I Pride in Europa crescono, ma l’81% degli organizzatori subisce odio online

Il primo report EPOA sullo stato dei Pride europei: il 65% cresce, ma il 53% lavora senza staff pagato e il 40% perde fondi.

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Lo stato dei Pride in Europa secondo il report EPOA
Lo stato dei Pride in Europa secondo il report EPOA
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I Pride europei continuano a crescere, ma lo fanno dentro un clima sempre più difficile. A raccontarlo è State of Pride, il primo report pubblicato dall’European Pride Organisers Association, EPOA, sulle condizioni in cui lavorano gli organizzatori e le organizzatrici dei Pride in Europa.

Lo studio offre una delle panoramiche più complete realizzate finora su come i Pride vengano organizzati, finanziati, sostenuti e ostacolati nel continente. Ne esce il ritratto di un movimento che continua ad allargarsi, ma che deve fare i conti con un prezzo sempre più alto: odio online, pressioni politiche, fondi instabili e volontariato sotto stress.

Il primo report EPOA sullo stato dei Pride in Europa

Lo stato dei Pride in Europa: il primo report EPOA
Lo stato dei Pride in Europa: il primo report EPOA

State of Pride si basa sulle risposte di 112 organizzatori di Pride, in rappresentanza di comunità distribuite in tutto il continente: dalla Groenlandia, nel nord-ovest, fino ad Armenia e Georgia, nel sud-est europeo. Le risposte complete sono 91.

Il sondaggio è rimasto attivo dal 19 agosto 2025 al 19 gennaio 2026 ed è stato costruito attraverso 35 domande, con una fase di test preliminare e successivi colloqui di approfondimento con alcune realtà coinvolte. Il report non pretende di fotografare lo stato generale dei diritti LGBTQIA+ in Europa, ma si concentra sulle condizioni concrete in cui i Pride vengono organizzati.

Il lavoro è stato sviluppato dai membri del Board di EPOA Julia Maciocha, Lars Arnesen e Patrick van der Pas, unendo ricerca, analisi e produzione visiva nel primo studio complessivo dell’associazione sull’organizzazione dei Pride europei.

Il 65% dei Pride europei è cresciuto dal 2022

Il primo dato riguarda la crescita. Secondo il report EPOA, il 65% degli organizzatori intervistati dichiara che il proprio Pride è cresciuto dal 2022, in termini di partecipazione, attività o collaborazioni. Nel dettaglio, il 24% parla di una crescita significativa, mentre il 41% segnala una crescita più graduale ma costante.

Solo il 14% riferisce una diminuzione: il 9% parla di un lieve calo, mentre il 5% dichiara di aver dovuto ridimensionare in modo significativo o cancellare parti del programma abituale.

È una tendenza ormai evidente: i Pride non sono più, e forse non sono mai stati soltanto, una parata. Il 94% degli organizzatori propone attività culturali, come concerti, spettacoli, teatro, mostre e performance. Il 70% organizza anche attività educative. In molti territori, quindi, il Pride è diventato un contenitore politico, culturale e comunitario che va ben oltre il corteo.

Pride fuori dalle capitali, eventi multipli e numeri molto diversi

La dimensione media degli eventi analizzati dal report è di 95.000 partecipanti, ma il dato va letto tenendo conto di una grande varietà: si va da Pride con poche centinaia di persone fino a eventi che raggiungono 1,5 milioni di partecipanti.

Il 67,9% degli organizzatori risponde da città che non sono capitali nazionali. Il Pride europeo, quindi, non vive più soltanto nei grandi centri urbani o nelle metropoli, ma attraversa province, città medie, aree periferiche, borghi e comunità locali.

Il report segnala inoltre che nel 30,8% dei casi nella stessa città esistono più Pride distinti. Il fenomeno non riguarda soltanto capitali come Londra, Parigi, Berlino o Madrid, ma anche contesti più piccoli. Accanto ai Pride più storici o centrali possono nascere Pride di quartiere, Black Pride, Trans Pride o eventi con focus specifici, pensati per rispondere a bisogni diversi dentro la stessa comunità LGBTQIA+.

Anche la storia delle organizzazioni varia molto. Il Pride più “anziano” incluso nel report è quello di Barcellona, con radici nel 1977, mentre l’organizzazione più giovane è nata nel 2024. L’età media delle realtà coinvolte è di circa 20 anni.

