Sanremo: 30 esibizioni memorabili – VIDEO

Mancano pochissimi giorni al Festival di Sanremo 2025 e noi celebriamo l'evento che da decenni intrattiene milioni di italiani con una carrellata di esibizioni memorabili.

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Sanremo: 30 esibizioni memorabili
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A poche ore dal debutto della settancinquesima edizione del Festival di Sanremo, ripercorriamo insieme alcune delle migliori esibizioni della storia della kermesse. Non solo grandi dive, ma anche cantautori e cantautrici esordienti, episodi camp, canzoni d‘autore e voci indimenticabili.

Dimmi come…, Alexia, 2002

Al Festival di Sanremo Alexia arriva solo nel 2002, a 35 anni, dopo quasi dieci anni di carriera e oltre cinque milioni di album venduti in tutto il mondo cantando la dance, in inglese. Per il pubblico italiano è semisconosciuta, ma lei è determinata ad aprirsi a quel mercato che ancora la guarda con diffidenza. Dopo un duetto con Gianni Morandi, passato un po’ in sordina, consegna alla sua casa discografica, la Sony, un brano tostissimo, muscolare, un rhythm and blues nato per essere ballato, che le permette di fare perfetto sfoggio delle sue doti vocali.

È scritto, però, ancora una volta, in inglese, si intitola Don’t you know. Alexia sa che per raggiungere il suo obiettivo e conquistare anche il pubblico italiano deve cantare all’Ariston. Si chiude in studio di registrazione, lavora a un testo alternativo, nella sua lingua madre. Nasce Dimmi come…, che quell’anno, al Festival, si classifica in seconda posizione, dietro ai più classici Matia Bazar.

Le sue esibizioni sono pressoché perfette; nel bridge il brano si apre a ritmi samba e il palco viene preso d’assalto da un corpo di ballo scatenatissimo. Non era mai successo, non così. Alexia è la rivelazione di quell’anno, viene paragonata ad Aretha Franklin e vende 50.000 copie. Al Festival torna l’anno dopo, ormai famosissima, con un blues, molto meno pop, praticamente privo di ritornello, una canzone bellissima e malinconica, piena di inquietudine e di magie: Per dire di no. Questa volta il leoncino è suo.

Uomini addosso, Milva, 1993

Milva – indiscussa regina del nostro teatro e della nostra canzone – al Festival ha partecipato diciassette volte, senza vincere mai. La prima nel 1961 con Il mare nel cassetto, l’ultima nel 2007 con The Show Must Go On, un brano d’autore, scritto per lei da Giorgio Faletti.

La più memorabile tra le sue partecipazioni è quella del 1993 con Uomini addosso, una canzone spiazzante, troppo scosciata per le giurie di quegli anni, che infatti non la fanno accedere neanche alla finale.

Gli autori sono Roby Facchinetti e Valerio Negrini, l’arrangiamento invece è di Fio Zanotti, che durante le esibizioni la accompagna alla fisarmonica. Milva si presenta all’Ariston con un basco di paillettes e un fare da sciantosa, ammicca verso la telecamera e verso l’orchestra. Uomini addosso è una canzone femminista; un brano di ri-appropriazione del corpo e dell’Eros. L’incipit dice già tutto: «Hai le braghe che scoppiano». È un azzardo, dicono. È tutto troppo, dicono. Lei troppo vecchia – ha 53 anni – per cantare di sesso. Troppo patetica.  Il testo, intanto, si fa più incalzante. «Mi hai riempita di figli tuoi / mi hai comprata nei bar». A Sanremo, e in questo paese, Milva non è mai stata davvero capita. Questo brano è un gioiello: un po’ tango, un po’ teatro-canzone à la Kurt Weill. Inimitabile Milva, manchi.

Luna in piena, Nada, 2007

Luna in piena, il brano con cui Nada torna in gara a Sanremo, dopo otto anni, è, a detta di Pippo Baudo, il brano più sexy di quell’edizione. È vero, eppure non fa niente per esserlo. Come sempre, da quando si è allontanata dalla musica commerciale, Nada arriva così com’è, con la sua voce nuda, con i suoni tutti crudi, figli di un rock purissimo, dice quello che deve dire – a volte lo sussura, altre volte lo grida – e se ne va.

