Diritti LGBTQIA+ in Europa: com’è cambiato lo scenario nel 2024

Lo specchio di un'UE che viaggia su due velocità: ripercorriamo le vittorie e le sconfitte degli scorsi dodici mesi.

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Il 2024 è stato innegabilmente uno degli anni più turbolenti e divisivi per la comunità LGBTQIA+, ben oltre i confini italiani.
Perfino l’UE, da sempre sinonimo di diritti e progresso, ha traballato sotto il peso delle trasformazioni scaturite dalle elezioni di giugno e dalle consultazioni locali nei suoi 30 paesi, che hanno restituito l’immagine di un’Europa spezzata, che viaggia a due velocità sul tema dei diritti civili. 

Da una parte, le regioni occidentali, custodi di valori progressisti e fari di inclusione: la Germania, con la sua moderna legge sull’autodeterminazione, la Grecia, con la legalizzazione del matrimonio egualitario; dall’altra, quei paesi che volgono lo sguardo verso la Russia di Vladimir Putin, come se da quelle parti si nascondesse la chiave per affrontare le incertezze della profonda instabilità geopolitica globale che ci ha travolti nel post pandemia. Il prezzo? Leggi sempre più repressive, calate a modello del Cremlino. E, tra quei paesi inclini a una sempre più pervasiva e inquietante deriva autoritaria, c’è anche l’Italia.  

Ripercorriamo le vittorie e le sconfitte dgli scorsi dodici mesi in ambito di diritti LGBTQIA+ in Europa, cercando di capire dove siamo arrivati e, soprattutto, dove possiamo ancora andare.

Matrimonio egualitario e unioni civili

Partiamo dalle belle notizie: al 1 gennaio 2025, il matrimonio egualitario è ormai realtà in 21 paesi Europei. A tagliare per ultimo il nastro arcobaleno è stato il Liechtenstein, che si unisce al club con una legge approvata lo scorso maggio.

Ma il vero spartiacque è stato l’Estonia, primo paese dell’Europa centrale a dire “sì” al matrimonio per tutti. La legge, approvata nel giugno 2023, è entrata in vigore nel 2024, portando un’inaspettata ma piacevole ventata di modernità in una regione conservatrice spesso titubante quando si tratta di diritti LGBTQIA+.

A rubare la scena, però, è stata la Grecia: non solo primo paese ortodosso a rompere il tabù, ma anche campione di progressismo con una legislazione che ha aperto le porte all’adozione per le coppie omosessuali. Il primo matrimonio è stato celebrato a marzo, mentre in Repubblica Ceca le coppie omosessuali hanno diritto all’unione civile dall’inizio del 2025. Più tempestiva la Lettonia, che con la sua legge del 2023 ha segnato una piccola ma significativa rivoluzione già dal primo luglio dello scorso anno.

Ma mentre Lituania e Polonia – risvegliatasi dopo oltre un decennio di egemonia ultraconservatrice – accarezzano l’idea di unirsi alla festa con progetti di legge simili, c’è chi resta fermo sulle barricate: la Romania, che oggi rischia un’ulteriore inquietante deriva autoritaria, ha fatto finta di nulla davanti alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che le ha ordinato di riconoscere le unioni tra le coppie dello stesso sesso.

Terapie di conversione

Il divieto alle terapie di conversione – o meglio, la sua mancanza in diversi paesi europei – rimane ancora un nodo centrale della lotta alle discriminazioni verso la comunità LGBTQIA+ in Europa. Ad oggi, sono solo 4 gli stati membri o candidati UE che dispongono di una normativa per limitare queste pratiche disumane, definite nel 2020 dall’OMS una vera e propria forma di tortura.

Ad aggiungersi alla lista nel 2024, solo il Portogallo, con una legge approvata lo scorso dicembre. E poi c’è il Regno Unito: dopo le elezioni di luglio, il nuovo governo di Keir Starmer ha promesso di bandire le terapie di conversione anche per le persone transgender.

Ma l’UE non ha ignorato la questione: in una lettera d’incarico inviata a settembre dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il blocco ha ribadito il suo impegno a vietarle in tutti gli Stati membri. 

Riconoscimento legale del genere

Anche sul fronte dei diritti T le buone notizie si sprecano. Con una nuova, moderna legge sull’autodeterminazione, la Germania ha finalmente eliminato l’umiliante necessità di visite psicologiche e tribunali per cambiare genere sui documenti.

A Malta, a settembre, si è celebrata una doppia vittoria: il riconoscimento legale delle persone non binarie e la riduzione dell’età minima per il cambio di genere a 16 anni. La Svezia ha risposto sulla stessa lunghezza d’onda, approvando una legge che semplifica la transizione e abbassando anch’essa il limite d’età a 16 anni.

