Il maschio antico, quello temprato nell’acciaio della conquista e dell’orgoglio, agonizza come un animale ferito: sbraita, sputa, si dimena nella sua stessa melma, si agita contro la propria ombra, deciso a trascinarci nell’inferno del suo rancore. È il patriarca di ieri e di sempre, custode di un ordine che crolla, e mentre cade si aggrappa ai nostri piedi: un dio minore che non vuole morire, un re nudo che ancora crede di regnare. Lo si sente nelle frasi stridule della politica che rifiuta qualsiasi ri-educazione, trabocca persino dalla bocca di certe donne di potere, starnazza patetico nel sarcasmo tossico di certe piazze digitali, nella nostalgia cieca di chi confonde forza con dominio.
Ma la sua agonia non è una festa; è un rumore sordo che ci riguarda, perché quell’uomo è stato anche il nostro specchio. Ogni suo rantolo ci interroga: quali complicità, quali silenzi hanno nutrito la sua arroganza? La fine del patriarcato è un lento disfacimento che chiede di essere guardato in faccia, turandosi il naso, ma aprendo bene gli occhi.
- Per scoprire che esistono già maschi gentili (anche etero e anche cis), sebbene la gentilezza talvolta assuma le sembianze della massima e più subdola forma di potere (you know mansplaining).
- Per parlare di maschi che scelgono la vulnerabilità, che inventano paternità e desideri fuori dai copioni, che si scoprono capaci di cura e di ascolto. Maschi che smettono di recitare la parte del dominatore e che, nella fragilità, trovano la loro forza più inaudita. Una mascolinità altra, possibile, che non ha bisogno di vincere per esistere.

HEY MAN! Festival 19-21 Settembre
E infatti, c’è un che di imprevisto, e persino di spiazzante, in un festival che osa chiamarsi HEY MAN! come se l’uomo, il maschio, potesse finalmente sentirsi apostrofato. Non nel tono virile da spogliatoio, ma con la sottile ironia di chi sospetta che la virilità – quella vera, quella prescritta e tramandata – sia ormai un costume d’epoca, un travestimento un po’ logoro. Sarà a Milano, città abituata a travestirsi, e sarà alla Fabbrica del Vapore.
Cos’è la mascolinità tossica? Qui ve lo spiega Lina Galore (perfetta: VIDEO!). E dove sono i calciatori gay?
Dietro al Festival c’è la complicità di Mica Macho e dell’Osservatorio Maschile, due realtà che, con l’appoggio del Comune e dell’Assessorato alla Cultura, hanno deciso di trasformare l’autoironia in metodo, come farà Nicholas Galitizine con il prossimo He-Man Dominatore dell’Universo (nientemeno!) . Se vi aspettate un tribunale del patriarcato, siete fuori pista: nessun tribunale e nessun giudizio, come direbbe Jacopo Ettorre (intervista!). Sembra, da quanto si evince, un laboratorio per smontare il patriarcato (sempre seducente) pezzo dopo pezzo. Un invito a pensare l’uomo come un esperimento in corso: fragile, curioso, persino riformabile. Nuovi paradigmi, come Tom Holland ballerino sotto la pelle del nuovo Spiderman.

Il programma è un manuale di tentativi e inciampi. Si parla di hikikomori e incel, di padri in cerca di un presente, di femminismo “che serve anche agli uomini” (Lucy Sante docet), di trap e identità maschile, di desiderio come gabbia o libertà. Si scava nel rapporto tra amore e violenza con Lea Melandri, si gioca con i cliché del gaming (talvolta reazionario), si scomodano i nerd, e si chiede:
“Perché gli uomini votano più a destra?”
ma anche (con la partecipazione di Pietro Turano > video-intervista >):
“Anche gli uomini si oggettificano?”
Frank Matano scherza sul politicamente corretto (“Non si può più dire niente?”), mentre Linus immagina “gli uomini del futuro”. Persino il consenso diventa materia da talk, come fosse un ingranaggio da testare e non un dogma.
Le presenze sono un mosaico dissonante: dal rapper Vegas Jones al creator OnlyFans Samuele Cunto (qui la nostra intervista video al creator etero per contenuti hot gay). C’è Gino Cecchettin – padre che ha trasformato il dolore in battaglia contro la violenza di genere. Segnalo con vigore la presenza di Diana Anselmo, artista sorda e lesbica, che ricorderà come la mascolinità si definisca anche attraverso chi maschio non è, o non vuole esserlo nei modi canonici.
HEY MAN! non predica la fine dell’uomo, ma racconta il suo lento scorticamento. Talk, workshop – dall’autocoscienza maschile alle microaggressioni, dalla paternità condivisa ai lavori di cura – sembrano assai interessati a mettere il dito nella crepa: l’uomo come costruzione sociale, il maschio come spettacolo da ripensare. Il maschio come i pantaloncini smutandati di Yamine Lamal che tanto fa arrabbiare i dinosauri del vecchio secolo.
Il tema del narcisismo sembra forse taciuto, a leggere i titoli di incontri e chiacchiere del programma di questo festival che sta generando un grasso chiacchiericcio tra i Navigli milanesi. Ma forse è proprio qui il senso dell’imprevisto: ce ne aveva parlato Andrea Arru in un’intervista passata troppo in sordina: ti butti senza certezze e scopri cose nuove, anche di te.
Per scoprire che il maschio, se si lascia guardare, può diventare altro. Può non cadere nello stagno-specchio-riflesso (cit) come fu per Narciso. Sarebbe il primo passo per liberarsi dal vecchio costume peloso di virilità forzuta e feroce. Per restare nudi, certo. Nudi, e non per piacersi, quanto per rinascere. Ché questa agonia necessita di eutanasia. Morire. E poi tornare a nuova vita. Chissà.