Questa canzone ha la malanima; vuole raccontare quello che succede nelle tenebre: un corpo di ombre che si fa lunare, una donna timida che lascia andare le catene. L’arrangiamento di Lucio Fabbri fa volare il brano su un tappeto di archi. Quel deun deun deun deh, inciso per caso a simulare uno strumento musicale, è un cult.

Amore stella, Rettore, 1986

Maurizio Fabrizio e Guido Morra scrivono Amore stella pensando a Viola Valentino, ma la casa editrice Ricordi decide di farla cantare, in extremis, a Rettore, appena arrivata in scuderia dopo la fine del contratto con la CGD di Caterina Caselli.

A Rettore il pezzo non piace, soprattutto dopo il nuovo arrangiamento che la trasforma in una classica ballad dalle sonorità vagamente rock. A Sanremo non vorrebbe andarci proprio, di certo non con questa canzone. Alla fine però ci va, ma non fa niente per nascondere il suo disappunto: spara a zero su Bertè e su Cutugno (rispettivamente in gara con Re e con Azzurra malinconia), bisticcia in diretta con Marcella Bella (Senza un briciolo di testa) scatenando le voci relative alla loro mitologica rivalità.

L’interpretazione, così misurata eppure piena di pathos, è comunque estremamente convincente. All’Ariston arriva di bianco vestita, un po’ marziana e un po’ cherubina. Dice di ispirarsi a Crudelia De Mon e, come la cattiva dei dalmata, esce di scena con un sorriso cattivello, ma elegantissimo. Bacia una rosa, la lancia verso il pubblico, ma non ricanterà mai il brano, a cui attribuirà tutte le sventure del periodo, morte del padre compresa.

Crudele, Mario Venuti, 2004

Per la seconda volta in gara da solista, con Crudele, Mario Venuti conquista il Premio della Critica Mia Martini. Il 2004 è un anno infausto per il Festival: le major discografiche e la FIMI boicottano la kermesse per alcune acredini con la direzione artistica (Tony Renis) e gli ascolti non premiano il cast di esordienti e semi-sconosciuti. Insieme a Marco Masini, vincitore annunciato, Venuti è, in quell’occasione, uno dei più famosi in gara.

La sua Crudele è una canzone splendida, sostenuta da una scrittura raffinatissima. È una confessione intima e oscura – Venuti canta il suo masochismo sentimentale: «Sono felice solo se sarai crudele con me» – pronunciata con voce solare e passo elegante. Venuti tornerà all’Ariston nel 2006 e nel 2008, senza ottenere mai i piazzamenti meritati. Ce ne fossero.

La voce del silenzio, Dionne Warwick, 1968

La canzone è tra le più note (e le più belle) della nostra musica. L’hanno cantata in moltə: Mina l’ha portata al successo tardivo, ma l’hanno interpretata anche Elisa e Andrea Bocelli, Massimo Ranieri, Dolcenera, Renato Zero, Ornella Vanoni, solo per dirne alcunə.

Il testo è di Mogol e di Paolo Limiti, la musica di Elio Isola. È lui a volere Dionne Warwick, leggendaria stella della musica d’oltreoceano, in gara al festival. Sono gli anni delle accoppiate tra star internazionali e interpreti italianə. Warwick ascolta il brano, lo apprezza e lo fa ascoltare a Burt Bacharach, mentore e autore dei suoi brani più celebri, chiedendogli il permesso di interpretarlo a Sanremo con Tony Del Monaco. Il resto è storia: Dionne Warwick sale sul palco con un abito candido, canta in un italiano impreciso, è emozionatissima, ma perfetta, centrata. La sua esibizione è tra le cose più belle che siano mai successe al Festival. Warwick e Del Monaco arrivano in finale, ma poi si classificano in ultima posizione.

Il passo silenzioso della neve, Valentina Giovagnini, 2002

Corre l’anno 2002, quando all’Ariston, in gara tra le Nuove Proposte, arriva una ragazza di ventidue anni un po’ spettinata e sperduta. È una cantautrice, si chiama Valentina Giovagnini e canta Il passo silenzioso della neve un brano tra i più poetici e suggestivi di quell’anno. Una canzone dall’evidente eco celtica, tra il pop e le cornamuse. Si ispira a Enya, a Elisa e a Björk, è appassionata di folk, di musica latina, ascolta Angelo Branduardi e sperimenta con i generi e con le epoche.