“Il Pride non è mai soltanto un evento”

Nel testo introduttivo, il presidente di EPOA Patrick Orth insiste sul valore democratico del Pride. Secondo Orth, il report offre “per la prima volta” una panoramica ampia delle condizioni in cui operano le organizzazioni Pride in Europa: “Esamina la loro sostenibilità finanziaria, la loro possibilità di esercitare il diritto di riunione pacifica e i contesti politici in cui lavorano. Questi fattori non determinano solo il futuro degli eventi Pride stessi, ma riflettono anche la forza e la resilienza più ampie del movimento LGBTQIA+ in Europa”.

Nel report, Orth commenta che il Pride “non è mai soltanto un evento”. È, piuttosto, “un esercizio di libertà fondamentali” e una misura dello spazio civico disponibile nelle democrazie europee. Quando le organizzazioni Pride faticano, il problema non riguarda solo una singola manifestazione, ma segnala difficoltà più ampie nella partecipazione democratica e nella tutela dei diritti umani: “Quando il Pride prospera, la democrazia ha successo”.

L’81% degli organizzatori ha subito odio online

Se i Pride crescono, cresce anche l’ostilità. L’81% degli organizzatori dichiara di aver subito discorsi d’odio online contro membri del team Pride. Il 63,3% afferma che l’odio online è aumentato negli ultimi tre anni.

Il report fotografa un’escalation che non resta confinata ai social. Il 47,3% degli organizzatori segnala episodi di hate speech diretto, faccia a faccia, come insulti o slur durante eventi, riunioni o momenti pubblici.

Tra le minacce segnalate compaiono anche vandalismi (nel 39,78% dei casi), campagne diffamatorie, attacchi da parte di politici, contro-manifestazioni lungo il percorso dei cortei, doxxing e minacce di morte o di violenza fisica (nel 25,81% dei casi).

Il dato forse più significativo è che solo il 10,75% dichiara di non aver sperimentato nessuna delle forme di ostilità indicate dal report. Per la grande maggioranza degli organizzatori europei, dunque, costruire un Pride significa anche gestire odio, pressioni e rischi.

Il 40% segnala un calo dei finanziamenti

Accanto alla questione della sicurezza, c’è il nodo economico. Il 40% degli organizzatori intervistati dichiara di aver subito un calo dei finanziamenti negli ultimi tre anni. Il 15% riferisce una riduzione superiore al 25% del budget, mentre il 25% parla di un calo fino al 25%.

Dall’altra parte, il 21% segnala un lieve aumento dei fondi e l’8% un aumento significativo. Il 24% dichiara invece una situazione stabile.

Le fonti principali di finanziamento restano partnership aziendali, contributi municipali, fondi pubblici, donazioni e ricavi propri. Il 32,7% degli organizzatori indica le partnership corporate come principale fonte di finanziamento, seguite dai contributi municipali, indicati dal 22,7%.

Il 68,3% degli organizzatori genera anche entrate proprie attraverso merchandising, cibo, bevande o biglietti, ma solo 11 rispondenti identificano queste entrate come fonte principale. Questo perché molti Pride restano gratuiti e non prevedono ticket, pur offrendo programmi sempre più ricchi e articolati.

Budget piccoli, grandi responsabilità

Il report aiuta anche a ridimensionare un’immagine spesso distorta dei Pride come eventi necessariamente ricchi o sostenuti da grandi macchine organizzative. La fascia di budget più comune tra gli organizzatori europei è tra 10.000 e 50.000 euro.

Solo otto Pride, tra quelli coinvolti nel report, dichiarano budget pari o superiori a un milione di euro. Si tratta soprattutto di eventi collocati nelle capitali o nelle città più grandi di Spagna, Austria, Svizzera, Paesi Bassi e Paesi nordici.

Nel complesso, molti Pride europei lavorano con risorse limitate, pur dovendo gestire eventi complessi, permessi, sicurezza, comunicazione, raccolta fondi, rapporti istituzionali e una crescente esposizione pubblica. La distanza tra la visibilità raggiunta dai Pride e le risorse effettivamente disponibili resta una delle fragilità principali del movimento.

Più della metà dei Pride non ha personale pagato

Un altro dato decisivo riguarda il lavoro invisibile. Più della metà degli organizzatori intervistati, il 53%, opera senza personale retribuito, affidandosi esclusivamente al lavoro volontario.

Il report segnala che il burnout è un problema frequente per il 34,4% degli organizzatori e occasionale per il 45,2%. Significa che quasi otto organizzazioni su dieci devono fare i conti, in modo stabile o ricorrente, con stress, sovraccarico e fatica interna.

