47 aggressioni fisiche in dodici mesi. Quasi una a settimana, distribuita su tutto il territorio nazionale, dal Poetto di Cagliari al lungomare di Rimini, da una discoteca alle porte di Roma a un festival estivo in Friuli. Nessuna emergenza isolata: una costante continua, un clima esteso, che copre tutto l’anno, tutte le regioni.

È il dato più crudo che emerge dal Report omolesbobitransfobia 2026, pubblicato da Arcigay in occasione del 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia, la bifobia e la transfobia (IDAHOT).

Arcigay

Il report censisce 127 episodi di violenza, discriminazione e odio ai danni di persone, organizzazioni e simboli LGBTQIA+ registrati dai media italiani negli ultimi dodici mesi. La premessa metodologica è ulteriormente inquietante: si tratta esclusivamente di fatti arrivati alle cronache. Il sommerso, per paura di denuncia, esposizione pubblica, ritorsioni familiari o professionali, è strutturalmente molto più ampio.

I dati del 2025 qui >

I numeri

La classificazione per categorie consente di leggere il fenomeno oltre l’episodio singolo.

  • 46 aggressioni fisiche: la categoria più numerosa
  • 37 casi di discorsi d’odio di matrice sociale, politica o istituzionale (hate speech)
  • 31 casi di insulti e minacce verbali
  • 19 episodi riguardano attacchi a simboli, spazi o sedi della comunità (panchine arcobaleno vandalizzate, murales imbiancati, sedi associative prese di mira)
  • 14 episodi sono classificati come adescamenti tramite dating app o chat
  • 12 episodi avvengono in prossimità di Pride, Pride Village o locali frequentati dalla comunità
  • 8 casi riguardano violenze o discriminazioni in carcere
  • 6 episodi con matrice di violenza familiare
  • 3 suicidi
  • 1 omicidio

Arcigay puntualizza un dato di realtà che i numeri non riescono a raccontare. Ogni singolo caso è in realtà un contenitore di più reati: rapine, pestaggi, estorsioni, ricatti. Quando un gruppo criminale viene smascherato, dietro c’è spesso una catena di vittime che si misura in decine.

Le dating app come trappola

Il blocco degli episodi legati alle app di incontri è, per intensità e per logica interna, il più allarmante del report. A Treviso un uomo di 42 anni viene adescato e brutalmente picchiato. A Bergamo gli incontri via chat sfociano in minacce con coltello, rapine e condanne per estorsioni seriali su Grindr. A Caserta le rapine a uomini adescati tramite app colpiscono più vittime sullo stesso territorio. A Padova e Rovigo la dinamica si ripete: contatto in chat, arrivo a casa o nei luoghi di incontro, pestaggio e rapina. Ad Ancona uno studente viene ricattato con foto intime. A Novara un uomo di 37 anni sente al telefono: «Preleva o fai una brutta fine». Il caso limite è quello di Alessandria: due ventenni concordano un appuntamento con una ragazza trans tramite app, la rapinano e la uccidono. È l’unico omicidio censito nel report. A Bologna e poi di nuovo a Rimini emergono coppie organizzate che attirano uomini in trappola per rapinarli. A Roma, tre giovani vengono arrestati dopo aver ricostruito almeno nove estorsioni con la stessa modalità. Non si tratta di episodi isolati. Si tratta di un metodo.

L’app di incontri” dichiara il segretario generale di Arcigay Gabriele Piazzoni “che per alcune persone può essere un canale fondamentale di relazione, è diventata un terreno di caccia per soggetti che combinano odio, omofobia e opportunismo criminale“. Arcigay ha lanciato nelle scorse settimane la campagna Quello spazio è nostro, che ha incluso un sondaggio su 1.500 utenti di dating app: per la maggioranza, le app sono considerate abbastanza o molto pericolose, e quasi tutte le persone intervistate conoscono qualcuno che è stato vittima di adescamento.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

I simboli sotto attacco

Diciannove episodi riguardano attacchi a luoghi, spazi e simboli della comunità. Le panchine arcobaleno vengono vandalizzate con una regolarità che il report definisce quasi ordinaria: Calendasco, Lugo, Ferrara, Roma, Vittoria, Montopoli, più episodi nella stessa città in pochi mesi. La sede di GenderX a Roma viene assalita con la minaccia: «Se uscite ve damo foco». Un taxi diffonde a tutto volume Faccetta nera davanti a una festa di Arcigay a Pavia, molestando gli attivisti all’uscita.

Il murale Queer Wall di Livorno viene imbiancato dai vandali. A Roma, adesivi omofobi vengono affissi al Foro Italico contro Jannik Sinner.

Tre suicidi, un omicidio

Il report documenta 3 suicidi: un ragazzo di 15 anni a Latina, i cui familiari raccontano che lo chiamavano «femminuccia»; Bruno Gagliano, drag queen molto nota a Roma; una ragazza transgender di 14 anni a Ragusa. In tutti e tre i casi il contesto è segnato da bullismo e stigma. A questi si aggiunge l’omicidio di Alessandria. Il report è esplicito nella chiave interpretativa: non si tratta di persone fragili per natura, ma di persone esposte a una pressione — sociale, familiare, istituzionale — che rende la vita quotidiana insostenibile.

Minori e scuola

Sedici episodi coinvolgono minori, come vittime o come autori di violenza. Il bambino di 10 anni di Umbertide bullizzato perché ama la danza. Il 15enne di Forlì minacciato con un coltello dai coetanei. La docente del liceo Aristofane di Roma che nega il genere a uno studente trans davanti alla classe: «Sarai sempre una ragazza come dice il registro». I bagni di una scuola di Gallarate imbrattati con svastiche. Due 18enni in gita a Rimini che lanciano sassi contro donne trans sul lungomare.

Il carcere

Otto episodi riguardano le carceri. Detenute trans a cui viene negata l’identità, l’accesso al lavoro, l’assistenza da personale femminile. Nel carcere di Prato, due detenuti torturano e stuprano per giorni un compagno omosessuale. A Rebibbia, due detenuti gay vengono costretti a condividere una cella in condizioni degradanti. Sul piano amministrativo, una circolare del Dipartimento penitenziario nega i permessi della legge 104 alle coppie in unione civile.

L’odio istituzionale

Trentasette episodi di hate speech, spesso provenienti da ambienti politici e istituzionali. L’assessore di Fratelli d’Italia a Sesto San Giovanni che definisce l’omosessualità «una malattia». I cori omofobi a un comizio elettorale a Valguarnera. Il candidato sindaco del centrodestra a Voghera che nei suoi manifesti scrive «non fatevi infinocchiare» riferendosi all’avversario gay. Il generale Vannacci che dal palco chiede: «Chi va in guerra, quelli del Gay Pride?».

«In Italia, oggi, essere lesbica, gay, bisessuale, transgender o queer significa esporsi a un rischio concreto di violenza — conclude Piazzoni —. Parliamo di un fenomeno strutturale, spesso alimentato dall’alto, che colpisce in modo particolarmente veemente le persone trans e le persone più giovani, e che in troppi casi arriva fino al suicidio o all’omicidio.»

I 127 episodi censiti sono, per stessa ammissione degli autori del report, la punta di un iceberg. La misura reale del fenomeno non è misurabile. Rimane, però, la cadenza: quasi una aggressione fisica a settimana, per tutto l’anno, in tutto il Paese.

© Riproduzione riservata.