Sul ritornello, poi rivelatosi tristemente profetico, Giovagnini apre le braccia come fosse un angelo dei boschi: «Il tuo nome mai, i tuoi occhi mai, la tua voce mai più». È morta il 3 gennaio 2009, vittima di un incidente stradale. I suoi occhi verdi, la sua voce cristallina e il suo brano sono scolpiti nelle nostre memorie.

Un inverno da baciare, Marina Rei, 1999

È il Festival di fine secolo e Marina Rei, reduce dal grande successo estivo di Primavera, torna sul palco che l’ha lanciata con un brano che segna uno spartiacque, Un inverno da baciare, scritto insieme a Davide Pinelli.

Un pezzo all’avanguardia, sospeso tra gli archi e l’elettronica, il perfetto portale spazio temporale, un ponte tra i secoli, uno stargate. Rei abbandona l’estetica gypsy degli esordi e si presenta all’Ariston come un’eroina dei videogiochi; non a caso il videoclip è ispirato a Tomb Raider. Mesmerizzante, futuristica.

Ci vediamo a casa, Dolcenera, 2012

Dolcenera è talmente brava, così seria e sincera, che quando suona ti lascia lì disarmatə, e forse questo non è stato sempre un bene per la sua carriera, purtroppo. Tutte le volte che arriva a Sanremo è diversa, un nuova Dolcenera: è folk pop agli inizi e soul, tormentatissima e lieve lieve.

Nel 2012, in stato di grazia, va in riviera con un electropop di denuncia dal testo ipercervellotico («contro questa eredità di forma culturale che da tempo non fa respirare») sostenuto da un arrangiamento arioso che, complice l’orchestra, fa volare il pezzo. Scritta di getto, in pochissimi minuti, Ci vediamo a casa fotografa, nelle strofe, lo stato di un paese che rende inaccessibile il mercato immobiliare e, nel ritornello, orecchiabile più che mai, si apre alla speranza, al sogno. Tormentone come dovrebbero essercene di più.

La musica è finita, Ornella Vanoni, 1967

Il testo è di Franco Califano e Nicola Salerno, la musica invece dell’indimenticato Umberto Bindi. Negli anni l’hanno cantanta in tantissimi, compreso Robert Plant dei Led Zeppelin, ma a Sanremo, nel 1967, arriva quarta. A cantarla sono Ornella Vanoni e Mario Guernera in una versione, poi edulcorata, quasi sinfonica.

Vanoni, seria e introspettiva, arriva sul palco con un dolcevita marrone e una gonna bianca, lunga fino alle ginocchia. L’intro, poi edulcorata, è quasi sinfonica, la voce, quella voce di velluto, la più bella della nostra canzone, arriva dopo, prima pianissimo, poi più forte, struggente e lacrimosa.

Luce (tramonti a Nord Est), Elisa, 2001

Alle spalle ha già due album, Pipes and Flowers e Asile’s World, il primo di stampo chiaramente rock, prodotto da Corrado Rustici, il secondo, invece, elettronico, entrambi interamente scritti in lingua inglese. Elisa arriva all’Ariston inaspettatamente, non avrebbe mai pensato di cantare in italiano, non aveva ancora scritto una canzone d’amore. In pochə sanno chi è e chi la conosce, e la apprezza, teme una sua snaturalizzazione.

Invece, eccola, Luce. La musica è sua, il testo viene adattato in italiano con l’aiuto di Zucchero Fornaciari e della mamma Silva (non accreditata): è a lei che dobbiamo quel «come il vento tra gli alberi». Elisa, timidissima, uno scricciolo, dice poche parole e poi canta come una divinità. Non si capisce bene da dove venga, se da Nord Est o dalla luna. Si accompagna con i Solis String Quartet, poi balla una danza propiziatoria con Raffaella Carrà, conduttrice del festival. Sera dopo sera si fa più disinvolta, si lascia afferrare anche dal pubblico che non la conosce e in quel testa a testa con Giorgia, sul finale, vince tutto: la gara, il premio della critica, quello per la migliore interpretazione, il riconoscimento di radio e tv, il premio Autori e quello per la migliore interpretazione. La canzone, un trip hop molto in linea con l’album in cui è inserita, è subito un classico. Elisa è un fenomeno e a Sanremo 2001 lo scoprono tuttə.

