Cina, chiuso il Pechino LGBT Center: prosegue l’annientamento della comunità queer

"Ci sono persone che hanno visto la propria vita cambiata grazie a te" ha scritto anonimamente una persona queer su una bacheca di Weibo.

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cina lgbt centro pechino
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Chiude il Pechino LGBT Center, istituzione di riferimento e sostegno per la popolazione queer del paese. La notizia viene riportata dal quotidiano Hong Kong Free Press.

L’ente LGBT pechinese, fondato nel 2008, per 15 anni ha supportato la comunità gay-lesbica-bisessuale-transgender cinese sia dal punto di vista sanitario – anche psicologico – sia dal punto di vista sociale. Lunedì sera, senza dare motivazioni, il Pechino LGBT Center ha così divulgato la notizia:

“Siamo spiacenti di informarvi che a causa di circostanze imprevedibili, il Centro LGBT di Pechino cessa oggi le sue attività”

Il centro aveva in passato lavorato sullo sviluppo di reti di socialità su tutto il territorio nazionale, nel tentativo di supportare le persone queer che vivono nelle aree più remote del paese.

In Cina l’omosessualità non è un reato dal 1997, ma le persone LGBTQIA+ subiscono un fortissimo stigma sociale. Il matrimonio egualitario non è legale, e non esiste alcuna forma giuridica di tutela per le coppie omosessuali. Sull’approvazione del matrimonio egualitario nella vicina Taiwan (che due giorni fa ha approvato l’adozione per le coppie dello stesso sesso), la Cina di Xi Jinping ha recentemente fatto sentire la propria pressione politica sul paese. Il gigante cinese spaventa non poco la piccola Taiwan, paese indipendente filo-occidentale sul quale la dittatura comunista di Jinping intende attuare, entro il 2025 secondo fonti dell’intelligence americana riportate dal Washington Post, un’annessione soft (leggi intervista all’attivista LGBTQIA+ taiwanese).

In Cina la dittatura del partito comunista guidato dall’autocrazia di Xi Jinping negli ultimi anni ha lentamente attuato una repressione sempre più silenziosa e al contempo feroce sulla popolazione queer. Il regista cinese queer Danny Cheng Wan-Cheung (in arte Scud), che vive ad Hong Kong per ragioni di sicurezza, ha recentemente dichiarato in un’intervista a Gay.it che parlare della Cina è pericoloso e che le persone LGBTQIA+ cinese possono vedere i suoi film e la cinematografia queer soltanto in situazioni “undeground” (ovvero: in via non ufficiale ndr).

 

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Chao, 24 anni, gay, Pechino – “Better Togheter”: viaggio di un fotografo queer attraverso la Cina

 

Nel Novembre 2022 la Disney aveva dovuto ritirare da tutto il territorio cinese il film “Black Panther 2“, perché bandito dalla Cina per la presenza di personaggi dichiaratamente LGBTQI+. Anche l’episodio 3 della saga Animali Fantastici” della Warner, nell’Aprile 2022, aveva subito la censura della scena che evidenzia la storia d’amore gay tra tra Silente e Grindelwald. La stessa censura era toccata al supereroe gay del film “Ethernals”.

Pierre Alivon, curatore (occidentale) di Arte-Des, unica galleria d’arte per talenti LGBTQ di Pechino ha spiegato in un’intervista a Gay.it come si sia reso conto, nella sua esperienza di gallerista, che lo stigma per l’omosessualità è presente nella quotidianità cinese anche e soprattutto nelle persone queer: “Non conosco personalmente nessun artista cinese che si presenti ufficialmente come LGBTQ” ha dichiarato Alivon a Gay.it

Lo scorso Gennaio il regime cinese aveva cancellato Grindr dagli store digitali accessibili sul territorio nazionale, mentre è tuttora in atto un vero e proprio ostracismo sociale per le persone omosessuali maschile “effeminate”, bandite dalla tv. La portavoce del Partito Comunista Cinese, Hua Chunying, lo scorso Gennaio aveva dichiarato che i giovani uomini devono avere “resistenza e forza“. La persecuzione per le persone con atteggiamenti non conformi all’idea di maschio del partito comunista cinese si era spinta fino a censurare quegli stessi atteggiamenti “femminili” anche nei personaggi maschili dei videogiochi.

 

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Chaoxiaomi, 40 anni, gender queer, Pechino – “Better Togheter”: viaggio di un fotografo queer attraverso la Cina

 

Nell’agosto del 2021 le università cinesi avevano stilato liste di studenti LGBTQIA+ da riportare alle autorità: da quel momento, pian piano, tutte le associazioni studentesche queer si sono man mano sciolte o si sono trasformate in movimenti underground.

Qualsiasi manifestazione pubblica di orgoglio queer è vietata, non c’è alcuna possibilità di organizzare un Pride in nessun angolo della Cina. Lo Shangai Pride, da quando fu cancellato nel 2020 per ragioni legate alla pandemia da Covid-19, non è mai stato più organizzato.

Jinghua Qian, giornalista freelance australianə, espertə di questioni queer in Cina, persona non-binaria, su Twitter ha definito la chiusura del Centro LGBT di Pechino una notizia “che toglie ogni speranza”.

“So che le queer e le femministe in Cina sanno come trovare una scappatoia, una buca per gatti, una crepa nella quale scappare, un sussurro, una metafora, ma presto tutto ciò potrebbe non essere abbastanza per le persone che hanno bisogno.

Una stretta di mano segreta non può sostituire un faro”

Jinghua Qian

 

 

“Ci sono persone che hanno visto la propria vita cambiata grazie a te”, ha scritto anonimamente una persona queer su una bacheca di Weibo (social più importante in Cina) rivolgendosi al Centro LGBT di Pechino “Grazie per aver attraversato questa epoca. Spero che ci sarà la possibilità di incontrarci di nuovo”.

 

La chiusura del Centro LGBT di Pechino costituisce il sigillo finale sull’oscuramento ai danni delle persone LGBTQIA+ in Cina da parte del regime del Partito Comunista Cinese di Xi Jinping.

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