Sapremo custodire la comunità come i primi esseri umani custodirono il fuoco? A questa domanda che unisce tempi futuri e passati Nichi Vendola ha cercato di rispondere facendo politica. O, come dice lui stesso in questa lunga intervista in esclusiva per Gay.it, «portando la poesia nei fatti». Così recitava lo slogan che lo riconfermò presidente della Regione Puglia nel 2010, l’ennesima tappa di una lunga staffetta iniziata in Arcigay e Rifondazione Comunista. Sembrano passati evi, ma il tempo è relativo quando si naviga in un mare burrascoso. La sua nuova raccolta di poesie Sacro Queer (Manni Editori, 2025) va letta, infatti, come un diario di bordo. Un viaggio dove l’idea di un futuro gaio covata nel primo campeggio gay di Capo Rizzuto nel 1979 era l’aspirazione in un’Europa che ancora smaltiva le scorie fasciste. I versi di Nichi Vendola sono quelli di una voce sospesa fra due sponde: quella atlantica, che trova la vita in Canada con la nascita di Tobia e quella mediterranea, sempre più lontana, dove il ricordo del Mare Jonio, coi suoi «delfini che danzano a prua» in Patrie (Il Saggiatore, 2021), è spazzato via dalle foto dei migranti «cristi fluttuanti», come scrive in Madonna di Cutro. Sacro Queer è, allora, il suo tentativo di dare voce all’invisibile in una laica preghiera dove Dio non è un dogma, ma la Parola che dà corpo a un nuovo linguaggio. Per Nichi Vendola, non c’è resistenza senza parole, così come non ci può essere pace senza una dichiarazione di guerra queer, cioè la liberazione che si libera dai dominatori. Dopo anni di interviste scritte, Vendola ci ha aperto il suo cuore queer da Roma, città dove vive felicemente con suo marito e suo figlio.
Visualizza questo post su Instagram
Ciao Nichi. Roma, dove vivi, torna tanto in Sacro Queer. In A tarda ora che dedichi a Roberta Franciolini, parli del «ferro giù in fondo a Rebibbia alla galera binaria».
Roberta Franciolini è stata fondatrice e attivista del Mit, sulle spalle una vita complicata e qualche inciampo in storie pesanti. Andavo a trovarla in carcere, a Rebibbia, discutendo anche col direttore del penitenziario delle problematiche relative alle detenute transgender. Ma anche per capire di più del mondo di Roberta. Per me è sempre stato chiaro il rischio implicito in un’affermazione d’identità che non fosse onnicomprensiva, che convivesse con un suo corredo di micro-discriminazioni. È stato il mio caso quando ero ragazzino: io sono gay, mica sono trans! E dunque in me c’era una richiesta d’inclusione che prevedeva un’esclusione. Poi ho capito quanto fosse subalterno, patetico e autolesionistico ragionare così. E il meccanismo della discriminazione, con le sue mille forme di manipolazione, è il tema che mi ha totalmente coinvolto a partire dalla fine degli anni Settanta. E poi riflettevo e mi interrogavo sulla questione della prostituzione, cioè della mercificazione dei corpi. E così che incrocio Roberta, questa creatura strana, verace, materna… Vederla in carcere, poi ritrovarla a cena a casa mia, sempre in bilico tra un’allegria esplosiva e un’improvvisa disperazione… La sua ironia nei confronti del mondo, la sua capacità di desacralizzare tutto parlando dei suoi clienti, poi il cortocircuito nella testa per i suoi amori impossibili, la fragilità, la vulnerabilità di una persona intelligente e ricca di sentimenti, tutto questo mi ha attraversato e arricchito.

È quello che scrivi in A tarda ora. Questo ritardo in bilico fra «l’impellenza del seme o la schiuma del mare che l’abisso non teme».
Io sono molto grato alle persone che ho incontrato per avermi donato la loro confidenza, per essersi donati nel racconto di sé. Un po’ perché mi hanno percepito come una persona che non aveva un rapporto strumentale con loro: ero empatico nei confronti della bellezza della loro vita, anche se magari non condividevo o venivo sconvolto da alcuni dei loro racconti. Però, in tutte queste persone, mi ha colpito sempre la tenacia, la capacità di resistere agli urti della vita. Hanno attraversato tanto di quei territori minati, hanno vissuto sotto autentici bombardamenti in epoche che erano evi oscuri: sempre sull’orlo di un burrone, alla mercé di una privazione di senso e di parola della loro vita. E si sono battute, come tigri, con le unghie e con i denti per rivendicare il proprio posto nel mondo e la loro dignità. Perciò per me è naturale celebrare le persone transgender in un’epoca in cui sono tornate ad essere preda di caccia dei clerico-fascisti di tutto il mondo, a est come a ovest. Celebrare il “sacro dell’umano” è cosa buona e giusta ed è un atto fino in fondo politico.