Ciao amore, ciao, Dalida, 1967

Ci sono canzoni che segnano la storia di chi le canta, spesso fatalmente. È il caso di Ciao Amore Ciao, il capolavoro di Luigi Tenco, in gara alla diciassettesima edizione del Festival di Sanremo. Il brano, dalla genesi lunghissima, ha un testo fortemente politico, racconta la migrazione e l’abbandono, il coraggio di chi lascia alle spalle un affetto – una madre, per la precisione – e corre a cercare il futuro altrove. Una canzone in sol maggiore, incredibilmente solare rispetto al repertorio di Tenco e a quel testo così malinconico.

La RCA non ha dubbi: Ciao amore, ciao deve andare al Festival, Tenco deve essere in gara e al suo fianco dev’esserci la fidanzata, Dalida. Lui, però, non ne ha assolutamente voglia e in riviera arriva inquieto più che mai. Si rifiuta di prendere parte ai servizi fotografici, litiga con la compagna, canta dopo aver assunto farmaci e bicchieri di grappa alla pera. Il maestro d’orchestra, Gian Piero Reverberi, fa fatica a seguire quell’esibizione sgangherata e, dietro le quinte, Dalida si agita.

Quando è il suo turno, però, Dalida sale sul palco ed è precisissima, intensa come mai. Tra le sue mani, il brano vola, ma non basta: Ciao amore, ciao arriva quintultimo e non accede alle fasi finali della gara. Dalida, serafica e serena, decide di brindare comunque. Tenco, invece, si chiude in camera, la stanza 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo, scrive un biglietto e si toglie la vita. È la stessa Dalida, mossa da un presentimento, a ritrovarlo qualche ora più tardi.

Soldi, Mahmood, 2019

Tra lə addettə ai lavori è opinione condivisa che Mahmood, vincendo il Festival, nel 2009, abbia inconsapevolmente rivoluzionato Sanremo. Dopo un decennio cominciato con la vittoria di Marco Carta, poi proseguito con quelle di Scanu, del Volo, degli Stadio, di Gabbani e di Meta-Moro, solo per dirne alcunə, Mahmood arriva all’Ariston da outsider, vincendo Sanremo Giovani, con un brano elettropop dalle sonorità nord-africane prodotto da Dardust e Charlie Charles. Si intitola Soldi e riprende – nella metrica e, soprattutto, nel testo – alcuni stilemi tipici della trap, ma li ribalta dall’interno.

Nessunə lo avrebbe mai detto, ma Soldi vince, anche su Ultimo – che non la prenderà bene – vincitore annunciato sin dalla prima sera. La canzone è un istant classic, è la più ascoltata dell’anno, il video dell’esibizione diventa virale in tutto il mondo e, complice l’Eurovision, il pop di Mahmood valica i confini e conquista l’Europa.

E poi, Giorgia, 1994

All’Ariston Giorgia arriva con la stessa naturalezza con cui, fino a qualche giorno prima, si esibisce nei migliori club di Roma. È sicura di sé, o almeno sembra, nonostante la giovane età e la difficoltà di un brano come E poiun r’n’b scritto insieme a Marco Rinalduzzi e a Massimo Calabrese, che Pippo Baudo fa sapientemente modificare ventiquattro ore prima della chiusura del casting. Secondo lo storico direttore artistico del Festival, l’inciso non si apre abbastanza, chiude subito, non respira. Giorgia, Rinalduzzi e Calabrese si chiudono in studio per qualche ora e ne riescono con la canzone miracolosa che conosciamo, su cui l’interprete romana chiude gli occhi e slega la voce. Jeans neri, tinteggiati per l’occasione dalla madre, e look casual: Giorgia canta come fosse in un jazz club. Arriva settima – è l’anno di Bocelli con Il mare calmo della sera – vende 170.000 copie con l’album d’esordio. Nasce una stella.

