IL SUICIDIO DI ALFREDO ORMANDO

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Sette anni fa lo scrittore nisseno si dette fuoco in Piazza San Pietro. Nei suoi scritti, le motivazioni di quel gesto. Che fu un drammatico grido d'accusa.

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Quando il 13 gennaio del 1998, a 39 anni, lo scrittore nisseno Alfredo Ormando si dà fuoco a Roma in piazza San Pietro, è già un uomo morto: da qualche tempo, infatti, si considerava un fallito, come scrittore e come uomo.
Le case editrici ostinatamente avevano rifiutato di pubblicare i suoi romanzi (una Trilogia autobiografica, composta da Il Dubbio, L’Escluso, e Sotto il cielo d’Urano), le fiabe, i racconti.
Con grandi sacrifici economici e solo grazie all’aiuto della madre ultraottantenne, che godeva di una pensione sociale, Ormando aveva pubblicato a sue spese, nel 1995, il romanzo breve Il Fratacchione e, nel ’97, cinque dei suoi racconti in una rivista da lui creata dal titolo I Miserabili.
Ancora nell’ottobre del ’97, il non aver superato per la seconda volta l’esame di latino scritto, ultima materia da dare per conseguire la laurea in Lettere – che gli verrà poi conferita postuma alla memoria presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Palermo – con il pregiudicare, sia pure in maniera non irreparabile, il raggiungimento di un obiettivo ritenuto importante, il conseguimento di un dottorato, che avrebbe potuto riscattarlo dai tanti fallimenti, può aver costituito uno dei fattori scatenanti del sopravvento di un ennesimo stato depressivo, condizione cui era soggetto, e da cui, questa volta, non sarebbe più uscito.
Dobbiamo tuttavia avere il coraggio qui di rendere note, nei limiti in cui ci è consentito farlo, le motivazioni coscienti che hanno spinto Ormando al tragico gesto e che lo stesso scrittore ha voluto farci conoscere attraverso due lettere, una per i posteri, l’altra indirizzata al fratello Angelo, e fatte pure recapitare per conoscenza all’ agenzia Ansa di Roma. Da esse emerge che, all’origine di questo “suicidio”, c’è stata la disperazione per l’incomprensione della sua condizione di omosessuale, da parte della società e di una famiglia che si vergognava del finocchiaccio.
Abbiamo parlato, scrivendo del tragico gesto di Ormando, di “suicidio”, ma è questo il termine giusto?
In una lettera a un amico, che vuole mantenere l’anonimato, lo scrittore si domanda: Mi chiedo se un uomo già morto può essere considerato un suicida. Ed ancora: Mi rendo conto che il suicidio è una forma di ribellione a Dio, ma non riesco più a vivere, in verità sono già morto, il suicidio è la parte finale di una morte civile e psichica.
Con quest’ultima frase ci sembra di capire che Ormando sapesse di essere casomai un “suicidato” dalla società a causa del pregiudizio antigay: in altri termini, che il suo “suicidio” sarebbe stato un omicidio sociale.
Sono stufo di vedermi isolato, emarginato. Che vale vivere quando non si è amati e rispettati? Ho l’amore materno e quello di… ( segue il nome dell’amico, ndr), ma ciò non copre l’ostracismo della gente e persino dei familiari. È troppo, non riesco a trovare un motivo valido per dare un senso alla mia vita, magari un appiglio tenue, banale… Mi sento un appestato, un lebbroso con i suoi campanelli legati ai piedi per avvisare la gente di stare lontana da me… Perché devo vivere? Non trovo una sola ragione perché io debba continuare questo supplizio… Nell’aldilà a nessuno farò drizzare i capelli ed arricciare il nasino perché sono un omosessuale… Non capisco questo accanimento contro di me. Non svio nessuno dalla retta via dell’eterosessualità, chi viene a letto con me è maturo, cioè adulto consenziente e omosessuale o bisessuale. A volte basta davvero poco per essere felici e altrettanto poco per essere degli infelici. Per me il discorso è diverso: è da quando avevo dieci anni che vivo nel pregiudizio e nell’emarginazione; ormai non riesco più ad accettarlo, la misura è piena.