Un impegno militante che passa dalla rivendicazione dei diritti, come hai sempre fatto tu in politica, come faceva chi militava in Arcigay.
Oggi in qualche angolo della cultura progressista c’è la tossica tendenza a immaginare che i democratici perdano perché hanno concesso troppo spazio a una lievitazione incontrollata dei diritti. Tesi che ha affermato con chiarezza sconcertante persino un pensatore fine come Giuliano Amato in una recente intervista su Repubblica. In verità negli Stati Uniti i giovani hanno disertato le urne per lo schifo che ha fatto la Casa Bianca mettendosi l’elmetto in testa e trasformandosi nel partito della guerra, e soprattutto per la complicità attiva con i crimini di guerra di Israele a Gaza. I democratici hanno perso voti per una diffusa inquietudine sociale, perché la piena occupazione non significa piena certezza del futuro e perché c’è troppo lavoro povero. A volte, dentro le statistiche dell’ottimismo governativo, non si vede tanta precarietà e tanta povertà che ci sono e sono bombe a orologeria. E poi c’è la guerra che sposta a destra i sentimenti del mondo, radicalizza ed estremizza i rancori, le frustrazioni, semplifica il mondo, immiserisce il vocabolario. E la guerra è il primo congegno semantico di riduzione della complessità, con la guerra vige la semplificazione tossica della coppia amico-nemico. Insomma la sinistra ha perso per queste ragioni culturali, politiche, sociali, perché ha dismesso la visione di una alternativa radicale di società. Non perché si è occupata troppo di diritti civili, ma perché ha scambiato l’avanzamento sul terreno delle libertà con l’arretramento sul terreno delle conquiste sociali. Reagire alla caccia al transgender è doveroso per ogni soggetto democratico ed è motivo di dolore vedere un frammento di femminismo sporcarsi e snaturarsi nella polemica anti-trans. Ricacciare nel buio quelle creature che dal buio sono uscite: questo sarebbe un delitto imperdonabile, e riaprirebbe la giostra dei nostri massacratori.
Tu parli di giovani sconcertati, a cui manca un orizzonte. In Patrie spieghi che la militanza è stare su «l’orlo esausto dell’attesa». Oggi nelle giovani generazioni pensi che manchi quest’aspirazione?
Oggi non ci sono visioni o “pensieri lunghi” nella politica, c’è la dittatura del presente e il suo chiacchiericcio, i rumori mediatici che nascondono la sottomissione della politica al dominio del potere economico. I giovani sono soli dinanzi all’incertezza del futuro e su di loro torna forte l’imperativo del “sorvegliare e punire”. Visto in prospettiva storica siamo agli effetti della fine del Novecento e del tracollo del mondo sorto dalla rivoluzione russa. Io penso che il comunismo abbia fatto male all’est e bene all’ovest. A est è stato nevrosi del controllo sociale, repressione del dissenso, dittatura. A ovest invece è stato un orizzonte ideale e un movimento politico che hanno stimolato una competizione di modelli sociali, il cui esito ha portato in Europa a quella magnifica costruzione che è il welfare e a una democrazia partecipata e inclusiva. Quando però è caduto il comunismo, si è scatenata la voglia chiudere i conti anche con le anomalie dell’ovest, di vendicarsi del Sessantotto e di tutto quello che i migliori anni Settanta avevano prodotto in termini di cambiamento del costume e della società. E quindi è andata maturando la rivoluzione liberista degli anni Ottanta. La sinistra ha chiuso i conti con il comunismo un po’ frettolosamente, immaginando che anche Berlinguer fosse l’espressione di un malinteso, e che la “terza via” fosse solo nella sua testa. Dimenticandosi che ogni volta che si è tentata l’alternativa al comunismo sovietico, con partiti comunisti che accettavano il pluralismo e la democrazia, si è scatenato l’inferno. Nella Cecoslovacchia di Dubček come nel Cile di Allende. Sarebbe interessante riesumare la storia dimenticata del genocidio indonesiano che, a metà degli anni sessanta, sotto lo sguardo benevolo della Cia, vide l’uccisione di oltre 1 milione di militanti di un partito comunista che non si proponeva di instaurare una dittatura. La “via democratica” di un “socialismo dal volto umano” è stata impedita, sia ad est che a ovest. Troppo pericolosa sia per l’Unione sovietica che per gli Usa. Cosa è accaduto dopo? È accaduto che la sinistra ha immaginato che il proprio compito fosse temperare le asprezze del sistema dominante, adagiandosi su quello che potremmo definire un “paradigma adattivo”. E soprattutto, ha immaginato che la sua missione fosse governare. Il governismo è stata la malattia senile della sinistra, quella che ha impedito alla sinistra di pensare una vera trasformazione del mondo. In questo vuoto di narrazione, di visione dell’alternativa, si è creato un cortocircuito drammatico soprattutto con la parte più povera della popolazione. È mancato quello che Ernest Bloch chiamava Il principio speranza, e quello spazio è stato occupato dagli imprenditori della paura. Dai Trump, dai Milei, dai Salvini, dalle Meloni, dalle Le Pen.