E dirsi ciao, Matia Bazar, 1978

Sanremo 1978, quello condotto, tra gli altri, da Maria Giovanna Elmi, Beppe Grillo e Stefania Casini e che sancisce la consacrazione di una giovanissima Anna Oxa, appena sedicenne, con Un’emozione da poco, è vinto dai Matia Bazar, per la seconda volta in gara con un brano, E dirsi ciao, che è tra i più sottovalutati del loro repertorio. Scritta da tutti i componenti del gruppo, Antonella Ruggiero compresa, la canzone è un raffinato bolero, che sul finale si apre a una coda che ricorda, come anche altri brani dei Matia in quel periodo, l’incedere epico tipico di un certo rock à la Pink Floyd.

Per Elisa, Alice, 1981

Scritto in antitesi all’omonimo componimeto di Beethoven, il Per Elisa che trionfa al Festival di Sanremo del 1981, sorpassando Loretta Goggi e Dario Baldan Bembo, è un brano pop graffiante e incalzante, che, certo, nell’incipit cita Beethoven rinunciando però alla sua dolcezza e anzi virando verso toni più aggressivi. Una lei canta al suo lui furiosa per essere stata tradita con quell’Elisa, che non è nemmeno bella. Quello che, però, al primo ascolto, sembra un canto di rivendicazione, è per moltə una canzone che racconta di dipendenza dalla droga. Per questo, il regista Claudio Cagliari la sceglie per una scena on the road del suo Amore tossico.

Alice smentisce questa interpretazione, ma si dice felice di aver potuto contribuire alla sensibilizzazione intorno al tema. All’Ariston, nell’81, lei, bella come una cerbiatta, sensuale e arrabbiatissima, porta qualcosa di nuovo e lo fa sapendo di poter vincere. Per Elisa è un classico, scritto da un trio – Franco Battiato, Giusto Pio e Alice stessa – in stato di grazia: è stato cantato, ricantato, tradotto e ri-arrangiato, ma mai nessunə si è più avvicinatə all’interpretazione originale. Qualcosa di molto simile alla perfezione.

Stiamo come stiamo, Mia Martini e Loredana Bertè, 1993

Le sorelle più disordinate della musica italiana, cantano per la prima volta insieme nel 1993, e per farlo scelgono il palcoscenico più importante d’Italia. Stiamo come stiamo è un brano esistenziale, che racconta di un’umanità sgangherata, incapace di trovare un posto nel mondo, un angolo di pace e di libertà. Il testo, cupo, senz’altro, ma punteggiato da campiture luminose, è della stessa Bertè, mentre l’arrangimento avanguadistico è di Fio Zanotti. Il brano, preso nel suo insieme, è eccellente: la penna di Bertè è affilatissima, supportata tra l’altro da Maurizio Piccoli. Ciononostante, le sorelle Bertè arrivano penultime.

Loredana non si perdonerà mai l’inquietudine con cui vive quel Festival e anzi dichiarerà che la sorella avrebbe dovuto partecipare da sola per vincere. Non sono stati giorni facili, quelli di quel Sanremo, Bertè vuole cambiare il testo in corsa e così cantano due versioni diverse della stessa canzone. In più, in finale, stona e sul palco si agita al fianco della sorella, che, invece, è concentrata, placida davanti all’asta.

Entrambe sobrie, in Armani, con il fiocco rosso a commemorare gli amici morti di HIV, Loredana e Mia ci regalano una performance caotica e imperfetta, ma assolutamente indimenticabile, attraversata di contraddizioni e forze opposte. A causa di questo Sanremo, non si parleranno per mesi, ma questo brano e le loro esibizioni non possono essere dimenticati.

Chi non lavora non fa l’amore, Adriano Celentano e Claudia Mori, 1970

In coppia con suo marito, Claudia Mori arriva a Sanremo cantando una canzone molto ambigua, che porterà la coppia dritta dritta verso la vittoria, una delle più contestate della storia del Festival. Il brano si intitola Chi non lavora non fa l’amore ed è firmata da Adriano Celentano, Luciano Beretta e Miki Del Prete. L’Italia, scissa dalle tensioni dell’autunno caldo, vede in questa canzone un simbolo di moderazione e di qualunquismo, di conservatorismo e asservimento al potere.