Il paradosso è evidente: i Pride crescono, le attività aumentano, la partecipazione si allarga, ma le risorse umane ed economiche non crescono allo stesso ritmo. Molti eventi vengono organizzati da gruppi di volontariə che devono occuparsi di permessi, sicurezza, comunicazione, raccolta fondi, rapporti istituzionali, logistica, gestione delle crisi e protezione della comunità.

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Quando agli organizzatori viene chiesto di indicare le tre sfide principali, circa il 55% delle risposte riguarda proprio mancanza di fondi e risorse umane. Un altro 30% riguarda sicurezza e ostilità, tra hate speech, attacchi e minacce.

Chi organizza i Pride europei

Il report offre anche alcuni dati sulla struttura delle organizzazioni. Il 74,8% delle realtà coinvolte è registrato come organizzazione non governativa, mentre il 5,6% opera come business entity. Il resto rientra in gruppi informali o altre forme organizzative.

Un altro dato interessante riguarda la composizione di genere dei team decisionali. Nei gruppi dirigenti o negli organismi equivalenti, il 46% delle persone è composto da uomini cis, il 30,6% da donne cis e il 17% da persone trans e non binarie. Il dato segnala come anche dentro le organizzazioni LGBTQIA+ resta aperto il nodo di chi decide, chi guida e chi viene rappresentato nei luoghi di potere.

Ungheria, dal divieto al Budapest Pride 2026 autorizzato

Budapest Pride no multe

Il report dedica spazio anche ai Paesi in cui i Pride sono stati vietati, ostacolati o fortemente limitati, distinguendo tra divieti espliciti, come quello ungherese del 2025, e restrizioni più informali ma altrettanto pesanti.

Tra i casi più significativi c’è proprio quello dell’Ungheria, dove nel 2025 il Pride è diventato il simbolo europeo dello scontro tra libertà civili e svolta illiberale. Il governo di Viktor Orbán aveva introdotto una norma che, con il pretesto della “protezione dei minori”, vietava di fatto la rappresentazione e la promozione dell’omosessualità ai minori di 18 anni, rendendo impossibile lo svolgimento dei Pride nel Paese.

Il divieto colpì direttamente Budapest Pride e Pécs Pride. A Budapest, però, la risposta fu storica: circa 200.000 persone scesero in piazza sfidando il divieto, trasformando la manifestazione in una delle più grandi mobilitazioni LGBTQIA+ mai viste nel Paese. Il sindaco Gergely Karácsony venne incriminato per aver sostenuto e organizzato una manifestazione vietata, così come Buzás-Hábel Géza, tra gli organizzatori del Pride di Pécs, accuse poi ritirate dalla Procura Generale nel maggio 2026.

Nel 2026, però, il quadro è cambiato. Dopo la caduta politica di Orbán e la vittoria elettorale di Péter Magyar, la polizia ungherese ha annunciato che non proverà a fermare il Budapest Pride previsto per il 27 giugno 2026.

“Durante la procedura di notifica per la parata del Pride 2026 e la successiva consultazione di persona con gli organizzatori, non sono emersi motivi per vietare l’evento”, ha dichiarato la polizia ungherese, segnando una rottura netta con la stagione dei divieti.

Turchia, Georgia e Armenia: quando il Pride non può marciare

L’Ungheria non è l’unico caso citato nel report. Il 2025 ha segnato anche il decimo anniversario del divieto di Istanbul Pride. In Turchia, gli eventi Pride continuano a essere generalmente vietati o repressi: nel giugno 2025 un piccolo gruppo di attivistə è sceso in strada a Istanbul, ma la manifestazione è stata rapidamente dispersa dalla polizia.

In Georgia, le restrizioni sui finanziamenti esteri e la pressione sulle organizzazioni della società civile hanno colpito direttamente anche il movimento Pride. Tbilisi Pride ha riferito di essere stata costretta a chiudere il proprio ufficio e a rinunciare a tutto lo staff formale nel maggio 2025.

In Armenia, invece, le marce pubbliche del Pride non risultano formalmente vietate, ma sono di fatto impossibili da organizzare per ragioni di sicurezza. Per questo Yerevan Pride organizza il Rainbow Forum in uno spazio protetto, accessibile soltanto a partecipanti selezionatə. Per due o tre giorni, la sala conferenze di un hotel a Yerevan diventa “il luogo più queer dell’Armenia”.