Quando Renzi ha vinto le primarie nel 2013, lo hai definito «un ciclone che chiude completamente un pezzo di storia politica italiana, liquidando un’intera nomenclatura». La sinistra renziana è stata – permettimi la metafora – come il ciclone del mondo di Oz, che ammazzando la strega dell’est, ha rotto gli equilibri, lasciando la strega dell’ovest libera di esercitare il suo potere senza una reale opposizione?
Renzi è stato dentro una narrazione che era quella della modernizzazione senza aggettivi, un adeguamento spigliato, frizzante, moderno a quello che accadeva nel mondo: l’accettazione della globalizzazione liberista come se fosse un destino. Magari all’inizio Renzi dava speranza, perché, rispetto a certa sinistra catatonica e catacombale, appariva un elemento di dinamismo e innovazione. Sveglio sui diritti civili ma subalterno all’ordine neo-liberale, fino al trauma di abbattere il cuore dello Statuto dei diritti dei lavoratori (l’art.18). Devo dire che oggi preferisco il dinamismo di Elly Schlein, che è radicale nella difesa dei diritti civili, intransigente nella difesa dei diritti sociali, e che sta provando, sia pure a fatica, a disegnare un orizzonte di fuoriuscita dalle ipoteche della lobby industrial-militare. Per me è un’interlocutrice importante, e soprattutto non ha messo in circolazione le tossine dell’idea della autosufficienza, che era una delle cose che ci ha mandato alla catastrofe. A volte mi lascia sbalordito la capacità dei cosiddetti riformisti, in ogni parte del mondo, di esorcizzare i propri conclamati fallimenti. Hanno perso malamente negli States, in tanta parte d’Europa, a fronte dell’Internazionale della destra radicale di Trump e sodali, a fronte di una ideologia agguerrita e rivendicata a livello globale, riescono a malapena a farfugliare banalità. Sono scomparsi in Israele, chissà perché. Ridotti a poco in Francia. Sotto il partito neo-nazista in Germania, dopo aver governato riempiendo come non mai di armi gli arsenali nazionali. Nessuna autocritica, solo la faccia di bronzo di Olaf Scholz e di una Spd che si accomoda al governo con il più reazionario dei cancellieri. Una disfatta e una vergogna.
Nel prologo a Sacro Queer parli dell’importanza delle parole. E attacchi il pensiero uniforme di quei governi neofascisti che hai appena definito una internazionale nera. E la sinistra, invece, cosa dovrebbe fare?
È incredibile che la destra abbia un vocabolario comune in tutto il mondo, abbia punti di riferimento politici e organizzativi, fino al punto di riuscire a essere contemporaneamente serva della ricchezza e dei ricchi e, contemporaneamente, vendicatrice dei poveri. Questo incredibile sortilegio non è frutto della bravura della destra, ma è frutto della vacanza della sinistra, della sua latitanza, della sua incapacità di coniugare diritti civili e diritti sociali. Lo ripeto: io non mi sono consolato perché ho avuto le unioni civili in Italia da Renzi nel momento in cui Renzi ha prodotto il massimo grado di precarizzazione del mercato del lavoro. Perché tu non mi puoi dare più diritti civili sottraendomi diritti sociali. Certo, mi sono potuto sposare e questo ha reso più protetto il mio nucleo familiare e mio figlio. Ma la precarizzazione del mercato del lavoro e la precarizzazione della vita sono il terreno di coltura dei virus dell’intolleranza e, quindi, del successo, del consenso alla destra estrema. Per me la sinistra deve innanzitutto chiedersi perché siamo finiti in questa notte buia. Deve poter trasformare l’angoscia in un’analisi del perché è accaduto tutto questo. Come i più ingenui tra i bambini o i più cinici fra i complici, la sinistra ha creduto finora che il capitalismo effettivamente avesse nella sua pancia la liberal-democrazia. Oggi, esattamente come gli anni Venti del Novecento, si scopre che il capitalismo se ne può fottere della libertà e concedere alle bande fasciste le chiavi del potere. Il fascismo non ci sarebbe stato senza gli agrari della Pianura Padana e dei grandi industriali del nord che videro in queste canaglie nere la possibilità di fermare lo straordinario moto di emancipazione sociale che partiva dalle campagne e dalle fabbriche, il moto che era il disegno di un mondo nuovo: era la speranza tradotta in politica. Il nazismo non ci sarebbe stato senza la complicità dei Krupp e degli altri grandi imprenditori tedeschi. Noi dobbiamo tornare lì, al tema della libertà che incrocia il destino degli individui ma anche la forma dell’economia politica, i rapporti di produzione, il modello sociale.