Chi non lavora non fa l’amore rende, agli occhi dell’opinione pubblico, Mori-Celentano una coppia di crumiri, disattenti ai problemi del popolo e, ormai, vicini al gusto dell’élite. Eppure, la canzone, che musicalmente guarda al John Lennon di Give Peace a Chance, trionfa e vende milioni di copie in tutto il mondo. «Solo il pubblico ha compreso» – dirà Celentano qualche anno dopo – «come potete credere che uno con la mia storia si scagli contro gli scioperanti». A suo dire, quel brano è in realtà un’esortazione verso i datori di lavoro: chi non ha lavoro, non può essere sereno, non può fare l’amore.

Ricomincio da qui, Malika Ayane, 2010

A proposito di vittorie contestate, è il 2010 quando l’orchestra protesta (a ben vedere!) contro un podio vergognoso. Sono gli anni d’oro dei talent show, del grandefratellismo e del televoto e quel Festival, condotto da Antonella Clerici e diretto da Gianmarco Mazzi, porta al trionfo tre personaggi televisivi e tre canzoni più o meno scarse. Trionfa Valerio Scanu. Il terzo posto è di un acerbo, ma già talentuoso, Marco Mengoni, quell’anno in gara con Credimi ancora. Il secondo posto, invece, seme della discordia, va a Italia, amore mio, un brano, questa volta sì, fascisteggiante, cantato da Pupo, Emanuele Filiberto di Savoia e il tenore Luca Canonici.

Fuori dal podio, invece, Noemi al suo esordio con l’elegante Per tutta la vita e Malika Ayane, che ha il più bello tra i brani in gara quell’anno, Ricomincio da qui, scritto da lei stessa con il supporto di Pacifico e di Ferdinando Andò e ispirato a una poesia di Prévert. Il testo, che si poggia su un tappeto di violini e respiri, racconta il bilico, l’attimo che precede la svolta. Priva di ritornello, eppure dotata di ali, la canzone è una delle cose più belle che sia successa al Festival di Sanremo negli ultimi trent’anni. La sua esclusione, dicevamo, fa incazzare l’orchestra che lancia gli spartiti e segna la storia della kermesse. Di un altro pianeta.

Mostro, gIANMARIA, 2023

Un po’ mostro, e un prodigio dunque, gIANMARIA arriva a Sanremo da semi-sconosciuto nel 2023. La canzone in garaMostro, appunto – racconta lo spaesamento e il senso che ha la fuga per un giovane artista, passato dalla provincia alla ribalta. All’Ariston, gIANMARIA canta la canzone con tutto il corpo: su quel palco si muove tutto scalcagnato, altissimo ed elegante come un cigno, goffo e irresistibile, come un piccolo mostro, appunto, come una creatura appena nata. Canta guardando dritto davanti a sé, corre e prende la rincorsa, quella faccia è una piazza aperta del Nord Est. Ogni mostro è un prodigo, e questa canzone è il capitolo di un romanzo di formazione che vogliamo leggere per intero.

Il terzo fuochista, Tosca, 2007

Al Festival del 2007, si accende un faro sul teatro-canzone. Oltre a Cristicchi, che trionfa con Ti regalerò una rosa, in gara, fortemente voluta da Baudo, fa il suo ritorno dopo dieci anni, Tosca. Il brano è un’anomalia nella storia della kermesse: affonda le sue radici nella musica popolare e con un incedere da banda, quasi fieristico, fotografa una processione di paese e si focalizza sulla figura del terzo fuochista, l’artista quotato di più, che con i prodigi della sua arte conquista lo sguardo di una bambina alle prese con la scoperta della meraviglia. Questo brano è il suo sabato del villaggio e, in un questo tripudio di colori, di fandare e di odori, lei canta come solo Gabriella Ferri prima di lei. Capolavoro.

Amore lontanissimo, Antonella Ruggiero, 1998

Dopo la rottura con i Matia Bazar, un lungo silenzio e un viaggio in India, nel 1998, Antonella Ruggiero torna in gara da solista con un brano nato dal sodalizio con Roberto Colombo, che dirige l’orchestra. È Amore lontanissimo, un brano dal testo garbato che si poggia, come tutto l’album che lo contiene, Registrazioni moderne, sul connubio tra un cuore elettronico e un tutto un corpo d’archi. Data per vincitrice sin dall’inizio, Ruggiero viene invece scalzata dal brano mediocre di Annalisa Minetti, forse complice un imprevisto diventato adesso leggendario. Nel corso dell’ultima serata, infatti, Ruggiero si esibisce con la febbre e la laringite, il playback non è previsto da regolamento, dunque deve salire sul palco trovando un altro modo: cambia la melodia, abbassa le tonalità e rinuncia ai falsetti. Non vince, ma è comunque un’ovazione. Ruggiero è tra le migliori artiste della nostra musica.

