L’amore gay che non appassisce: Lando Buzzanca e Carlo Delle Piane nel nuovo Chi salverà le rose?

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Esce oggi, per ora in solo quattro città insulari, il dramma sentimentale di Cesare Furesi su una coppia gay di anziani messi alla prova dalla malattia.

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Sarà che il cinema in sala è ormai hobby per vegliardi, ma la tendenza ‘oldies’ è la più rilevante del cinema gay contemporaneo: dopo il sensibile I toni dell’amore – Love is Strange del buon Ira Sachs, il saffico Cloudburst che trionfò al Festival Mix e il recente Grandma con una dirompente Lily Tomlin, anche in Italia qualcosa di muove. Da oggi, con un’uscita per ora solo insulare in quattro città (Cagliari, Oristano, Sassari e Catania), è possibile vedere Chi salverà le rose? di Cesare Furesi, dramma sentimentale prodotto dalla tenace Corallo Film con un’inedita – e sorprendente – coppia gay decisamente frollata: il prode Lando Buzzanca, Homo Eroticus anni ’70, oggi splendido ottantunenne, e l’ex pupillo di Avati, il bravissimo Carlo Delle Piane, ossia Claudio e Giulio.

Si amano da una vita, sono inseparabili, vivono in una bella villa nella scintillante Alghero. Quando Claudio si ammala gravemente e non può più alzarsi da letto, Giulio lo accudisce amorevolmente, portandogli tutte le mattine una rosa rossa appena colta. Ma Giulio è posseduto dal demone del gioco d’azzardo (il personaggio omaggia Il regalo di Natale diretto da Pupi Avati, essendo l’avvocato Giulio Santelia recitato sempre da Delle Piane) e ben presto è costretto a licenziare la cuoca, il giardiniere, e a vendere i mobili della villa all’insaputa di Claudio. C’è quindi bisogno dell’aiuto di Valeria (Caterina Murino), la figlia di Giulio con cui però non ha un buon rapporto: suo figlio Marco (Antonio Careddu) ha ereditato la passione per il poker e Valeria è decisamente preoccupata.

Un vero e proprio personaggio del film è Alghero, incantevole città sarda in cui riecheggia il catalano introdotto dai dominatori spagnoli in 400 anni di regno, e di cui si possono ammirare lo splendido lungomare, Villa Mosca, il centro storico, i bastioni e il parco naturale di Porto Conte. Il grande Philippe Leroy ha il ruolo cameo di un biscazziere.

La sceneggiatura ha subito conquistato Delle Piane: “Non avrei mai immaginato di subire uno straordinario fascino, leggendo una storia che tratta l’amore fra due anziani dello stesso sesso – ha dichiarato l’attore romano. Un tema importante, quello contenuto nelle 107 pagine della sceneggiatura, affrontato con tatto e delicatezza. Un bel tentativo di accordare il concetto di nucleo famigliare che si adegua naturalmente, e mantiene intatte le dinamiche dei rapporti. E finalmente si parla di amore vero. Scritto benissimo.

“Due nonni, una figlia, un nipote, una malattia, delle carte da gioco… Tutto accuratamente miscelato in modo che l’amore, e solo quello, possa emergere – aggiunge la produzione – Carlo Delle Piane e Lando Buzzanca innamorati dell’Amore. E Caterina Murino, in pratica figlia di entrambi, forse è quella che ama di più. Vengono identificate come ‘Famiglie Arcobaleno’, omogenitoriali e con un mare di problemi da risolvere. Lottano e sono tante, unite dalla condivisione di un concetto universale, diventato il loro slogan: ‘È l’amore che crea una famiglia’La nostra sarà una piccola sfida a sostegno e a dimostrazione che tutto può essere, ma solo a una condizione. L’Amore esiste, al di là di regole e convenzioni, e va prima di tutto rispettato”.

Giulio, Claudio, Valeria, Marco, poi Eugenio, Elisabetta, amici e giocatori. Pochi personaggi per parlare d’amore – conferma il regista Cesare Furesi -. Per non avere dispersione, per offrire varianti in poche analisi, per andare veloci alla meta. Un insieme assortito di vite e vissuti, ma il concetto più forte, quello che avvolge e ti porta lassù, solo due del gruppo lo conoscono, l’hanno provato, e lo provano ancora”.

L’omosessualità non arriva come tale – continua il regista – ma si inserisce nella storia con delicata naturalezza. Nessun richiamo a standard comportamentali, al ‘vizietto’. Niente di tutto questo. […] Il racconto è delicato e nel contempo forte ma si può esprimere cinematograficamente in un modo solo, in punta di piedi, attenti, affinché la nostra presenza artistica non si manifesti al di fuori del racconto stesso. La regia è al servizio della storia, e la scelta di inquadrature e movimenti di macchina sono assolutamente funzionali ad essa. Nessun tipo di acrobazie o dolly spettacolari, che sarebbero fuori luogo. La fotografia è volutamente molto calda e il ritmo narrativo fluido, sottolineato da una musica rispettosa dei silenzi. Musica fatta a volte di suoni e rumori, e che non miri a salire necessariamente sul podio.

Tutto, scene, costumi, trucco, musica compresa, spinge in alto i due protagonisti della storia, e il loro sentimento anarchico, il loro esasperato legame con vita e morte, il loro desiderio di libertà, che a prescindere dal parere personale, diventa riscatto per tanti. Forse è da qui che sono partito, ma il motivo non lo conosco. Ciò che mi ha spinto a scrivere la storia, arriverà alla mia comprensione come sempre in ritardo. Intuisco già qualcosa, ma non ne ho la certezza. C’è la mia disabilità, questo mi arriva (Foresi è su una sedia a rotelle per una poliomielite contratta a quattro anni, n.d.r.). In qualche modo ho voluto mettercela, o forse nasce tutto da quello. Non che l’omosessualità intervenga o si allacci con problemi di disabilità, nel mio caso motoria, ma penso che in qualche modo entrambe si avvalgano della medesima strategia operativa per sopravvivere. Bruttissima cosa, strategia, certo, ma necessaria. Quando si ha qualcosa da coprire, si diventa camaleontici, ci si nasconde, spesso parzialmente come bambini, e anche se solo la testa è coperta, ci si sente invisibili. Mi piace, e mi è piaciuto Giulio, il suo coraggio, la sua strafottenza nell’affrontare una vita difficile ma esemplare. Non si nasconde, e nessuno cerca di nascondersi nella mia storia. Si ama, o si odia con spontaneità e con tutte le virgolette possibili, e si vive esattamente ciò in cui si crede. Una sorta di Paradiso, a mio parere, e il fatto che a muovere tutto sia un amore forte, coinvolgente e totale, ne è la prova. Mi piacerebbe che il pubblico avesse l’impressione di scoprire i misteri di questa bizzarra famiglia, gradatamente, come unico osservatore, anche con imbarazzo. Spettatore di uno spaccato di umanità eccezionale. E sempre gradatamente, formulasse una sua precisa ipotesi di conclusione, che poi non viene rispettata, ma si rispetta comunque”.

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