In queste settimane, Marina Berlusconi si è esposta sul Foglio in difesa dei diritti civili in nome del centrodestra liberale. Perché la battaglia dei diritti civili su gioca anche sulla propria appartenenza politica?
Forza Italia ha votato insieme a tutto il centrodestra perché la Gestazione per altri diventasse un reato universale: un’aberrazione giuridica e un insulto e una minaccia per la vita dei nostri figli. Nei momenti topici delle battaglie fondamentali per l’avanzamento sul piano dei diritti, le uscite di Marina Berlusconi possono suonare gradevoli, ma possono essere anche intese come un po’ di mascara e di cipria sul volto di una Forza Italia che non è stata il massimo sui diritti LGBTQ+, che anche nelle espressioni del suo fondatore, Silvio Berlusconi, ha coccolato l’omofobia come un pezzo di folklore nazionale. Tutti i distinguo del caso sono benvenuti quando si tratta di diritti, di sentimenti, di esistenze in carne e ossa. Certo, se c’è qualcuno che non si veste da aguzzino contro le minoranze io sono contento. Ma continuo a vederlo alleato degli aguzzini e questo mi crea qualche perplessità. Uno dei delitti culturali più gravi del berlusconismo è stata la banalizzazione della nozione di bellezza, che è diventata sinonimo di velina o di tronista: una nozione leggera e di facili costumi. Mentre la bellezza, nella riflessione teologica, nell’arte, nella filosofia, è fatica, è sublimazione del dolore – il dolore della condizione umana, della cognizione della fine, della morte. E la bellezza è riparare nell’abbraccio. Questo è combattere per i diritti.
Forse non c’è anche il rischio che mettere mascara e cipria sia un anestetico? Che basti a rasserenare la nostra coscienza? Ne Il tempo, che dedichi a Franco Grillini, scrivi: «Abbiamo tanto sudato pur di prenderci il sole e tutto il creato». Cioè racconti di una militanza che è un cammino.
Noi abbiamo capovolto un atteggiamento. Non ci siamo ritagliati un ghetto privato, non abbiamo rimpianto i bei tempi antichi in cui si batteva sul Lungotevere quando c’erano «gli orinatoi» cantati da Sandro Penna. Noi siamo i padri e le madri del Pride, che è un’altra storia. Noi veniamo dopo Rainer Fassbinder, dopo Pier Paolo Pasolini, Alberto Arbasino, Sandro Penna, Giovanni Testori. Noi veniamo dopo i sensi di colpa o la vocazione al martirio, abbiamo fatto fallire l’industria del peccato con il suo indotto di sommersa violenza, non abbiamo elemosinato uno sgabello al tavolo della normalità: abbiamo rivendicato orgogliosamente, alla luce del sole, il nome del nostro gender, del nostro amore, del nostro sentimento, della nostra battaglia. Non abbiamo detto: siamo quasi come voi. No! Abbiamo detto: Siamo diversi.

Citando Sandro Penna, dici: Felice chi è diverso, essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune…
Appunto. La diversità può piacere, perché è un ingrediente di mercato. La diversità è nello star system, nell’industria cinematografica, nel linguaggio televisivo. Prova a immaginare se dovessero sparire tutte le persone della comunità LGBTQ+ dal mondo dello spettacolo, della musica, della moda, della cultura in generale: sarebbe quasi l’estinzione di questi mondi. Per questo mi piacciono quei versi di Sandro Penna, perché la diversità è una dissidenza, è un punto di vista. C’è una parola che io associo alla parola diversità: ed è la parola santità. Perché i santi, quelli che l’iconografia cristiana colloca sulle nuvole, stando da quella posizione hanno un punto di vista globale, radicale, sulle cose del mondo, sulla mondanità, che è una cosa simile alla diversità. Alla fine, la diversità scopre che la normalità rischia di essere una barriera che frattura l’umanità. E la diversità ci aiuta a ricostruire l’unità del genere umano.