Il Montenegro, invece, non ha saputo tenere fede alla propria promessa: dopo la presentazione di un disegno di legge sull’autodeterminazione sulla falsariga di quello tedesco, è calato il silenzio. La Romania, dal canto suo, ha nuovamente ignorato una sentenza della Corte di Giustizia Europea sul riconoscimento dell’identità di genere. Infine, l’anno si è chiuso con un ulteriore colpo basso dal Regno Unito: il divieto a tempo indeterminato sui bloccanti della pubertà. 

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Diritti LGBTQIA+ in Europa: i passi indietro

E si arriva alle note più dolenti. Se l’ascesa delle estreme destre e dei movimenti anti-diritti è stata una costante negli scorsi dodici mesi, uno dei bersagli preferiti della loro retorica è stata innegabilmente la comunità LGBTQIA+. Sotto il velo della “tutela dei valori tradizionali”, i governi ultraconservatori di tutta Europa si sono mobilitati per restringere spazi di libertà e diritti, attraverso leggi che mirano a cancellare l’esistenza stessa delle persone LGBTQIA+ dalla sfera pubblica.

Un fenomeno osservatosi principalmente nei cosiddetti “paesi satellite” della Russia, che hanno scelto di corteggiare il Cremlino allineandosi alle sue direttive repressive sulla falsariga dell’Ungheria di Viktor Orban.

Unione Europea contro Ungheria per la legge anti-LGBTIAQ+: com’è andata la prima udienza?

A maggio, la Georgia ha approvato la controversa legge sugli “agenti stranieri”, che impone alle organizzazioni con finanziamenti internazionali di divulgare i propri dati interni, un chiaro tentativo di soffocare le ONG e i movimenti indipendenti – specialmente quelli a tematica LGBTQIA+. Un modello seguito pochi mesi dopo anche dalla Serbia. A ottobre, poco prima delle elezioni parlamentari, è stato varato il pacchetto sui “valori della famiglia”, una stretta senza precedenti che nega l’accesso all’assistenza sanitaria per l’affermazione di genere, ostacola la cosiddetta “propaganda LGBTQ+” e limita la libertà di riunione. Un colpo durissimo per una comunità già sotto pressione in un contesto sempre più repressivo.

Lo stesso vento gelido ha soffiato in Bulgaria, dove ad agosto è stata approvata una legge che vieta ogni discussione su relazioni omosessuali e identità trans nelle scuole. Un modello che si è diffuso anche in Slovacchia e Lussemburgo, dove normative simili contro la cosiddetta propaganda LGBT+ sono state introdotte quest’anno.

Tuttavia, un segnale di speranza è arrivato dalla Lituania: a dicembre, la corte suprema ha dichiarato incostituzionale la vecchia legge sulla propaganda gay del 2009, aprendo a una nuova era in cui le identità non conformi possano essere finalmente riconosciute e valorizzate.

Diritti LGBTQIA+ in Italia: i passi indietro

Tra i paesi che hanno riscontrato un maggiore arretramento in ambito di diritti LGBTQIA+ c’è, naturalmente, l’Italia. Nel nostro paese, il 2024 si è aperto con la controversia che ha visto protagonista l’ospedale Careggi, centro di eccellenza per i percorsi affermativi rivolti ai minori, accusato da testate conservatrici di “promuovere la transizione” in modo irresponsabile.

Ne è scaturita un’indagine ministeriale che, pur senza rilevare irregolarità, ha creato un clima di sfiducia. Famiglie e pazienti hanno subito il peso di un dibattito che ha sfacciatamente strumentalizzato la salute delle persone trans, incurante delle vittime collaterali: bambin* ed adolescenti. 

Del resto, nel 2023, l’esecutivo aveva già dimostrato la propria attitudine a calpestare i diritti dei più piccoli portando avanti la propria spietata crociata ideologica contro le famiglie, continuata anche nel 2024. E vietando la cosiddetta “ideologia gender” nelle scuole tramite la risoluzione Sasso. 

Si arriva poi a maggio: nella Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia, l’Italia ha deciso di non sottoscrivere la dichiarazione dell’Unione Europea per promuovere politiche a favore della comunità LGBTQIA+, preferendo unirsi al club delle resistenze, insieme a paesi come Ungheria e Polonia.

Sempre a maggio, un altro schiaffo: l’Italia è scivolata al 36° posto nella Rainbow Map di ILGA-Europe, un termometro che misura quanto un paese sia accogliente per le persone LGBTQIA+, tanto che ad ottobre, una rete di associazioni ha scelto di rivolgersi addirittura all’ONU per denunciare la pesante discriminazione sistemica contro la comunità LGBTQIA+ nel Bel Paese.

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