È possibile superare la polarizzazione tra le due anime politiche della comunità LGBTIAQ+ italiana? Esiste la volontà di costruire una piattaforma di rivendicazione e battaglia politica nella quale movimenti più radicali e associazionismo più istituzionalizzato convergano per fronteggiare l’assalto delle destre? La comunità LGBTIAQ+ italiana saprà dotarsi di una voce unitaria che vada oltre le peculiarità e le territorialità per respingere la cancellazione in atto delle identità non cis e non etero? Il Cassero di Bologna, una delle più antiche e influenti realtà di attivismo LGBTIAQ+ italiane, vitale laboratorio politico e culturale, è intervenuto sul metodo politico e sulle modalità organizzative dell’annunciata mobilitazione del prossimo 17 Maggio, la quale – secondo il circolo bolognese – deve accogliere e rappresentare il dissenso, anche quello più radicale, e non anestetizzarlo.
Come noto, il 29 marzo, presso il Circolo Mario Mieli di Roma, si è svolta un’assemblea nazionale del movimento LGBTQIA+ convocata dalla rete “La Strada dei Diritti“. Oltre 200 persone e più di 50 associazioni da tutta Italia hanno partecipato a quella che è apparsa come una prima, rara occasione negli ultimi anni di confronto collettivo per reagire alla deriva repressiva del governo Meloni.
Un’assemblea che dovrà emettere un documento condiviso – ad oggi non pervenuto – e che ha annunciato la mobilitazione radicale e condivisa per il prossimo 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia. Una data che potrebbe segnare un punto di svolta per il movimento LGBTQIA+ italiano, ma che ha anche sollevato tensioni, critiche e domande sul reale grado di rappresentanza e conflittualità.
La voce della rete trans: “Quella piazza deve parlare di noi”

Ieri, in un’intervista a Gay.it, Miki Formisano, portavoce della rete Italia Trans Agenda, ha sottolineato la centralità delle soggettività trans e non binarie nella costruzione della mobilitazione. “È questo governo ad aver accelerato un attacco esplicito contro la nostra comunità“, ha detto Formisano. “A tale attacco radicale, noi dobbiamo rispondere con una mobilitazione di resistenza“.
Formisano ha anche ribadito la necessità che il 17 maggio sia una piazza visibilmente trans: “Se nella libertà di partecipazione non si sente l’urgenza di riempire quella piazza di bandiere trans, allora siamo di fronte a una comunità ancora divisa“.
La lettera del Cassero: critiche, domande e cinque proposte
A intervenire ora è il Cassero di Bologna, recentemente critico con l’incontro tra Arcigay e Roccella, con una lettera aperta rivolta all’assemblea romana e al percorso di “La Strada dei Diritti” nato nel 2022. Il tono è critico, ma non rinunciatario: l’obiettivo è spingere verso una mobilitazione che sia realmente unitaria, inclusiva e capace di coinvolgere anche i movimenti radicali storicamente rimasti ai margini del dialogo con l’associazionismo mainstream.
Il Cassero ricorda le esperienze di convergenza nate dal percorso di “Stati Genderali“ e denuncia il rischio che la radicalità venga ridotta a immagine più che a contenuto. Il circolo bolognese sottolinea inoltre la scarsa partecipazione dei movimenti transfemministi, antirazzisti e antifascisti all’assemblea del 29 marzo:
“Nominarli e convocarli non basta, serve creare spazi realmente attraversabili“.
Stati Genderali è un percorso politico avviato nel 2021 da soggettività LGBTQIA+ e disabili. Nacque per reagire all’affossamento del ddl Zan. Attraverso assemblee nazionali e tavoli tematici ha promosso un’elaborazione intersezionale, transfemminista, radicale e dal basso, ponendo al centro autodeterminazione, alleanze e lotte condivise. Un laboratorio politico preziosissimo che ha seminato e dato vita a un diffuso fervore radicale nella comunità LGBTIAQ+ italiana in tutto il Paese, ha influenzato molte realtà territoriali, nonché generato la nascita di molti Pride antagonisti. Al punto che è legittimo chiedersi se la radicalizzazione dei quasi 60 Pride che ci saranno quest’anno in Italia non sia il vero obiettivo politico da fissare.
La lettera del Cassero offre cinque proposte operative, tra cui la necessità di rendere l’assemblea del 29 marzo solo l’inizio di un percorso più democratico, continuo e radicale.
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UN 17 MAGGIO RADICALE E UNITARIO È POSSIBILE?
Lettera aperta sull’assemblea della Strada dei Diritti al Mieli
Sabato 29 marzo il Circolo Mario Mieli, dopo ben 9 anni (dal dibattito sulla legge Cirinnà del 2016), ha aperto le sue porte per un’assemblea nazionale convocata dal comitato La Strada dei Diritti. E noi c’eravamo.
Come Cassero abbiamo condiviso il processo verso questa data con l’assemblea cittadina Spazi Liberi per tutte le frocie e abbiamo costruito un posizionamento critico da portare a Roma. L’assemblea bolognese nasce come risposta ai quattro attacchi fascisti subiti dal Cassero da novembre 2024 a gennaio 2025 ed è composta da movimenti antifascisti, transfemministi, studenteschi, sindacati, movimenti per la casa, contro il razzismo, per la Palestina libera, contro la repressione, per l’ambiente e contro il riarmo.
