La Turchia continua a scivolare lungo un pendio sempre più oscuro, mentre la comunità LGBTQIA+ viene nuovamente trasformata nel bersaglio simbolico di una repressione che va ben oltre i diritti civili. È il risultato di un autoritarismo in costante espansione, radicato nella brutalità con cui nel 2013 furono soffocate le proteste di Gezi Park e consolidatosi dopo il fallito colpo di Stato del 2016, quando Erdoğan approfittò dello stato d’emergenza per eliminare ogni forma di dissenso e accentrare nelle proprie mani un potere quasi totale.
In questo quadro emerge con sempre più chiarezza l’intento del regime del neo-sultano di configurare una vera e propria legge anti-LGBT nel paese, che gli organi preposti discutono da mesi, con passaggi legislativi che man mano sembrano inasprire i provvedimenti verso le identità non cis e non etero.
Il governo turco ha presentato la bozza del suo undicesimo pacchetto di riforma giudiziaria, che include una serie di nuove norme che andranno a criminalizzare la comunità LGBTQIA+. È questo lo stato di avanzamento di un pacchetto di norme già annunciato ad inizio 2025 e rilanciato nel corso dell’anno più volte.
Secondo l’emendamento proposto, “chiunque intraprenda, incoraggi pubblicamente, elogi o promuova atteggiamenti o comportamenti contrari al proprio sesso biologico alla nascita e alla moralità pubblica sarà punito con la reclusione da uno a tre anni“.
Le persone trans rischiano quindi il carcere. L’età legale per la riassegnazione chirurgica del sesso aumenterà inoltre da 18 a 25 anni, mentre i requisiti per sottoporsi a tali procedure diventeranno più severi.
La proposta, scrive TurkiyeToday, interesserà anche le piattaforme digitali con personaggi o storie LGBTQ+. Secondo la bozza, l’articolo 225 del Codice Penale turco, intitolato “Atti osceni“, verrà modificato per includere una nuova clausola che criminalizza le espressioni di genere e sessualità ritenute in contrasto con “il sesso biologico e la moralità pubblica”.
Una censura preventiva di stampo mediatico in linea con quanto già avvenuto in Russia e Ucraina, contro la cosiddetta “propaganda LGBT”.
Le coppie dello stesso sesso che oseranno celebrare cerimonie di fidanzamento o matrimonio potrebbero incorrere in pene detentive da un anno e mezzo a quattro anni.
La pena per “atti sessuali in pubblico o esibizionismo“, attualmente fissata tra sei mesi e un anno, verrebbe anch’essa aumentata da uno a tre anni.
Il presidente del gruppo parlamentare del partito AKP, Abdullah Guler, ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna bozza di legge che proponga pene detentive per le persone LGBTQ+ nell’11° Pacchetto di Riforma Giudiziaria, a seguito del rapporto di T24. E ha aggiunto: “Non abbiamo ricevuto una bozza del genere. Il nostro Ministero della Famiglia, insieme ad altri ministeri, sta lavorando attraverso dei workshop. Sono in fase di valutazione rapporti e studi sulle pratiche globali e sulla situazione attuale nel nostro Paese; questa non è ancora diventata una bozza formale. Tutti stanno esprimendo i propri pensieri e le proprie opinioni“.
La guerra alle persone trans

Un emendamento chiave del pacchetto si concentra sulla limitazione dell’accesso alla riassegnazione di genere. L’età legale per tali interventi aumenterebbe da 18 a 25 anni, mentre i requisiti procedurali e medici verrebbero inaspriti.
Secondo la nuova proposta, i candidati che richiedono la riassegnazione di genere dovranno: avere più di 25 anni ed essere celibi/nubili; ottenere un rapporto medico da un ospedale di formazione e ricerca a pieno titolo designato dal Ministero della Salute, che confermi che l’intervento è “psicologicamente necessario”; sottoporsi a quattro valutazioni separate, ciascuna a distanza di almeno tre mesi, prima di ricevere l’approvazione; ottenere dal tribunale l’ordine di modifica dell’anagrafe una volta verificato il rapporto medico.
È prevista un’eccezione per le persone con patologie genetiche o ormonali. La bozza recita: “Nei casi in cui un ospedale di formazione e ricerca a pieno titolo designato dal Ministero della Salute determini, tramite un rapporto medico ufficiale, che una persona soffre di patologie genetiche o ormonali che causano anomalie dello sviluppo degli organi genitali, gli interventi medici obbligatori possono essere eseguiti senza le condizioni di cui sopra“.
Tuttavia, eseguire un intervento di riassegnazione di genere al di fuori del quadro giuridico sarebbe punibile con pene detentive da tre a sette anni.
“Proteggere la famiglia e crescere generazioni sane”
Lo scopo dichiarato degli emendamenti è “garantire l’educazione di individui fisicamente e mentalmente sani e proteggere l’istituzione familiare e la struttura sociale“.
La giustificazione per l’innalzamento dell’età e l’inasprimento delle condizioni per la riassegnazione di genere sottolineano la “necessità che gli individui raggiungano un certo livello di maturità prima di prendere una decisione che influenzerebbe profondamente il resto della loro vita“.
Tutto questo verrebbe fatto a protezione della famiglia e per “la prevenzione di attacchi alla moralità e ai valori pubblici“, chiedendo al contempo misure più incisive “per contrastare i movimenti per la neutralità di genere e preservare il tessuto sociale“.
La stretta omobitransfobica di Erdogan
La Turchia ha assistito a un aumento della retorica anti-LGBTQ+ da quando il presidente Erdoğan è entrato in carica nel 2014. Il presidente turco ha detto che non sarà mai “pro-LGBT” perché “la famiglia è sacra“, aggiungendo: “In questa nazione, le fondamenta della famiglia sono stabili. Gli LGBT non emergeranno in questo paese. State dritti, come un uomo. È così che sono le nostre famiglie“. Rieletto presidente nel 2024, Erdoğan ha tenuto un discorso in difesa della famiglia tradizionale definendo la comunità LGBTQIA+ come una delle “più grandi minacce” del nostro tempo. Erdoğan ha contestato le politiche legate al genere, definendoli “sforzi globali di non genere”, a suo dire “tendenze devianti” che “prendono di mira direttamente l’istituzione della famiglia”.
Prima dell’ultima elezione vinta, Erdogan ha dichiarato che il paese avrebbe “strangolato chiunque osi toccare la famiglia”. Soltanto poche settimane dopo il dittatore è tornato sull’argomento, annunciando che la Turchia avrebbe preso ogni possibile misura per combattere la perversione LGBTIQ+“.
Nell’agosto 2023 la Turchia ha censurato i contenuti LGBTIQ+ diffusi da piattaforme digitali quali Disney, Netflix e Prime, mentre l’Istanbul Pride di giugno 2023 ha visto decine di manifestanti LGBTIQ+ arrestati dalle forze dell’ordine. Stresso clima qualche settimana prima al Trans Pride, anch’esso bollato come “minaccia alla famiglia” con 8 persone transgender arrestate. Censurato il video dell’associazione Kaos GL che promuoveva la lotta all’omobitransfobia (guarda il VIDEO >), con tanto di minacce di morte agli organizzatori, persino Queer di Luca Gudagnino è andato incontro alla censura. Erdogan ha attaccato anche l’Eurovision, definendolo “corruzione sociale, promuove la neutralità di genere e minaccia la famiglia“.