Mi viene in mente la closeted heterosexuality di cui parla la teologa queer Marcela Althaus-Reid, che riconosce all’elemento queer il merito di liberare anche l’eterosessualità. Che è poi il destino dell’umano che tu tracci nella poesia A sua immagine quando scrivi: «Noi che siamo materia nata per scissioni vita ibridata di vite», riflesso di un Dio che definisci «asimmetrico e incontinente» contro qualsiasi uniformità.
Mi viene in mente l’espressione Caritas sine modo. Qual è per Dio la misura dell’amore? È un «amore senza misura». E in questa smisuratezza affogano i dogmatici, i tradizionalisti, gli integralisti. Cioè coloro che usano Dio per le loro faccende mondane. In fondo io amo papa Bergoglio perché ha ripristinato l’idea che Dio non è una funzione della chiesa, ma anzi il contrario: la chiesa è una funzione di Dio. Sembra una banalità, ma è rivoluzionario dire che la verità è nell’amore, mentre c’era chi diceva che l’amore è nella verità. Un bel rovesciamento. Del resto sono contento che il libro esca durante il Giubileo della comunità LGBTQ+.
Fra l’altro, la messa nella giornata giubilare dedicata alla comunità LGBTQ+ sarà celebrata da un tuo caro amico: monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Cei.
Don Ciccio è un amico, lo conosco da più di 30 anni. Era parroco dei Santi medici di Bitonto, città accanto alla mia Terlizzi. Con lui discutiamo del mondo e dei poveri, siamo entrambi legati alla storia del nostro vescovo, don Tonino Bello, l’icona vivente di quella “Chiesa col grembiule” che ha segnato le nostre vite. Pensa a cos’è quella sua frase che cito all’inizio del libro: «Amare, voce del verbo morire, significa decentrarsi. Uscire da sé». Che è poi la massima espressione del cambiamento. Decentrarsi. E questo pensalo applicato alla chiesa, una chiesa capace di decentrarsi: rimettere al centro dell’annuncio del Regno la persona umana fatta “a immagine e somiglianza” di Dio, accogliere un Re che sale su un trono di chiodi e di legni messi in croce e che indossa una corona di spine e non di diademi. Questa conclamata è la regalità della “condizione ultima”, e ai segni del potere il Vangelo sostituisce il potere dei segni. Dio non trionfa nel technicolor e nelle folle plaudenti, ma nella gloria dei poveri cristi e nell’economia delle “pietre di scarto”. Per questo Sacro Queer: quei volti, quelle storie, i miei eroi spesso marginali e in fuga, sono sacri. Come Nicole De Leo, ci conosciamo dai tempi del liceo, che ha scalato montagne di dolore per la sua transizione: la sua fatica l’ha resa sacra. Io di lei ricordo le ferite, le umiliazioni, la pena… Mille volte cadere, e mille volte rialzarsi… Io non ho mai raccontato le mie cicatrici, anche perché la mia battaglia è la cosa che mi ha reso migliore. Perché il campo di battaglia era il mio corpo ed era il mondo, e mi commuovo molto pensando a quello che abbiamo fatto: abbiamo dovuto sputare sangue, ma abbiamo contribuito a rendere nominabili le cose che non erano nominabili. E quando le cose sono nominabili, allora esistono. Il fascismo nemmeno nel Codice Rocco aveva messo la parola omosessualità. E invece le parole fanno il mondo, e la battaglia più importante che abbiamo fatto è stata la battaglia delle parole. Quindi è un po’ patetico che Trump, tra i suoi ordini restrittivi, metta al bando espressioni vagamente gay. Oppure è angosciante quel fascista con la motosega di Javier Milei che ripristina il vocabolario del disprezzo e dello stigma nei confronti delle persone con disabilità… Loro chiamano ideologia la critica della loro ideologia, in fondo. È la destra degli esorcismi, chiamano ideologia la nostra vita e vorrebbero farla sparire.
E infatti, proprio nel prologo parli di «genocidio programmato delle parole», che viene sempre «prima di ogni genocidio umano».
