Addio Pranshu, a 16 anni si è tolto la vita, ucciso dal cyberbullismo omobitransfobico

Dall'India la storia di un teenager che aveva trovato sui social uno spazio di libertà e autodeterminazione.

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La tragica storia di Pranshu, giovane make-up artist ed influencer indiano di soli sedici anni, tragicamente scomparso per suicidio, ha riacceso il dibattito sul problema dell’omobitransfobia e del cyberbullismo che affligge la comunità LGBTQIA+ in India.

La sua scomparsa non è un caso isolato, ma rappresenta una realtà dolorosa che coinvolge numerosǝ giovani queer, costantemente in lotta contro l’odio e il pregiudizio – un fenomeno accentuatosi con l’accessibilità di piattaforme social come Instagram e TikTok.

Pranshu, originario di Divine City, Ujjain, in India, è stato trovato senza vita dalla madre il 21 novembre. Il ragazzo, che frequentava ancora le scuole superiori, aveva già guadagnato una certa notorietà online grazie alla sua passione per il make-up, diventando una microcelebrità nel settore del beauty – con oltre 14.000 mila followers e 300 post.

Nonostante il successo, la sua presenza sui social media si era presto trasformata in un bersaglio per attacchi omofobi e transfobici, in particolare dopo la diffusione virale di un suo video su Instagram, in cui indossava un sari – abito cerimoniale femminile– durante la celebrazione del Diwali, la “festa delle luci”, una delle più importanti nella tradizione indiana.

Da qui, la pioggia di commenti discriminatori e offensivi, che continua ancora oggi dopo la sua morte.

 

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Il collettivo LGBTQIA+ Yes, We Exist – uno dei più attivi sul territorio – ha sottolineato come il Reel di Pranshu, che aveva accumulato oltre 4.000 commenti, la maggior parte dei quali discriminatori, nei giorni precedenti alla morte del ragazzo, fosse un esempio lampante del cyberbullismo che colpisce la comunità LGBTQIA+ in India.

Il gruppo ha anche messo in luce la necessità che Meta, società madre di Instagram e Facebook, intensifichi i suoi sforzi nel contrastare il cyberbullismo, in particolare potenziando i team di moderazione non di lingua inglese.

Paradossalmente infatti, uno degli hashtag più utilizzati per sensibilizzare sulla tragedia – #JusticeForPranshu – sarebbe stato bloccato da Meta per “presunte violazioni delle linee guida della comunità”. Ma se ad essere segnalato è il linguaggio d’odio, chi monitora chiude sempre un occhio. 

In un’intervista a PinkNews, Jeet, fondatore di Yes, We Exist, ha espresso la sua frustrazione per la risposta inadeguata di Meta alle loro richieste di intervento.

La scomparsa di Pranshu rappresenta un doloroso monito sulle gravi ripercussioni che il bullismo online può avere nella vita reale – spiega – Questo tragico evento sottolinea amaramente quanto l’omofobia e la transfobia sui social network possano avere conseguenze devastanti.

La nostra esperienza personale conferma però un’altra triste realtà: segnaliamo ripetutamente contenuti queerfobici sui social media, ma, nella maggior parte dei casi, non vengono prese azioni concrete per contrastarli. Sembra che, anziché prendere provvedimenti contro i responsabili di questi atti di bullismo, sia la piattaforma di Meta a penalizzare coloro che li denunciano.

La comunità LGBTQIA+ in India è in lutto non solo per la perdita di Pranshu come individuo, ma anche per le profonde sfide sistemiche che affrontiamo ogni giorno. Il nostro dolore va oltre la scomparsa di una singola persona; piangiamo per una realtà in cui l’odio, il pregiudizio e l’indifferenza continuano a minacciare la nostra esistenza e la nostra sicurezza”.

Se hai pensieri suicidi ricorda che puoi telefonare in modo anonimo al numero 06 77208977 oppure chiamare la Gay Help Line telefonando al 800713713

 

 

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