Legge contro l’omobitransfobia in Puglia, una battaglia durata 8 anni – Intervista a Titti De Simone

"È un segnale forte da una regione del Mezzogiorno, un segnale verso l'Europa dei diritti, a cui sentiamo di appartenere"

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Titti De Simone - Legge contro l'omobitransfobia in Puglia
Titti De Simone - Legge contro l'omobitransfobia in Puglia
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Avere un orientamento sessuale o un’identità di genere diversa dall’eterocisnormatività in Italia, nel 2024, significa girare con un bersaglio sulla schiena. Nessuno sa chi sarà il prossimo, ma tutti sanno che un prossimo ci sarà.

Attivisti e associazioni LGBTQIA+ da anni tentano di far capire alle istituzioni l’urgenza di tutelare il diritto delle identità non conformi ad esistere e rendersi visibili, ma solo alcune amministrazioni regionali “illuminate” hanno saputo ascoltare e agire.

Proprio ieri, la regione Puglia ha approvato una normativa contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, pensata per colmare le lacune legislative nazionali.

È però l’esito positivo di una battaglia durata ben otto anni, come racconta la Consigliera Regionale Titti De Simone, già deputata di Rifondazione Comunista, e prima promotrice della proposta pugliese già nel 2015.

“Dal 2015, sin dall’inizio del primo mandato del presidente Emiliano, ho ricevuto l’incarico di coordinare la stesura di un disegno di legge a iniziativa della giunta regionale. Nel 2016 ho iniziato a lavorare con un tavolo tecnico composto dalle strutture del welfare e dai giuristi della rete Lenford. Abbiamo ascoltato le associazioni, coinvolgendo decine di soggetti, e alla fine siamo arrivati al disegno di legge, che è stato approvato nel novembre 2017 e presentato in una conferenza stampa con le associazioni.

Da quel momento, è iniziato un percorso difficile per questa proposta, che si è arenata in consiglio regionale a causa di polemiche e paure all’interno della maggioranza. Ci sono state anche azioni di ostacolo da parte di organismi istituzionali, come la Commissione Pari Opportunità della regione, allora presieduta da un esponente della destra.

Ci sono stati pareri giuridici contrastanti e polemiche con le associazioni ultraconservatrici. Quando abbiamo iniziato, il DDL Zan non esisteva ancora. Grazie alla mia esperienza parlamentare, ho lavorato con i giuristi seguendo l’esempio di altre regioni che avevano già approvato leggi simili senza contestazioni di carattere costituzionale. La principale opposizione sollevata era di tipo giuridico, sostenendo che solo il Parlamento poteva legiferare in materia, ma molte regioni avevano già legiferato senza alcuna impugnativa costituzionale. Pertanto, ci siamo mossi all’interno delle competenze regionali.

Il tema più sensibile è stato quello dell’educazione, ossia le azioni di contrasto alla discriminazione e al bullismo nelle scuole.

Dal primo testo del disegno di legge del 2017, in questa legislatura abbiamo cambiato strategia: il disegno di legge è diventato una proposta di legge dei consiglieri regionali, con Donato Metallo come primo firmatario. Abbiamo fatto un’importante revisione normativa del testo iniziale, aggiornandolo anche in base alla riforma della scuola di Renzi, che aveva introdotto progetti per combattere pregiudizi e discriminazioni. Ci siamo inoltre agganciati a normative europee e nazionali intervenute nel frattempo, fino ad arrivare al risultato di oggi.

La cosa divertente è che siamo riusciti a gabbare il centrodestra e i loro 300 emendamenti – tutti di carattere ostruzionistico, e alcuni miravano addirittura a cancellare interi articoli della legge.

Abbiamo deciso di adottare lo strumento tecnico dell’emendamento a “canguro”, che riscriveva interamente il testo dell’articolo della legge. Con l’approvazione dell’articolo 1 e del nostro emendamento, tutti gli emendamenti presentati dall’opposizione sono automaticamente decaduti”.

Ma cosa comporta questa tanto temuta educazione affettiva nelle scuole – il punto più critico della normativa – che i vari Pro Vita definiscono un vero e proprio indottrinamento gender colpevole di plagiare le menti delle nuove generazioni?

“L’azione svolta nelle scuole è essenzialmente un’iniziativa di informazione e formazione rivolta a educatori, insegnanti e studenti, che coinvolge soggetti qualificati del terzo settore con comprovata esperienza nel campo della formazione sulle tematiche legate alle discriminazioni verso l’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Insomma un’azione di prevenzione per insegnare la cultura dell’inclusione, strutturata e diversificata per fasce d’età, ma assolutamente appropriata.