C’era un tempo in cui la parola marocchino era l’icona della minaccia che arrivava sul pianerottolo di casa. Poi, dopo il marocchino, c’è stato l’albanese. Onnipresente lo zingaro, di cui abbiamo sempre voluto ignorare tutto. I pogrom, i rastrellamenti, gli stermini sono sempre stati preceduti dalle parole. Io sono stato in una missione di pace negli anni delle guerre nei Balcani e i comizi dei leader balcani, da Milošević, a Tuđman, cioè i grandi macellai dei Balcani, erano scanditi da parole che, come dei virus, hanno contagiato le persone. E il nazionalismo, il razzismo, l’omofobia sono frutto della tossicità delle parole. Per questo abbiamo bisogno di parole di convivialità. Se pensi che l’accusa più infamante, sulla scena pubblica dell’ultimo Ventennio, è quella di essere buonista. Come a dire che la cattiveria coincide con il realismo, il pragmatismo, e la bontà è una minaccia. E l’accusa più terribile da cui dovevo difendermi nel picco della mia esposizione pubblica era di essere un poeta. Tanto che la mia ultima campagna elettorale del 2010 per tornare a governatore della Puglia era: «Vendola, la poesia nei fatti», con tutti i manifesti che erano in rima. Per questo voglio tanto bene a Franco Grillini, a Vanni Piccolo, a Giampaolo Silvestri, a Ivan Teobaldelli (scomparso da poco ndr). Eravamo come dei carbonari. Ci eravamo divertiti soltanto nel 1979, a Isola Capo Rizzuto, al primo campeggio gay. Poi abbiamo dovuto attraversare la stagione dell’AIDS, non solo perdendo tanti amici, tanti compagni, ma anche trovandoci addosso lo stigma, il morbo gay, e tutto il corredo dei sensi di colpa che ci venivano ributtati addosso. Allora noi abbiamo usato l’AIDS come un’occasione per fare il punto su noi stessi, sui nostri percorsi esistenziali, e per cambiare stile di vita. Abbiamo imparato a non seguire gli amori impossibili, ma a volerci bene tra di noi. E così, costruendo progetti d’amore, abbiamo cambiato il mondo così tanto che la reazione è stata furiosa. Solo che non ce la faranno ad abbatterci. Ci faranno ancora tanto male, dovremo sputare sangue in questa battaglia, ma non ce la faranno. Siamo usciti fuori dalle caverne, all’aria aperta, alla luce del sole. Non riusciranno a ricacciarci indietro.
In In Cima scrivi che disobbedire è «una libertà senza inchino, nessuna paura», in Madonna di Cutro «la disobbedienza è un sacramento», contro ogni «liberale assuefazione alla prudenza». Oggi ci siamo assuefatti all’obbedienza?
Sì. È quello che non ci fa osare la pace, che ci ha fatto tentennare davanti alla nostra domanda di più diritti, di più beni. Che ci ha fatto esitare di fronte al tema, sempre più maturo, del matrimonio egualitario, per esempio. Ma è anche la prudenza nei giudizi sul governo criminale di Israele: anche se, nei confronti di questa insopportabile carneficina, siamo oltre la prudenza, più omertà e complicità. In fondo, la critica della prudenza mi viene proprio dalla Chiesa di don Tonino Bello, che guidava le processioni contro l’installazione dei missili in Puglia con lo slogan: Vogliamo un Sud arca di pace, non arco di guerra. La prudenza, il moderatismo sono tutti peccati mortali che ha fatto anche la sinistra. C’è una dannazione della memoria che riguarda alcuni soggetti politici, come Rifondazione Comunista. Fausto Bertinotti portò in Parlamento contemporaneamente la segretaria di Arcilesbica, Titti De Simone, Vladimir Luxuria e Nichi Vendola. Eravamo un gruppo piccolo e mi ricordo quel discorso che fece a Piazza del Popolo: «Siamo tutti lesbiche, omosessuali, transessuali». Quando dico che la prudenza è la complicità della sinistra, intendo dire che c’è stata anche tanta sinistra che non si è arresa e ha anche disobbedito all’adeguamento alle compatibilità del governismo e alla leva obbligatoria delle armi.
Chi sembra opporsi senza se e senza ma al riarmo in Europa è il MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Si possono definire loro i progressisti oggi?
