Tutto sulla pazzesca colonna sonora di 120 Battiti al Minuto

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Nostalgia degli anni '90 e una contagiosa voglia di dancefloor nella colonna sonora di 120 Battiti al Minuto curata da un’icona underground: Arnaud Rebotini.

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Nostalgia degli anni novanta e una contagiosa voglia di dancefloor nella colonna sonora di 120 battiti al minuto, curata da un’icona underground: Arnaud Rebotini.

Dopo aver entusiasmato la Croisette di Cannes in occasione dell’ultimo Festival, vincendo la Queer Palm e ricevendo il plauso anche di Pedro Almodóvar, arriva nei cinema, a partire dal 5 ottobre, 120 Battiti al Minuto, il cult movie del momento. Siamo stati all’anteprima nazionale presso il Palazzo del Cinema Anteo di Milano e non abbiamo potuto fare a meno di prestare “un orecchio di riguardo” alla colonna sonora d’autore. Ma andiamo per gradi.

Protagonisti assoluti del film sono i corpi che diventano vere e proprie armi, soprattutto nei “die-in”, le manifestazioni in cui i militanti si sdraiano a terra per rappresentare le persone morte di AIDS. Corpi che protestano, che fanno da scudo a emozioni troppo forti. Corpi che ballano, inaspettatamente. La sequenza degli eventi è infatti punteggiata da momenti musicali che però non hanno soluzioni di continuità con le scene che li precedono, ma sono funzionali alla rottura della comfort zone in cui lo spettatore si trova in quel momento. Il regista Robin Campillo ha detto: “Mi batto per un cinema in cui gli spettatori non abbiano una bussola per orientarsi, in cui le cose non siano mappate con esattezza, poiché tutto può cambiare da un momento all’altro“.

Ed effettivamente la scena cambia sempre d’improvviso, grazie all’impiego di incisi musicali che disorientano lo spettatore, ma al contempo lo lasciano libero di abbandonarsi a momenti di pura sensazione. È qui che diventa finalmente chiara l’intenzione del titolo del film. I 120 Battiti al Minuto non sono soltanto quelli del cuore, ma rappresentano evidentemente anche un tempo musicale: i cosiddetti 120 bpm ben noti a chi s’interessa di house music. La scelta ricade su questo particolare genere non perché tutti all’epoca dei fatti l’amassero sopra gli altri, ma perché questo tipo di musica aiuta a inquadrare bene il periodo. “Non posso fare a meno di pensare che la house music e il suo carattere insieme festoso e sinistro sia perfetta per fare da colonna sonora a quella stagione” continua Campillo. In realtà, solo una canzone appartiene veramente a quegli anni, What About This Love di Mr. Fingers, riproposta in chiave house dal remix dei KenLou (un duo di produttori e remixer statunitensi noti anche come Masters at Work). Il resto della colonna sonora è stata composta da Arnaud Rebotini, un dj con una conoscenza enciclopedica della musica degli anni Novanta, che possiede anche molti strumenti analogici di quel periodo, utili per rievocare quel tipo di suono alla perfezione.

Nato nel 1970, nel piccolo comune di Nancy a nord-est della Francia, Rebotini muove i suoi primi passi in ambito funk e disco. Ma ben presto il giovane adolescente si ribella e si sposta su espressioni acustiche violente, filo death-metal con il suo primo gruppo noise-grunge dal nome emblematico, Post Mortum, futura evoluzione degli Swamp. A Parigi incontra per caso Ivan Smagghe, all’epoca noto dj, oggi riconosciuto profeta della musica techno del terzo millennio, nonché co-fondatore dell’etichetta Kill The Dj, con il quale di lì a poco darà vita al duo dei Black Strobe. Il pezzo Me And Madonna del 2002 ne illustra bene lo stile: testo scarno e ripetitivo, ma dalla sensualità ostentata e disincantata, il tutto accompagnato da sonorità techno-dance e synth-pop. Il french touch di Rebotini riesce a riportare in auge nei club parigini quella house che stava perdendo colpi. E chi meglio lui allora nelle vesti di curatore del suono di una pellicola che utilizza la dimensione club come elemento di discontinuità scenografica? Basti pensare ad esempio alla scena della scuola superiore che finisce con il bacio tra Sean e Nathan, poi si sposta in discoteca per seguire i due direttamente in camera da letto.

In questa perfetta sinergia di immagini e suoni dal sapore nineties non poteva mancare un’eccezione: Smalltown Boy di Jimmy Somerville e i Bronski Beat, trasformata da Rebotini in un vero e proprio “dancefloor anthem” (o forse lo era già?).  Conclude Campillo: “Uno dei primi ricordi di Act Up è un magnifico concerto fatto da Somerville proprio per Act Up al Cirque d’Hiver di Parigi. Smalltown Boy è un brano del 1984, legato più ai primi anni dell’epidemia, ma è anche una delle prime canzoni apertamente gay della storia del pop e per la mia generazione ha avuto un ruolo molto importante”.

 

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