Ucraina, i Pride durante la guerra e il fondo EPOA

Il report dedica spazio anche all’Ucraina, dove il movimento Pride continua a esistere nonostante la guerra e la minaccia quotidiana di attacchi russi con droni e missili.

Dopo l’invasione su larga scala del 24 febbraio 2022, la comunità europea dei Pride, attraverso EPOA, ha raccolto un fondo di 111.000 euro destinato agli organizzatori ucraini. Queste risorse hanno contribuito, tra le altre cose, alla nascita di un centro comunitario e di un rifugio per la comunità LGBTQIA+ a Kharkiv, gestito da Sphere, organizzazione che promuove anche Kharkiv Pride.

Il report segnala inoltre l’espansione del movimento Pride a Lviv, nell’ovest dell’Ucraina, una città considerata tra le più conservatrici del Paese.

In Ucraina, nonostante la guerra e i rischi per la sicurezza, il movimento Pride ha continuato a esserci. Tra dubbi e discussioni interne sull’opportunità di marciare durante il conflitto, eventi pubblici e piccoli raduni si sono svolti a Kyiv, Kharkiv e, più recentemente, Lviv.

Questi esempi mostrano come il diritto al Pride possa essere compromesso in modi diversi: attraverso un divieto legale, repressione di piazza, pressione sulla società civile o attraverso un clima di insicurezza generale.

Non sempre, però, serve un divieto formale. Il report EPOA sottolinea come siano spesso più diffuse le restrizioni implicite. Il 26,9% degli organizzatori dichiara di aver subito limitazioni sul percorso della marcia, mentre il 23,7% riferisce di essere stato obbligato a coprire i costi della propria sicurezza.

Il sostegno istituzionale esiste, ma convive con l’ostilità politica

Il quadro non è solo negativo. Il 55,9% degli organizzatori dichiara che il proprio governo locale, regionale o nazionale ha un atteggiamento amichevole e collaborativo. Il 44% riceve fondi o altre forme di supporto economico da istituzioni locali, regionali o nazionali. Il 41,9% segnala che le istituzioni promuovono pubblicamente il Pride, per esempio attraverso i canali social ufficiali.

Allo stesso tempo, però, il 47% degli organizzatori riferisce messaggi ostili o negativi da parte di politici, a livello locale, regionale o nazionale. Il sostegno istituzionale, quindi, esiste, ma convive con una polarizzazione sempre più evidente.

EuroPride, da Belgrado a Torino 2027

Il report dedica infine un capitolo anche a EuroPride, l’evento paneuropeo con licenza EPOA nato a Londra nel 1992 e ospitato ogni anno da una città diversa. Le tappe più recenti e future raccontano bene cosa può lasciare un grande Pride internazionale: visibilità, reti più solide, ma anche sfide economiche e politiche.

Belgrado 2022 ha rafforzato il ruolo di Belgrade Pride come evento centrale per la comunità LGBTQIA+ serba, senza però tradursi in un sostegno istituzionale stabile. Salonicco 2024 ha invece aperto nuove relazioni con stakeholder e favorito una maggiore professionalizzazione dell’organizzazione locale. Amsterdam 2026 punta anche al riconoscimento del Pride come patrimonio culturale immateriale, con l’obiettivo di arrivare alla lista UNESCO.

Il riferimento a Torino 2027 è particolarmente rilevante per l’Italia. Nel report, EuroPride viene presentato come un possibile momento di visibilità nazionale coordinata: gli organizzatori prevedono che nel giorno della parata ci sarà “un solo grande Pride in Italia”. Restano però le difficoltà di raccolta fondi e un contesto politico che, spiegano, “spesso non prende sul serio le nostre richieste”.

Il quadro che emerge da State of Pride è quello di un movimento europeo ancora capace di crescere, radicarsi nei territori e produrre comunità. Ma anche di un movimento che non può più reggersi solo sull’entusiasmo del volontariato, mentre aumentano odio, costi, pressioni politiche e restrizioni più o meno esplicite.

Il Pride resta uno degli strumenti più visibili di libertà LGBTQIA+ nel continente. Come scrive Patrick Orth nelle pagine conclusive del report: “Quando il Pride prospera, la democrazia ha successo”. E quando fatica – per mancanza di fondi, per un divieto, per un percorso cambiato all’ultimo momento o per una minaccia di morte arrivata online – è raramente solo un problema di un singolo evento.

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