Il postino (amami uomo), Renzo Rubino, 2013

Pur non vincendo la gara, è Renzo Rubino a catalizzare le attenzioni di pubblico e critica tra le Nuove Proposte, nel 2013. Il brano, Il postino (amami uomo) è una ballata dal sapore classico con inserti tenorili, con cui Rubino, musicista d’eccezione, canta di un amore senza rima, quello tra due uomini. Accompagnato dal suo pianoforte e con il graffio in gola, Rubino confezione un brano d’autore, che guarda al cinema e alle romanze. Una canzone di velluto.

Lividi e fiori, Patrizia Laquidara, 2003

Il percorso artistico di Patrizia Laquidara ha poco a che fare con il Festival della Canzone, eppure, quando si presenta in gara, praticamente agli esordi, nel 2003, la cantautrice catanese già di essere una perla rara, già consapevole, artisticamente matura. La sua Lividi e fiori, scritta per lei da Tony Bungaro, è una canzone dolcissima e ammaliante, che, come tutto quello che verrà dopo, guarda alla world music e al fado. Su quel palco, sobria e leggiadra, vince il Premio della Critica Mia Martini e il Premio Alex Baroni per la migliore interpretazione. Il brano, stupendo, non è neanche il migliore della sua carriera, anzi, ma bastano due versi a farsi trascinare altrove, lontano da quella riviera e dalle brutture musicali che spesso la invadono. Da riscoprire.

Amore di plastica, Carmen Consoli, 1996

«Vuole un amore vero, Carmen Consoli, non un amore di plastica»: è così che Pippo Baudo, affiancato da Sabrina Ferilli, introduce per la prima volta Carmen Consoli, al Festival di Sanremo 1996. Dalle scale spunta così una ragazza dal viso tenero e grintoso, quella bambina impertinente, che nel giro di pochi diventerà un pilastro della musica italiana, prima tra le cantautrici della nuova era, musa di un’intera generazione di musiciste. Tra le braccia ha l’immancabile chitarra, acustica questa volta, e nella gola quel timbro inconfondibile segnerà la sua carriera e la sua vita. Amore di plastica, scritta con Mario Venuti, è una canzone pop-rock dalla metrica, come sempre, sdrucciola. L’effetto, ad ascoltarla la prima volta, è straniante. La sua personalità, però, questo è evidente, è strabordante.

Morirò d’amore, Giuni Russo, 2003

Il brano con cui Giuni Russo torna in gara a Sanremo nel 2003, dopo trentacinque anni di assenza e tristi vicende discografiche, ha una storia lunghissima. Viene composto sul finire degli anni Ottanta da Giuni Russo stessa, Maria Antonietta Sinisi e Vania Magelli. In quel periodo, la cantautrice siciliana è già lontana dal mercato delle canzonette e intraprende un viaggio, che sarà inesausto, nello spirito e per il mondo. Morirò d’amore cita a più riprese alcuni testi di San Giovanni della Croce, a cui Russo e Sinisi sono devote, e viene scartato dalla gara sia nel 1989 sia nel 1997. Nel 2002, però, ormai già gravemente malata, l’artista contatta personalmente Pippo Baudo per fargli ascoltare qualche brano: vuole tornare in gara, salutare il suo pubblico. E così sarà: Giuni arriva all’Ariston con il capo calvo decorato d’henné, fa volare l’Ariston e ogni sera si inchina all’Amore, abbracciando per l’ultima volta il mondo. Inarrivabile.

E dimmi che non vuoi morire, Patty Pravo, 1997

A Sanremo, Patty Pravo è stata tante cose diverse: una geisha, la ragazza del Piper, una samurai e una bambola, una sirena e una dama del futuro. Nel 1997, invece, in quel Festival di Sanremo vinto dai Jalisse, Patty Pravo è semplicemente Patty Pravo: scarpe basse, completi minimale, abiti blu scuro. Su quel palco c’è la sua essenza, la canzone nuda e cruda, che non ha bisogno di orpelli, che non deve distrarre. La canzone e basta, quella ballad che sa di mare e sa di sogno, scritta per lei da Vasco Rossi e da Gaetano Curreri. Non provoca, non graffia, ma anzi si sottrae di fronte al brano, che con l’orchestra vola. Bastano solo la sua voce e le sue braccia a immaginare tutto un romanzo. Fuori dal tempo.