Le scuole avranno la possibilità di avviare percorsi formativi che, in molti casi, sono già in atto. Con la legge, abbiamo voluto formalizzare e dare legittimità a queste iniziative, trasformando in termini positivi ciò che già avviene autonomamente in molti istituti, anche in Puglia. Diverse scuole, in autonomia, organizzano già percorsi di questo tipo, spesso in collaborazione con associazioni LGBT, specialmente nelle scuole superiori.

La normativa conferisce credibilità e accettazione generale a queste iniziative, oltre a stanziare finanziamenti necessari per avviare le attività”.

La Puglia si unisce quindi a una schiera di regioni che, a partire dagli anni 2000, hanno scelto di agire in autonomia e passare le proprie leggi ad hoc. Una boccata d’aria fresca per un paese in netta controtendenza con le direttive UE in materia di legislazione anti-discriminazione. Quanti appelli all’Italia, in questi anni, perché si conformasse agli standard europei sono stati ignorati, ben prima che si insediasse un governo di estrema destra destinato a seppellire qualsiasi slancio legislativo in merito.

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“È evidente che in Italia abbiamo una destra che va a braccetto con leader come Orban e Putin, tra i più noti esponenti della destra nel blocco europeo contro i diritti delle persone LGBT. Anche in Italia, la destra spesso fa un uso politico di questi temi per sollevare un’onda di populismo discriminatorio.

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È importante però notare che, dalla metà degli anni ’90 ad oggi, non è che ci siano stati molti passi avanti legislativi e normativi in questo campo, a parte la legge sulle unioni civili. Questa è l’unica conquista di diritti che abbiamo ottenuto negli ultimi 30 anni.

La legge Zan, come sappiamo, è stata bloccata. Attualmente, c’è un governo di destra che si oppone chiaramente all’avanzamento delle tutele, dei diritti e delle garanzie per la comunità LGBT. Questo rende la situazione ancora più grave, poiché le forme di violenza e discriminazione, come l’omotransfobia, non sono affatto diminuite nel nostro paese. Il clima di avanzata delle destre, soprattutto dell’estrema destra, ha aumentato la legittimità e il consenso verso questo tipo di violenza.

Inoltre, esistono dei vuoti normativi assurdi, come nel caso delle coppie omogenitoriali, che rendono un calvario il percorso giuridico per ottenere il riconoscimento dei propri diritti. Spesso, le azioni legali vengono ostacolate da iniziative giuridiche che cercano di limitare queste garanzie.

L’Italia è molto indietro su questi temi, come confermano tutti gli studi europei disponibili. C’è il rischio concreto di un arretramento, perciò è fondamentale mantenere alta la guardia. In questo contesto, è importante che una regione del Mezzogiorno lanci un segnale forte, un segnale verso l’Europa dei diritti, a cui sentiamo di appartenere.

L’unica via percorribile, oggi, appare quindi quella della disobbedienza, dello scostarsi dalla retorica repressiva e compiere scelte coraggiose capaci di influenzare concretamente la qualità della vita di cittadini che oggi sono diventati di “serie B” agli occhi dello stato. Ma come fare? 

“Il problema principale è costruire impianti normativi solidi, e oggi questo è assolutamente possibile grazie alle diverse leggi regionali che vengono approvate e validate dalla Corte Costituzionale, affidandosi a giuristi esperti. In Puglia, ad esempio, abbiamo collaborato con Antonio Rotelli per il drafting normativo.

Inoltre, è fondamentale costruire forti alleanze politiche. Non c’è dubbio che arrivare a questo risultato dopo otto anni dica molto: in Italia serve ancora molto tempo per far passare norme di questo tipo.

Anche in altre regioni è stato così. Sebbene alcune ci siano arrivate prima, ci sono voluti comunque anni di lavoro. In Italia è ancora complicato, serve tempo, ci sono cadute, momenti di scoramento e sconfitte, ma siamo sempre andati avanti con determinazione.

Devo anche dire che i consiglieri regionali che hanno firmato il testo hanno fatto un lavoro di tessitura politica, sostenuto da una maggioranza ampia, compreso il Movimento 5 Stelle. È stato un lavoro di continuo confronto e costruzione di alleanze politiche.

Parallelamente, l’azione delle associazioni, delle forze sindacali e del mondo Pride, che vediamo ai Pride ogni anno, è fondamentale. Durante l’anno, queste forze devono lavorare verso le istituzioni, incalzarle e costruire quella rete necessaria per far progredire le cose”.

Quale sarà quindi l’impatto della nuova legge pugliese?

È una domanda che mi fanno in molti. Ad esempio, mi chiedono se le leggi regionali possono intervenire sul piano penale o sulle sanzioni penali. Ovviamente, queste competenze non sono delle regioni, serve una norma nazionale. Da trent’anni cerchiamo di modificare la legge Mancino in questo senso, ma senza successo.

Tuttavia, le leggi regionali danno un segnale culturale molto forte, una cesura politica, culturale e sociale contro chi pensa ancora oggi che le persone omosessuali e trans siano cittadini di serie Z

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