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Tiktoker (per passione) notə come Alex D’Ambrosio, è statə trovatə senza vita nella sua casa a Sesto San Giovanni (Milano) nella serata di mercoledì 19 marzo. La tragica notizia, diffusa inizialmente sui social, è stata confermata da una parente e dal fratello.
Lə giovane, di appena 21 anni, si sarebbe suicidatə con un’arma da fuoco. Le forze dell’ordine stanno indagando sulle motivazioni che l’hanno spintə a questo tragico gesto, esaminando anche i suoi profili social, dove alcuni utenti hanno già denunciato episodi di cyberbullismo legati alla sua identità di genere.
Alexandra: il coming out come donna transgender
Alex utilizzava i social non solo come vetrina per i suoi sketch umoristici, ma anche come spazio per condividere il suo percorso personale. Oltre all’attività online, lavorava come commessə in un negozio di scarpe all’interno di un centro commerciale di Sesto San Giovanni.
Nel 2023 aveva fatto coming out come donna transgender su TikTok, chiedendo ai suoi follower di chiamarlə Alexandra. “Da oggi mi chiamo Alex”, aveva annunciato con coraggio, rivelando di essere in procinto di iniziare la terapia ormonale.
La conferma dell’inizio del suo percorso di affermazione di genere era arrivata direttamente da un video TikTok. In quelle immagini, Alex Garufi esprimeva la sua impazienza nell’iniziare la terapia ormonale: “Non vedo l’ora”.
Qualche mese dopo però, aveva deciso di tornare a utilizzare il suo nome di nascita, Davide, dichiarando di identificarsi come non binary e accettando anche pronomi maschili. A quel punto aveva adottato il nome Alex, riconoscendo quest’ultimo come il proprio nome di persona non binaria.
La tragica morte di Alex Garufi e le indagini in corso
Sulla dinamica dei fatti stanno indagando i Carabinieri di Sesto San Giovanni, cercando di ricostruire il contesto che avrebbe portato Alex a compiere un gesto tanto estremo.
Tra le ipotesi al vaglio, si analizzano anche episodi di bullismo e transfobia subiti online e nella vita quotidiana.
Bullismo e transfobia: un peso insostenibile
Secondo alcune segnalazioni riportate da Fanpage.it, Alex Garufi sarebbe stato bersaglio di commenti negativi e, in alcuni casi, di veri e propri insulti per la sua identità di genere e per gli aspetti intimi della sua persona.
Non si tratta solo di parole: il bullismo online ha un impatto reale e devastante, soprattutto su chi è già in un percorso complesso di autodeterminazione. Una tragica scomparsa che dovrebbe essere un campanello d’allarme per chi minimizza l’odio online o finge che non abbia conseguenze concrete.
AGGIORNAMENTO > CONFERMATA L’IPOTESI DI ACCUSA DI ISTIGAZIONE AL SUICIDIO >
L’odio social dopo la morte: i commenti sconvolgenti
Come se non bastasse il dolore della perdita, sui social alcuni utenti hanno dimostrato il peggio dell’umanità. Dopo l’annuncio della morte di Alex Garufi, sono comparsi commenti di odio e cinismo che lasciano senza parole.
C’è chi lə ha accusato di aver inscenato tutto per “generare hype” e chi, con crudeltà disarmante, ha scritto: “Ha fatto bene”. Eppure, tra tanto odio, spunta anche un commento che fa riflettere: “E comunque è colpa nostra”.
Già, di chi è la colpa? Di una società che ancora fatica ad accettare la diversità? Di chi chiude gli occhi davanti agli insulti e lascia che la violenza verbale si espanda a macchia d’olio? O di chi, dietro uno schermo, si sente autorizzato a calpestare la dignità altrui?
Quello di Alex Garufi non è solo un caso di cronaca: è lo specchio di una realtà che l’oscurantismo del nuovo clima culturale fascista non vuole guardare in faccia.