Per me la coerenza assoluta è stata quella mantenuta da Sinistra Italiana e dai Verdi. I Verdi italiani, con un coraggio particolarmente significativo, perché contrastavano con le tendenze dei Grünen tedeschi di adeguamento all’atlantismo e al liberismo. Sinistra Italiana ha tenuto il punto sempre con una coerenza che ha attraversato tutte le epoche. Conte ha avuto il momento del governo con la Lega che non rievocherei se non per metterlo nel fuoco della critica. Dopodiché è molto importante che Conte si stia spostando su posizioni più progressiste il MoVimento5 Stelle, liberato dell’ipoteca pesante e ormai mortale di Beppe Grillo, e che si stia evolvendo in un soggetto politico che cerca anche di dotarsi di una sua cultura politica fuori dalla bolla della demagogia in cui i 5 Stelle hanno vissuto per troppo tempo. È molto interessante la voce dei cattolici per così dire “bergogliani”, come l’ex direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, europarlamentare esposto al fianco di Cecilia Strada per la lotta contro il riarmo; mentre ci sono parlamentari del Pd che si definiscono cattolici ma sono invece molto interni alla logica dell’atlantismo e del riarmo. Questo è la morte della poesia, cioè della vita. Per me lottare per i diritti della comunità LGBTQ+ e lottare per i diritti dei migranti fanno parte dello stesso vocabolario: le libertà individuali vengono conculcate da un modello economico-sociale che strumentalizza e mercifica gli esseri umani e la loro dignità.
Il tuo manifesto queer parla di una resurrezione. Dall’altra parte, invece, c’è l’Apocalisse, una «fine del mondo» come destino dei militanti, come scrivi in San Domino, marzo 1838, che si chiude con una frase lapidaria: «Non ci sono bambini alla fine del mondo».
Mi sono sempre immaginato questi confinanti omosessuali catanesi che arrivavano alle Tremiti, sull’isola di San Domino, e la visione di quel mondo dove non vedevano bambini. E dove non vedi bambini, credo che la sensazione che tu abbia sia quella di una fine del mondo. Io ho cominciato a fare politica in un’Europa che aveva diversi governi fascisti: c’era la Grecia dei colonnelli, la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar. Ricordo ancora le notti in cui papà non dormiva a casa, perché essendo un militante comunista c’era quel “rumore di sciabole” di cui parla Pietro Nenni e ci si doveva mettere al sicuro. Sono nato in un mondo così, in un mondo che aveva i suoi conforti straordinari: la famiglia, una povertà felice, la campagna e il mare. Certo, c’erano anche gli orrori, i manicomi, gli elettroshock insulinici ai gay, c’era il peso di un’epoca di costrizioni, di matrimoni combinati, di aborti clandestini, del clericalismo, della puzza di naftalina che c’era in quella pratica di chiesa e di mondo. Era il mondo che condannava per plagio Aldo Braibanti, che portava cento volte a processo Pier Paolo Pasolini, un mondo oppressivo. Sono nato in quel mondo. Però, noi lo abbiamo rotto.
E infatti poi c’è l’alba, che incarna la vita, a metà fra il disincanto di Gadda e l’incanto di Dalì. L’alba è Tobia, che in Patrie chiami «il figlio delle aurore del Québec», e che in Sacro Queer diventa tempo di «doglie di questo insolito mattino».
Il tema dell’alba è sempre stato quello di Isaia: «Sentinella, a che punto è la notte?». Io ho fatto uno spettacolo teatrale, Quanto resta della notte, che partiva proprio da Isaia, perché immaginavo la notte come la violazione della dignità delle persone, dell’abuso di potere. La notte era Genova, luglio 2001, la notte era il femminicidio, la notte era la guerra come quella di Sarajevo. Ma la notte può diventare anche intimità, cioè il momento che trova parole per dire l’alba. Allora penso al Pride, a mio figlio Tobia. Per la mia generazione l’alba non era solo un dato naturalistico. Eppure noi andavamo a cercarla nei posti più belli, sulle scogliere di Castro, avevamo la nostra mappa delle albe migliori. Per noi l’alba era una metafora forte, da Isaia al comunismo. E l’attesa non era un tempo inerte, ma vivo, di costruzione, di scoperta del mondo. Perché la politica era prendere la cartina geografica e mettere le bandierine, sapere tutto di America Latina, Vietnam, Cambogia.

A proposito di geografie, rievochi Rocco Scotellaro, il sindaco contadino di Tricarico che parla di un Sud che non si compiace delle proprie ferite né si lascia mistificare. Non è il Sud immobile, ma la terra di una nuova cultura democratica e di una inedita lotta di classe. Bisogna liberare ancora il Sud?