Nei primi di gennaio del 1998 Ormando sente di essere arrivato all’ultima stazione della sua dolorosa via crucis, di essere arrivato al capolinea, sente che il suo ciclo vitale sta per concludersi, di essere entrato nel tunnel della morte. In quel gelido mese di gennaio del ’98, ricordiamo, Ormando ha compiuto da poco 39 anni: precisamente era nato a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, il 15 dicembre del 1958, da padre e madre analfabeti, operai di origini contadine, in una famiglia di otto figli, in condizioni economiche assai modeste se non disagiate. Nella sua giovinezza per la precarietà della sua magra esistenza di disoccupato, trovandosi disperatamente in mezzo ad una strada, aveva tentato per ben tre volte, senza però riuscirvi, il suicidio.
In quegli anni aveva avuto anche una crisi mistica, andandosi a chiudere, sia pure brevemente, in convento, da cui esce però con un’altra visione del mondo.
Di questa esperienza conventuale parlerà nel bellissimo romanzo autobiografico, Il Fratacchione.
Nella sua assai irrequieta fanciullezza e adolescenza non aveva mai seguito studi regolari. La licenza media viene conseguita a vent’anni come privatista, la maturità magistrale nel 1993 all’età di 35 anni. Insofferente di ogni brutale disciplina a partire da quella scolastica ( ancora negli anni Sessanta e fino ai Settanta i metodi pedagogici di istruzione nelle scuole elementari e nelle medie erano alquanto discutibili), Ormando – che, ancora minorenne, sarà rinchiuso in un centro di rieducazione – può essere considerato “un irregolare” e, più tardi, come si definirà egli stesso, “un anticonformista”, riuscendo tuttavia a conseguire titoli di studio, presentandosi da esterno in un ambiente che gli rimarrà ostile per la sola ragione che si ha dentro di sé quel qualcosa in più che va a cozzare contro la grettezza, i pregiudizi, l’invidia ed il provincialismo della propria gente.
La monumentale opera diaristica e picaresca costituita dalla sua Trilogia autobiografica getta dunque abbastanza luce sulla vita di un uomo che, quasi fustigandosi a sangue, non ci risparmia nulla, nella sue confessioni, della sua disperata emarginazione e sconfinata solitudine, di cui – come è detto a conclusione della lettera per i posterinon potrà mai farsi una ragione.
L’opera che Ormando ci ha lasciato mette spietatamente a nudo il cuore di un uomo con le sue sanguinanti ferite esistenziali: potremmo davvero intitolarla Ecce Omo, ché l’omosessualità dello scrittore, dapprima latente e poi provocatoriamente e scandalosamente manifesta, ne è la più profonda chiave di lettura, che ci fa comprendere passo per passo un drammatico percorso di vita, un sistematico piano di un’estrema rivolta esistenziale, che non poteva sfociare nella catastrofe personale.
Penseranno che sia un pazzo – scrive nel Natale 1997 Alfredo a un amico di Reggio Emilia – perché ho deciso piazza San Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’ omosessualità, demonizzando nel contempo Natura, perché l’omosessualità è sua figlia.
Ancora allo stesso amico, cinque giorni prima di darsi fuoco, scriverà: carissimo, era prevedibile che sarebbe andata così: ero predestinato a fare la fine della “torcia umana”. Perché proprio a piazza San. Pietro? Semplice. Voglio dare una lezione ai cattolici e alla loro intransigenza in materia sessuale.
