratterizzano molte culture, in particolare quelle del Sud del mondo.

Infine, queste lotte vengono spesso minimizzate e indebolite agli occhi dell’opinione pubblica, fino a diventare bersaglio di attacchi diretti. Il paradosso sta nel fatto che i movimenti ultraconservatori investono significative risorse in ciò che definiscono battaglie ‘insignificanti’, rivelando così la natura strategicamente calcolata delle loro azioni.

Gli ostacoli vengono eliminati

Negli ultimi tempi si è intensificato il dibattito sul diritto di dissenso e sulla protesta pacifica, in un contesto dove lo stato appare sempre più autoritario. Tuttavia, la repressione violenta non rappresenta l’unico strumento a disposizione dell’ultradestra.

Nel 2021, il rapporto del Global Equality Fund statunitense ha evidenziato come diversi governi a livello mondiale abbiano ridotto i finanziamenti destinati alle organizzazioni per i diritti umani, inclusi quelli per i diritti LGBTQIA+. Oltre alla riduzione dei fondi, sono state introdotte regolamentazioni sempre più rigide sull’utilizzo di queste risorse.

Questa politica ha avuto effetti a catena, accrescendo la diffidenza verso gli investimenti nelle cause LGBTQIA+. Molti temono che le restrizioni imposte non permettano un impiego efficace e appropriato dei fondi raccolti.

In alcuni stati, le autorità hanno inoltre promulgato normative che proibiscono la cosiddetta “propaganda” LGBTQIA+ o omosessuale, complicando notevolmente le attività delle organizzazioni. Leggi che ostacolano la registrazione, l’organizzazione e la raccolta di fondi esteri per le associazioni LGBTQIA+, sotto la giustificazione di contrastare “l’influenza straniera. Alcuni governi hanno persino bandito tutti gli eventi LGBTIQ+ con la scusa di “garantire la sicurezza pubblica“.

La contrazione degli spazi civici, inclusi quelli digitali, ha aggravato questa problematica. La difficoltà di sopravvivenza delle principali organizzazioni per i diritti umani ha portato molte di esse a diventare riluttanti o incapaci di supportare gruppi minori o iniziative specificamente dedicate alle persone LGBTQIA+.

I difensori dei diritti umani si trovano quindi a operare in condizioni estremamente ardue – se non pericolose. La loro vulnerabilità è accentuata dalla scarsità di supporto pubblico, finanziamenti e spazi per la difesa personale. Frequentemente, sono soggetti ad arresti, molestie, torture e persino omicidi. In particolare, donne, ragazze e persone con identità di genere diverse rimangono marginalizzate dai processi decisionali globali.

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Come conseguenza dell’inasprimento delle leggi anti-gay in Uganda, l’ultima associazione LGBTQIA+ ancora operante chiude i battenti.

Le voci delle persone LGBTIQ+ sono spesso escluse dai dibattiti mediatici e politici su temi che le riguardano direttamentelo abbiamo visto in Italia con il dibattito sulla triptorelina – e la loro posizione contestata in numerosi paesi le rende incapaci di partecipare efficacemente ai processi decisionali cruciali, dove sarebbe fondamentale ascoltare il loro contributo.

La soluzione sta nell’intersezionalità

L’arma più efficace a disposizione dei movimenti progressisti è la stessa utilizzata dai loro oppositori: la compattezza. I gruppi che si battono per i diritti umani – al di là delle differenze – hanno tutti lo stesso obiettivo: costruire società più sicure ed eque, condividendo obiettivi comuni nella loro lotta contro il patriarcato, il razzismo, il colonialismo, l’abilismo, il classismo e altre forme di oppressione.

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La formazione di coalizioni tra le parti che subiscono attacchi ai diritti è essenziale per opporsi efficacemente all’avanzata della macchia nera. Questo processo include però prima di tutto il contrasto alla disinformazione che tenta di creare divisioni e contrasti tra i diversi gruppi.

Unendo risorse e forze e adottando approcci intersezionali, intergenerazionali e multi-stakeholder, queste alleanze sono in grado di affrontare non solo specifiche regressioni sui diritti, ma anche campagne e movimenti reazionari su scala più ampia.

I movimenti LGBTQIA+ collaborano storicamente con le iniziative femminili e pro-democrazia, formando radici comuni e solidali: perché non rafforzare tale legame?

Gli obiettivi di giustizia intersezionale e di parità possono essere realizzati solo se tutt* sono integrat* in un movimento ampio e intersezionale, che si fonda sui principi di universalità e indivisibilità dei diritti umani.

È quindi fondamentale che sostenitori e organizzazioni femministe, anziché ritirarsi, procedano con determinazione e collaborazione, consapevoli che la salvaguardia dei diritti umani di alcuni è intrinsecamente legata alla protezione dei diritti di tutt*.

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