Scotellaro era al centro del mio secondo spettacolo È fatto giorno con Carmela Vincenzi, che interpretava la madre di Scotellaro, Francesca Armento. Non sono d’accordo con l’operazione fatta su Scotellaro, soprattutto da Carlo Levi, di farne il poeta della civiltà contadina, che per Levi era una cosa immobile, fissa, appunto meta-storica. Per me Rocco Scotellaro è sempre stato un intellettuale gramsciano, che passava dalla poesia al comizio all’indagine sociologica con la stessa passione per la trasformazione e organizzazione delle masse rurali. Nel mio poema cerco di dire soprattutto questo. A Tricarico, questo paese dove nessuno sa leggere né scrivere, c’è la mamma di Rocco Scotellaro che scrive le lettere per i mariti emigrati o i figli soldati, e che legge le lettere di ritorno. Mi fa riflettere che anche per il Sud è ancora una questione di parole. Il Sud si è fatto lungamente parlare dagli altri ed erano parole di manipolazione. Credo che debba essere il Sud a dire il suo male, perché solo così può essere in grado di dire il suo bene. Sennò altrimenti il Sud rimane mafia oppure vacanza esotica per tutti i nord del mondo. Le parole vanno riacquistate, perché servono per nominare i propri luoghi. Perché noi siamo anche i nostri luoghi.
Passando da luoghi a spazi, liberarsi è scoperchiare i nostri comodi tetti? Penso a Tigre, in cui ripercorri il processo a Laura Righi scrivendo: «Al giudice hai detto che sei solo uscita all’aperto fuori da te senza più un tetto fuori da troppi dentro». E penso all’episodio evangelico del paralitico, che incontra Cristo grazie agli amici che lo calano dal tetto.
Laura è stata il primo uomo operato e processato per autolesionismo, poi alla fine del processo assolto. La sua assoluzione ha fatto epoca. Laura è partita da Terlizzi, dal mio paese. Io conosco Laura dal 1978. Quando lei tornava a Terlizzi da Torino, si fermava l’aria, era di una bellezza sconvolgente… La portai a cena dai miei, e i miei l’hanno adottata tanto da avere una stanza a casa nostra. Quando ho spiegato la sua storia ai miei genitori, per loro non è cambiato nulla, anzi. Conosco tutto di Laura: vita, morte e miracoli. Una sera ho portato Lino Banfi a casa sua, tra le risate di tutti e la caratteristica di Lino che a ogni cosa seria, piangeva… Ne abbiamo vissute tante… Ricordo cene pericoloso: una sera ho avevo a tavola Laura Righi e Roberta Franciolini: ho cercato almeno di difendere il televisore in una lite furibonda. Far parte della comunità era anche questo.
E poi c’è Tiffany, la «Madonna» più forte fra le tante che si avvicendano in Sacro Queer.
Tiffany è una storia vera. Mi ricordo solo il suo nome e il padre, che era un diplomatico – credo colombiano – in Vaticano. Lui non sapeva niente della transizione di suo figlio, lei era la trans più bella di Roma. I suoi clienti erano prevalentemente parlamentari del Movimento Sociale Italiano e della Democrazia Cristiana, questo è il racconto che mi faceva. E una sera in un ristorante a Trastevere io stavo a un altro tavolo, lei cominciò a parlarmi e mi invitò al suo tavolo. Poi mi fece una domanda che mi cambiò la vita: «Ma che ti vergogni di stare con me?». Io siccome mi vergognai, mi sono vergognato di me stesso. E questo mi ha cambiato: in quel momento volevo abbracciarla e portarla in giro dappertutto. Poi ho solo letto che era morta, quindi è sparita dalla mia vita. E io non sopporto le perdite senza elaborazione del lutto. Serve, per celebrare il bello che abbiamo fatto, che siamo stati.
Sembra, infatti, che a scandalizzare sia piuttosto la vita che germoglia, «il fiore di cappero dal sasso scartato», come scrivi in Sacro Queer. A scandalizzare è il sorriso dei Pride, che si sostituisce alla retorica del «gay infelice». Ancora oggi è così?
Abbiamo dovuto prendere a pugni il paradosso della parola gay. C’era una vignetta molto divertente: Are you gay? Sometimes I am gay, sometimes I am unhappy. Gay uguale infelice, un paradosso. Ma anche gay uguale putrefazione morale, marginalità, promiscuità per forza. Ho amato molto Fassbinder, ma mi sono appuntato la mia amatissima Jeanne Moreau e quella canzone che cantava: «Ogni uomo uccide ciò che ama». Questa specie di maledizione necrofila degli amori maledetti, non codificati dalla norma, era la cosa contro cui bisognava ribellarsi. Guardando negli occhi quelli che scrivono sul Foglio contro il massimalismo delle battaglie della comunità LGBTQ+, o quella finzione che è chiamata Arcilesbica, una monade autoprodotta e riprodotta per partenogenesi, direi che occuparsi di tutti gli altri è un dovere. Sacro Queer è il mio omaggio a tanti di questi volti. La consapevolezza che io, come tutti, senza comunità non esisto. Senza comunità non valiamo niente.