Questo ci è sembrato il contenitore ideale in cui condividere questa prima insperata apertura del movimento LGBTQIA+ mainstream ai movimenti. Perché, ci teniamo a sottolinearlo, la vera novità di questa assemblea è l’apertura da parte delle associazioni nazionali istituzionali nei confronti di tutto ciò che è sempre rimasto al di fuori, perché troppo radicale, troppo rivoltoso, troppo disturbante, e non il fatto che alcune realtà “radicali” abbiano ceduto e abbiano accettato di sedersi al tavolo. Non c’è mai stato nessun tavolo. E quando, stanche dell’ennesimo fallimento della politica istituzionale con l’affossamento del ddl Zan siamo state noi a provare a crearlo con la piattaforma di Stati Genderali LGBTQIA+ & Disability, tale tentativo è stato boicottato e cancellato.
È evidente che l’intuizione di Stati Genderali è stata tardivamente riconosciuta da alcune associazioni che hanno attraversato quel percorso. È stato necessario vedere il fascismo al potere in Italia e negli Stati Uniti per scatenare una reazione più forte da parte del movimento LGBTQIA+. Non è bastato l’affossamento di un ddl contro le discriminazioni che in varie forme il parlamento tenta di approvare da 30 anni. Non è bastato il fatto che in tutti questi anni abbiamo portato a casa solo una legge discriminatoria per le unioni civili, che lascia i/le figli* di coppie omogenitoriali esposte alla violenza sociale e istituzionale che ora vediamo dispiegarsi con la legge Varchi e la cancellazione degli atti di nascita.
Il processo di Stati Genderali, nato nel 2021, si è articolato in una lunga serie di assemblee nazionali tra Roma, Bologna, Palermo e Torino, e in una serie di tavoli di elaborazione che hanno prodotto una grande quantità di materiale sia di analisi della fase politica e dei potenziali sviluppi, sia di elaborazione di strade percorribili in ottica intersezionale: autodeterminazione di genere; educazione, scuola e università; lavoro, welfare e migrazioni interne; disabilità e neurodivergenze; legami queer: dagli affetti al lavoro di cura; bi+ e aspec.
SG ha prodotto una convergenza tra la lotta dei lavoratori della GKN e le lotte queer, oltre a promuovere l’attraversamento attivo dei sindacati da parte di persone LGBTQIA+. Il tavolo autodeterminazione ha elaborato una proposta di superamento della legge 164, partendo dai bisogni e desideri delle persone trans* e ha organizzato la manifestazione del 18 giugno 2023 a San Donà di Piave per il suicidio di Chloe Bianco. Il tavolo famiglie ha costruito una lista di istanze legislative sul tema del riconoscimento dei legami affettivi e del lavoro di cura. I tavoli disabilità e neurodivergenze e bi+ e aspec sono stati primissimi tentativi di creazione di spazi di elaborazione e confronto nazionali delle soggettività in questione.
Sabato 29 marzo a Roma ci siamo sentite molto distanti da tutto questo, in un’assemblea che non vedeva, a differenza di quanto pubblicizzato, una grande partecipazione dei movimenti radicali, anzi la loro assenza risuonava in forte contrasto con la convocazione. Per determinare un nuovo passo del movimento è importante partire con l’essere oneste: i movimenti alla chiamata del 29 non hanno risposto. Le realtà presenti all’assemblea erano quelle che hanno sempre tenuto un atteggiamento di dialogo nei confronti dell’associazionismo e anzi, da anni ormai si sono impegnate nella costruzione di convergenze sempre più strategiche, professando la pericolosità del dualismo associazioni/movimenti, che ha sempre indebolito la nostra lotta.
Partiamo con il chiederci: perché i movimenti transfemministi, antirazzisti, antifascisti e ecologisti non hanno risposto? Forse perché semplicemente nominarli e convocarli non basta e rischia di essere percepito come una strumentalizzazione. Allargare le istanze e intessere reti contro tutte le oppressioni che hanno tra le loro matrici fascismo e patriarcato è una necessità per noi imprescindibile di fronte alle nuove destre estreme. Ma per coinvolgere i movimenti bisogna creare spazi realmente attraversabili per tutte le soggettività, comprendere e interscambiare pratiche di lotta differenti, riuscire a condividere visibilità e parola. Le associazioni LGBTQIA+ sono pronte a farlo? Siamo pronte a farlo?
Abbiamo alcune proposte per le compagne della Strada dei Diritti:
- Proponiamo che l’assemblea del 29 marzo a Roma non sia l’ultima, ma la prima di un percorso di confronto e co-costruzione a lungo atteso
- Proponiamo che l’immaginario di radicalità non influenzi solo l’estetica e la comunicazione della mobilitazione del 17 maggio ma permei soprattutto i contenuti
- Proponiamo che si implementi maggiormente la partecipazione, l’orizzontalità e la democraticità dei lavori in vista della mobilitazione: tutti i tavoli devono poter continuare i lavori, è importante creare uno spazio di confronto anche se virtuale
- Proponiamo che si riconosca il valore della partecipazione critica e che non si demonizzi il dissenso interno alla comunità
- Proponiamo che il percorso della Strada dei Diritti non si posizioni come un punto di partenza ma come una tappa in continuità con le politiche frocie dell’ultimo decennio portate avanti sia dalle associazioni che dai movimenti, perché possano realmente confluire in una mobilitazione unitaria
Questa lettera aperta vuole essere un documento dialogante e collettivo. Per sottoscriverla o per risponderci, invia una mail a [email protected]: la versione aggiornata è disponibile sul nostro sito.

