Mario Mieli: perché devi leggere ora, subito “Elementi di critica omosessuale”

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"Elementi di critica omosessuale" di Mario Mieli è un testo fondamentale per la cultura occidentale. Questo articolo spiega perché. Scarica il pdf del libro subito.

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«Noi». Quando Mario Mieli (1952-1983) parla degli omosessuali usa spesso questo pronome plurale e inclusivo, che restituisce l’idea dell’epoca intensa e commovente in cui noi gay alzammo fieramente e assieme la testa. Era il 1971 quando il diciannovenne Mario, rampollo di una famiglia altoborghese di Milano, fondava con Angelo Pezzana e altri ragazzi il Fuori!, prima associazione di lotta omosessuale in Italia. Essere i primi e ancora in pochi a rivendicare quel ruolo umano e politico storicamente negato a molti, significava fare necessariamente uso di questo proforma attraente e magico, che fa sentire finalmente accettati e voluti bene. Secondo le testimonianze, Mario stesso possedeva un’aura magica e intrigante: sintesi estetica fra Jackie Kennedy e Marella Agnelli, il suo gusto nel vestiario femminile — tacchi, borsetta leopardata, guanti di cinghiale, occhialoni da sole «che sottolineano l’ombra di mistero sulla mia faccia» — aveva contribuito a renderlo famoso in tempi democristiani, senza che ciò confinasse la sua persona alla sfera dell’alterità più snobistica. Anzi, così conciato da first lady, il nostro si avvicinava al prossimo andando al cuore del problema, la femminilità dei gay, e, provocando, faceva volantinaggio alle manifestazioni — soprattutto quella di Sanremo 1972, piccola Stonewall nostrana, a contestazione di un congresso sulle cure riparative a base di elettrochoc e ormoni. «Il grande risveglio degli omosessuali è cominciato [e] sarà immediato, contagioso, bellissimo».

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«Io sono contento di essere una checca evidente, femminile»

scrive Mieli in “Elementi di critica omosessuale“, la tesi di laurea in filosofia morale pubblicata da Einaudi nel 1977. Quanti oggi farebbero propria questa frase, assorbiti dalla palestra e bombardati dal mantra “maschio x maschio” su Grindr? Il ’77 fu l’anno dell’ultima fiammata del conflitto sociale iniziato dieci anni prima, la cui voglia di essere altro dal prestabilito portò anche alla proliferazione di nuovi collettivi gay e alla liquefazione dei confini della sessualità nella vita di moltissime persone.

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Rileggere (ma per molti leggere ndr) questo testo storico in un periodo, quello attuale, in cui tornano a scontrarsi forze progressiste e focolai di resistenza sia sul piano nazionale (fra sostenitori e detrattori per esempio della legge Cirinnà) sia all’interno delle convinzioni private di ciascuno, fa riflettere:

i temi affrontati da Mieli a soli 25 anni parlano ancora al presente, e il coraggio col quale sono affrontati illumina tanto il conservatorismo radicato in primis in molti omosessuali, quanto la mutazione — al ribasso — degli scopi della lotta LGBT, divenuta un mansueto movimento per il riconoscimento dei diritti civili. L’autore prospettava ben altro destino per gli omosessuali della pur legittima equiparazione agli etero sul piano giuridico.

Sfruttando quanto di buono c’era in Freud, Mario ne recupera il concetto di poliformismo sessuale originario: ogni essere umano, sin dalla tenera età, prova desiderio indifferenziato per entrambi i sessi. L’eterosessualità esclusiva allora non risulta, per Mieli, dalla normalità dello sviluppo, bensì dall’«educastrazione», quel processo socio-familiare che porta il bambino ad agire «da maschio» e la bambina «da femmina», rivestendo l’omosessualità di una falsa colpa e inibendo per tutta la vita l’ermafroditismo congenito in ciascuno. Definendo l’eterosessualità un costrutto storico, Mieli si scaglia contro l’assunto che vuole l’omosessualità essere contro natura, assunto che non è sostanzialmente mutato dagli anni in cui l’autore scriveva: piuttosto se ne è andata affievolendo la gravità. I gay oggi rimangono contro natura in quanto ritenuti incapaci di procreare, ma oggi —generalmente — non si tenta di curarli con l’elettrochoc, basta non affidargli dei bambini.

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Mieli fu il primo in Italia a sostenere la fallacia di questo giudizio culturale, che si appoggia sulle basi del creazionismo cattolico e di una psichiatria spicciola,

muovendo argomentazioni biologicamente e psicologicamente fondate contro chi (gli «psiconazisti»), usando arbitrariamente il concetto di «natura», riusciva a limitare la vita degli omosessuali — e che ancora ci riesce, considerando che lo stralcio della stepchild adoption dalla legge Cirinnà fu dovuto anche a tale oscurantismo. È stato triste registrare, durante i recenti dibattiti, che alcune fra le posizioni reazionarie furono sostenute da molti gay, cui risulta ancora oggi difficile accettare non solo la liceità delle famiglie arcobaleno, ma anche la bisessualità, la transessualità o i rapporti “aperti” e poligamici.

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Già a suo tempo,

Mario Mieli spiegava come il desiderio degli omosessuali di sentirsi «normali» fosse dettato dalla «tolleranza repressiva» che il patriarcato e il capitalismo estendono alle minoranze

: se volete essere accettati dovete comportarvi come se foste normali, seguendo cioè i canoni comportamentali e sessuali della bipolarità maschile-femminile (“maschi maschili” e “femmine femminili”) e della monogamia propri del rapporto eteronormativo. Ciò permette agli omosessuali di rientrare — dalla porta di servizio — nelle strutture della società, e al capitalismo di sopravvivere sulle fondamenta della famiglia patriarcale come cellula produttiva. Ma tale «normalità» raggiunta per conformismo e sottomissione non significa dunque connivenza con l’omofobia? In tali termini, se non è l’accettazione il fine della lotta, cosa deve fare il movimento gay? La risposta è semplice quanto sorprendente:

liberare il desiderio omoerotico in tutte le sue forme e diffonderlo presso gli eterosessuali normativi, ricostruendo così quel poliformismo sessuale originario che la Norma restringe e nega.

In tal modo ogni persona, riconoscendo in se stessa una parte omosessuale, la riterrà pienamente legittima nel suo prossimo, cessando quindi di discriminarlo: si tratta dell’estinzione dell’omofobia e, per Mieli, di una condizione necessaria alla liberazione dell’«umanità negata» dall’oppressione del sistema. “Elementi di critica omosessuale” non è solo un aforismario gay dai raffinati calembour, non è solo un libro figlio di tempi utopici e affascinanti fermo all’istante in cui il suo autore si tolse tragicamente la vita. Riscoprire il testo fondativo della teoria queer in Italia (riedito nel 2002 e corredato da ottimi saggi critici, purtroppo oggi fuori catalogo) può risultare utile a valutare la nostra azione in un frangente propizio, caratterizzato dal vivacizzarsi del dibattito pubblico sull’omosessualità a lungo sopito e dal cammino verso il progresso concretamente intrapreso con le unioni civili.

Un percorso che dovrà riprendere quel «noi», usato in maniera così coesiva da Mieli, per estenderlo il più possibile agli «altri».

A chi è stato lasciato indietro, a chi subisce discriminazioni interne, e anche a chi gay non si ritiene — soprattutto, a chi immagina un futuro estraneo alla realtà in cui viviamo, e lo desidera davvero di tutti i colori.

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