Loredana Bertè, icona queer e maestra di coraggio

Artista ribelle e controversa, sempre alla ricerca di sé stessa e di nuove battaglie da vivere. Un’esistenza, la sua, costellata di lividi e voci spezzate, di canzoni immortali e di inni da cantare.

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Loredana Bertè, icona queer e maestra di coraggio - Sessp 22 - Gay.it
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Il termine «streaking» indica l’atto provocatorio, diffuso soprattutto negli anni Settanta, del correre nudə in pubblico, durante manifestazioni di carattere sportivo o, più spesso, istituzionale. L’intento è talvolta rivoluzionario talvolta, invece, dissacrante o evasivo. Gli anni in cui la pratica prende più piede sono, infatti, quelli della contro-cultura e della Guerra in Vietnam, del disimpegno che consegue alle tragedie. E proprio in quello stesso periodo, per l’esattezza nel 1974 – mentre Ceausescu diventa presidente e qui le Brigate Rosse rapiscono Sossi, mentre Cipro viene occupato a Nord dalla Turchia e i gruppi femministi si riuniscono per la prima volta nei pressi di Cervia – anche la carriera di Loredana Bertè prende l’avvio con uno «streaking».

Streaking - Loredana Bertè

L’interprete di Bagnara Calabra, terza di quattro figlie, in quell’anno e in un’Italia ancora avvolta nel moralismo, posa senza veli per Playboy e debutta con un album – oggi cult – che viene subito censurato. Si intitola, appunto, Streaking ed è il primo LP italiano a contenere la parola «cazzo» cantata a voce piena sul finire di un brano,  Il tuo palcoscenico, che è un elogio della bocca e dei prodigi che essa può compiere. Tutto l’album, accompagnato da un libretto in cui l’artista è ancora una volta nuda, è a dire il vero un omaggio al corpo e al piacere. Una sorta di manuale d’amore libero, che contiene in nuce i temi che qualche anno più tardi, nel 1978, esploderanno in Oxanna, l’irriverente album di esordio di Anna Oxa. Streaking è un disco orgasmico, liberissimo, in cui Bertè si canta nuda e poi si riveste, sceglie quando vestirsi e quanto godere. È un’odalisca e un’amante sola, una matura Lolita e una femme fatale. La RAI, che ai tempi controlla di fatto tutta la radiodiffusione, boicotta il progetto e riesce a farlo togliere dal commercio, sancendo il primo grande flop della carriera di Loredana Bertè.

La sua storia artistica comincia nel segno del coraggio e dell’avversione al pensiero moraleggiante che ancora oggi la accompagnano. Nonostante l’immeritato fallimento di Streaking, il successo non tarderà troppo ad arrivare. Il 1975 è molto vicino: a luglio Bertè partecipa a Un Disco per l’Estate con Sei bellissima. Il brano, uno dei suoi più celebri, prima di renderla nota in tutta Europa, spiazza il pubblico italiano e viene eliminato dalla kermesse canora. Ancora una volta è il testo a creare scalpore: i versi «e poi a letto mi diceva sempre non vali che un po’ più di niente» vengono reputati inopportuni e quindi modificati per il pubblico televisivo. La ragazza voluttuosa del primo album lascia spazio a una donna ferita e graffiante, determinata a rinascere dalle macerie di un amore storto e manipolatorio. Non è un caso che, a distanza di quasi cinquant’anni, Sei bellissima sia ancora una canzone-manifesto, la testimonianza femminista di quanto male possa fare una relazione asimmetrica. Bertè torna sullo stesso tema anche l’anno dopo, quando canta (firmata da Avogadro e Lavezzi) una ritrovata libertà: «meglio libera – dice – che fragile/meglio libera che stupida».

L’interprete diventa in qualche anno la cantrice dell’emancipazione, la Venere storpia che si pettina da sola, il cigno con le ali spezzate lasciato a leccarsi le ferite, l’araba fenice rock che invita tuttə, soprattutto le donne, a rialzarsi, a definirsi da solə, a esprimersi come credono senza paura di morire o di parlare, senza paura di sbagliare. La sua voce, che a volte è burro e a volte lama, si sofferma sempre sulle storie di chi è cadutə e ha bisogno di rialzarsi. In Serenade, per esempio, canta: «vivi la tua vita come vuoi». Per questo, Bertè diventa presto icona queer di ricerca e libertà, un modello di tenacia e pervicacia che segnala, con la sua musica e il suo stesso vivere, qual è il significato del tirarsi in piedi, del rinascere da sé stessə anche nel peggiore dei contesti: nelle stazioni abbandonate di notte, sotto i cieli spogli, tra lo sporco e i morti di colera, nelle folli città e tra le baracche con le ossa rotte, nella nebbia di vino o a Kabul.

Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, poi, il successo si consolida anche e soprattutto grazie al sodalizio con Ivano Fossati, che per lei sigla dapprima Dedicato (anche questa passato al vaglio della censura) e a seguire innumerevoli altri pezzi, tra cui Non sono una signora, che descrive un ideale di femminilità sovversivo, quasi barricadero. Le donne di Loredana le assomigliano: non sono signorine, sposine e ancelle all’altare del re, ma ragazzacce con il trucco sbavato, adultere e manifestanti, militanti dalle ginocchia sbucciate. Spose di nero vestite o madri ancora incinte avvolte nel lattex, come quelle interpretate nel 1986, quando a Sanremo per la prima volta, Bertè, coreografata da Franco Miseria e vestita da Versace, si classifica al nono posto con Re, un pezzo firmato da Pino Mango, che verrà ingiustamente messo in ombra dallo scalpore che segue le legittime provocazioni dell’artista. Il suo debutto festivaliero, più irriverente che mai, le costa l’allontanamento dalla CBS, la sua casa discografica. Ma Loredana non si ferma, è testarda e liberissima, è consapevole che andare sul palcoscenico significa compiere un atto politico, prendere una posizione, rendere il proprio corpo un un’allegoria per comunicare alla platea più vasta possibile l’importanza dell’emancipazione e dell’affrancamento dal dolore.

Re, mamme e donne incinte: quando Loredana Bertè scandalizzò Sanremo 1986

Seguono anni burrascosi, segnati da canzoni raffinate, ma di difficile presa sul pubblico – si ricorda soprattutto In questa città, firmata da Pino Daniele per Sanremo 1991 – e da marette sentimentali, che porteranno Bertè sul ciglio di un primo grande baratro. Il matrimonio con il tennista Bjorn Borg inizia a vacillare e scivola in un turbine di umiliazioni e droghe, di barbiturici e tradimenti per terminare con una separazione definitiva, uno spartiacque nero dal quale Bertè si rialza affaticata ma nuova. Inizia a scrivere i suoi pezzi, vuole raccontare le cose come le vede, senza filtro alcuno o passaggio di testimone. Ne risultano canzoni, spesso amarissime, che mostrano più o meno in controluce il disagio dell’essere vivə e le storture del mondo. La rabbia di Loredana, viscerale e antichissima, si carica da ora in avanti di un’accezione civile ancora più convinta: in Ufficialmente dispersiper esempio, l’album anticipato da Stiamo come stiamo (Sanremo 1993, in coppia con Mia Martini) e sorretto dallo struggente singolo estivo Mi manchi, presentato al Festivalbar, racconta tra le altre cose la fede politica comunista e l’odio per la guerra, le esistenze raminghe e l’emarginazione. Nelle sue canzoni del periodo – e in quelle di oggi, anche –l’impegno sociale e la rabbia per tutte le cose sbieche del mondo si mescolano al racconto delle miserie individuali, dei personalissimi dolori, dei lutti privati. Lo testimoniano pezzi come Amici non ne hoANGELI & Angeli, rispettivamente in gara a Sanremo 1994 e 1995, che fotografano attimi dalla vita della cantante e, insieme, scattano diapositive del nostro mondo. Ma soprattutto lo evidenzia Un pettirosso da combattimento, uno tra i migliori album della sua carriera, che nasce dalle ceneri di una tragedia, la morte di Mia Martini, e cerca nella musica – forse trovandola o forse no – tutta la rabbia, la santissima rabbia, utile ad andare avanti, a provare a ri-significarsi nel mondo nonostante le amputazioni. Gli anni che seguiranno saranno costellati di scivoloni e risalite e segneranno il passaggio di un’epoca sgangherata in cui Bertè – ahinoi – faticherà a farsi ascoltare come cantautrice, per poi rinascere ancora, collezionare successi nuovi e scaraventarci addosso battaglie sempre valide: i diritti della comunità LGBTQIA+, il transfemminismo, la lotta allo stigma legato all’HIV, l’antimilitarismo, l’anticlericalismo.

Pazza", perché la canzone di Loredana Bertè ha conquistato l'anteprima di Sanremo

Loredana Bertè, che a Sanremo 2024 porterà un altro dei suoi brani-manifesto, Pazza, (qui i pareri del nostro direttore, Giuliano Federico, che ha ascoltato in anteprima i brani) ci ha insegnato e ci insegna il pensiero randagio, il viaggio controvento, l’accettazione di quello che siamo, lividi compresi.

 

 

 

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