Il movimento gay internazionale non può lasciare che la polvere dell’oblio ricopra, facendola scomparire dalla Storia, una figura che con il suo estremo sacrificio, martirizzandosi, ha osato denunciare pubblicamente la repressione antiomosessuale da parte della morale dell’alta gerarchia vaticana nel luogo stesso da cui questa viene propagandata. Per chi avesse ancora qualche dubbio, trascrivo quel che Ormando dice in una lettera ad una persona cattolicissima, che sfacciatamente lo emargina: Se la religione cattolica apostolica romana Le permette di essere razzista contro i cosiddetti diversi, La compiango moltissimo. Si vede che non ha capito nulla della vita e dell’amore verso il prossimo: già, noi mostri non siamo il vostro prossimo, noi apparteniamo ad un’altra religione. Ed ancora sempre nella stessa lettera, qualche rigo prima: l’amore quello vero, non è razzista o sessista, come voi cattolici ed affini.
Il movimento gay internazionale non può allora lasciarsi sfuggire con il valore di questa figura una monumentale opera diaristica lasciataci in eredità che, al di là dei pregi letterari, contiene forse, più che non i saggi e i romanzi di molti scrittori gay, virulente pagine di critica omosessuale, giacché la denuncia del razzismo sessuale scaturisce visceralmente e a cuore aperto dalle esperienze vissute da uno scrittore che, tra tante incomprensioni, ha vissuto la sua età acerba in un paese del profondo Sud quanto mai retrogrado ed ottuso; e tale denuncia personale si innesta, fino a farne una miscela esplosiva, sulla denuncia del razzismo tout court e della dominazione dell’uomo sull’uomo, a partire da quella “patriarcale” dell’uomo sulla donna e della morale repressiva dell’alta gerarchia vaticana imposta coercitivamente ad una Chiesa di base o dal basso, che rimane pertanto priva di ascolto, fino alla denuncia della dominazione capitalistica e di classe ed ancora delle società ricche ed opulente su quelle povere del Sud, di ogni Sud del mondo e sui “dannati della terra”.
In Sotto il cielo d’Urano Ormando confessa: le mie vicissitudini non sono molto dissimili da quelle che potrebbe vivere sulla propria pelle un individuo del Terzo Mondo. No, la vita non è stata benevola nei miei confronti. Ho sperimentato in prima persona cosa significhi salire e scendere le scale altrui, sentirsi un maruchien nel proprio paese … vivere all’ombra di mia madre, essere umiliato, vilipeso, osteggiato, emarginato e porre fine ai miei giorni con il suicidio.
In questo contesto tragico l’unica, magra consolazione che si offre allo scrittore sarà data dalla considerazione che non sarebbe la prima volta, se guardiamo alla storia dell’arte, che si suicidano degli aspiranti artisti, frustati, incompresi, dileggiati, poveri e reietti come me.
Del naufragio di Ormando siamo tutti un po’ responsabili. I militanti gay per primi devono riflettere ancora su questa morte, che non sarebbe avvenuta se qui, nel nostro paese e nella nostra Palermo, le cose funzionassero un tantino diversamente: se i gay costituissero davvero una comunità in cui riconoscersi, e se le associazioni omosessuali fossero più aperte ai reali bisogni dei gay, così che Alfredo Ormando avrebbe potuto integrarsi.
La verità infatti di questo eclatante suicidio dello scrittore gay nisseno, vittima più di tanti altri dello stigma sociale e dell’omofobia cattolica, è che nonostante Ormando avesse fatto diversi tentativi per agganciarsi al movimento gay, sperando in una sorta di ancora di salvezza, di salvataggio, è stato lasciato solo, abbandonato al suo dramma esistenziale di uomo e di scrittore, ancor oggi, in gran parte inedito.
Se avessi avuto un paio di amici come te qui – scrive Ormando il 2 gennaio 1998, nella sua sconfinata solitudine, all’amico di Reggio Emilia, che vuole rimanere anonimo – avrei accettato di buon grado la mia vita.
Piero Montana è consulente del sindaco di Bagheria per la realtà omosessuale.

di Piero Montana

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