La cometa di Halley, Irene Grandi, 2010

Non è la prima volta cheIrene Grandi canta un brano di Francesco Bianconi, ma quando torna a Sanremo, a distanza di un decennio dal secondo posto del 2000, la cantautrice toscana è in un evidente stato di grazia. È lei ad aprire il Festival quell’anno, sua la prima esibizione in assoluto. Canta La cometa di Halley, un brano in pieno stile Baustelle, grintoso e crepuscolare. Lei si muove geometrica e sinuosa, è energica e sensualissima. Subito dopo di lei canta Valerio Scanu: l’abisso è evidente. Irene Grandi è una da cui, chiunque canti, dovrebbe andare a scuola. Io ti dico addio, tu mi dici ciao.

Processo a me stessa, Anna Oxa, 2006

Prima di chiudersi in quello che lei stessa definisce «un nobile silenzio» e far perdere le tracce di sé per circa cinque anni, Anna Oxa si congeda dal suo pubblico con una performance e una canzone che segna uno spartiacque. Il brano, Processo a me stessa, lo ha scrittto un poeta della nostra musica (e non solo), Pasquale Panella, con l’aiuto di Oxa stessa e di Alessandra Miori. Alla vigilia del Festival, l’interprete non rilascia alcuna intervista e non permette che il testo del suo brano venga pubblicato, come di consueto, su «TV Sorrisi e Canzoni» né che venga ascoltato in anteprima daə giornalistə. Vuole creare il vuoto intorno a sé e al suo brano, sottrarsi alle dicerie per dirottare le attenzioni su un testo, complesso e preziosissimo, che non verrà mai capito fino in fondo. Nel frattempo, inizia a girare la voce che Oxa avrà un look ai limiti del proibiti e, in più, rischia l’esclusione perché il suo brano supera la durata consentita. Dopo un braccio di ferro con l’organizzazione, acconsente di rinunciare ai sette versi in eccesso e, nel corso della seconda serata, canta una versione ridotta della sua canzone.

Il look, alla fine, ha poco, pochissimo, di proibito: si vesta di garza, prima chiara poi nera, e si presenta a piedi scalzi con i capelli sciolti, lunghi ben oltre il seno. Insieme a lei, alle sue spalle, c’è un coro polifonico albanese, che la accompagna nell’esecuzione di questo brano, che viene ritenuto troppo ostico e subito eliminato. Con Processo a me stessa Oxa diventa imputata e accusatrice di sé stessa, bambina e donna vecchissima, creatura fuori dal tempo, che si racconta e si destruttura. «Io sono il mio processo ad alta voce», canta a un certo punto. Ecco. La canzone è enfatica, severa ma anche dolcissima, ermetica e inchiodante.

La seconda sera, prima di essere eliminata, Oxa si scioglie in un pianto in piena luce. Poi gira le spalle e cammina verso il silenzio. Ne hanno dette di tutti i colori, si sono fatte illazioni sulla sua salute mentale e sul suo umore, si è inneggiato a divismi e complottismi. Vituperata, ma mai ascoltata. Processo a me stessa è l’atto finale di un’opera incredibile. L’ultima pagina del primo libro di quell’almanacco infinito che è l’arte di Anna Oxa.

Musica leggerissima, Colapesce e Dimartino, 2021

Colapesce e Dimartino partecipano al Festival, per la prima volta con una canzone che dimostra molto bene quanto può fare la musica pop, che ha e dovrebbe sempre avere il compito di far venire a galla quello che sta giù negli abissi. Musica leggerissima è una meta-canzone, che sovverte i canoni del tormentone. Cioè, è un tormentone, lo è da subito, sin dalla prima esibizione all’Ariston di questi due cantautori semisconosciuti vestiti color pastello, ma il tono accattivante della melodia sostiene un testo che ha dell’elegiaco e che racconta il tempo pesantissimo della depressione. Una canzonetta per i giorni difficili.

 

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