I SEGRETI DI SALÒ

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Il magistrale documentario di Giuseppe Bertolucci 'Pasolini prossimo nostro' colpisce per la maestosa e ieratica fierezza che rende appieno il mistero e l'inquietudine che ancor oggi trasmette 'Salò'.

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Il finale del capolavoro pasoliniano Salò o le 120 giornate di Sodoma originariamente sarebbe dovuto essere diverso: non il timido ballo dei due ragazzi abbracciati ma una gioiosa danza collettiva quasi viscontiana con i personaggi del film, la troupe e il regista stesso che Pasolini poi tagliò. Alcune splendide foto di scena di questa sequenza si possono vedere nel magistrale documentario Pasolini prossimo nostro del discontinuo Giuseppe Bertolucci (e nel dvd ci saranno due scene integrali inedite): 23 mesi di lavoro per selezionare circa 900 foto delle 7200 che Deborah Beer, unica fotografa accreditata, scattò sul set dell’ultimo film del maestro friulano, per alternarle ai 50 minuti di interviste che condensano le 50 ore di colloqui col giornalista e storico del cinema Gideon Bachmann e spezzoni di 3 chilometri di negativo, materiale recuperato a Pordenone nell’archivio di Cinemazero (l’intero film, esemplare per rigore e compattezza, dura solo 63 minuti ed è preceduto dallo stilizzato cortometraggio d’animazione Essere morti essere vivi di Gianluigi Toccafondo).

Inizialmente scettico e diffidente perché il tedesco Bachmann ha bisogno di materiale per interviste destinate a riviste diverse, da Sight & Sound a Mademoiselle («Devo sapere chi è il destinatario!») e non conosce bene il regista – non sa che è nato a Bologna e non a Casarsa – Pasolini poi si scioglie, esprimendo al meglio la poetica del film: il sesso sadiano come metafora degli abusi di potere e della mercificazione del corpo umano («Il potere è sempre anarchico perché fa quello che vuole»); il modello fascista che si perpetua nelle oppressioni contemporanee (ma quando Pasolini parla di ‘modernità’ sullo schermo si vedono i molti baci gaylesbo di Salò); il suo rapporto con la Francia «satura di razionalità»; una sconsolata riflessione sulle lunghe ombre dell’avvenire («Mi vengono letteralmente le lacrime agli occhi quando prendo in braccio il figlio di Ninetto per la pietà per il suo futuro»).

Ma ciò che più colpisce di Pasolini prossimo nostro è lo stile…

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Ma ciò che più colpisce di Pasolini prossimo nostro è lo stile efficace e molto personale: il sofisticato montaggio di Federica Lang crea un intenso flusso armonico tra le immagini fisse e i primi piani di Pasolini che sfumano in ralenti, attraverso un uso consapevole dei rumori di scena e un’ampia scelta di musiche che vanno dai Carmina Burana al celebre canto popolare partigiano I ponti di Perati, quello della “meglio gioventù”.

Il sorprendente risultato, complice l’elegante bianco e nero dei magnifici scatti della Beer, a tratti assomiglia a un fotoromanzo con pista sonora ma ha una sua maestosa e ieratica fierezza e rende appieno il mistero e l’inquietudine che tutt’oggi trasmette la visione di Salò.

Pasolini rivela come all’inizio amasse poco la sceneggiatura scritta da Pupi Avati su commissione dalla produzione (e fu il celebre press agent Enrico Lucherini a individuare il progetto ispirato all’opera di De Sade dopo il grande successo de Il Decameron). La regia fu inizialmente affidata a Sergio Citti che chiese aiuto e consigli proprio a Pierpaolo. Quest’ultimo poi se ne innamorò facendolo interamente suo.

Tra i passi più interessanti c’è una riflessione sulla sessualità quanto mai attuale: «C’è una grande libertà nei rapporti della coppia eterosessuale, una libertà per modo di dire perché dev’essere quella, e poi è obbligatoria. Siccome è concesso, è diventato obbligatorio, perché un ragazzo, visto che è concesso, non può non approfittare di questa concessione. Quindi si sente obbligato a stare sempre in coppia e la coppia è diventata un incubo, un’ossessione anziché una libertà. È una coppia completamente falsa e insincera, di un’insincerità spaventosa […] È la loro coppia rilanciata dal consumismo perché questa coppia consumistica compra. Tenendosi per mano va alla Rinascente, alla Upim».

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Come ha detto Bertolucci alla Mostra di Venezia, dove il film è stato presentato come Evento Speciale della sezione Orizzonti: «L’attualità del messaggio di PPP sono i grandi nodi che affronta: la deriva della società dei consumi e la sua anima che è il sistema dei media. È un presente che non è ancora finito, che si prolunga, peggiora».

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