Alfano travolto dalle indagini blocca le Unioni Civili

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Avrebbe dovuto firmare il decreto ponte per le Unioni Civili, ma il tempo è scaduto. E lui sta per essere travolto da un'inchiesta che potrebbe portarlo alle dimissioni.

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Ieri è scaduto il termine utile per la presentazione del decreto ponte, contenente le istruzioni necessarie in attesa dei decreti attuativi per celebrare le unioni civili. Il decreto non è arrivato: il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, era incaricato di presentarlo al presidente del Consiglio, ma ciò non è avvenuto. A nulla sono serviti i migliaia di tweet, messaggi e tag inviati su Twitter all’esponente dell’Ncd: il suo profilo è inattivo dal 4 luglio.

ALCUNI CHIARIMENTI SUL DECRETO PONTE: LEGGI > > >

Il motivo di questo omertoso silenzio risiede probabilmente nel marasma di accuse piovute su Alfano proprio ieri, giorno della scadenza della presentazione. Cerchiamo di fare ordine tra i molteplici fatti, che avrebbero tenuto il ministro lontano dai suoi doveri e gli avrebbero provocato una imperdonabile dimenticanza.

Il 4 luglio, già in prima mattinata, un blitz della Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta “Labirinto” ha portato a 24 arresti, di cui 12 in carcere e 12 domiciliari. In manette sono finiti tra gli altri due dipendenti infedeli dell’Agenzia delle Entrate di Roma e Raffaele Pizza, ritenuto figura centrale di tutta la vicenda; indagati invece Antonio Marotta (Area Popolare) e Giuseppe Pizza, ex sottosegretario del governo Berlusconi e fratello di Raffaele.

Raffaele Pizza, secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza, “è un faccendiere capitolino, originario della Calabria, attivo nel settore delle pubbliche relazioni che, forte di ‘entrature’ politiche e grazie a salde, antiche relazioni con personalità di vertice di enti e società pubbliche, costituiva lo snodo tra il mondo imprenditoriale e quello degli enti pubblici, svolgendo un’incessante e prezzolata opera di ‘intermediazione’ nell’interesse personale e di imprenditori interessati ad aggiudicarsi gare pubbliche”. Inoltre il faccendiere, sfruttando i legami stabiliti con la politica, si adoperava per favorire la nomina di persone a lui vicine ai vertici di enti e società pubbliche.

Le indagini sono partite dall’approfondimento di svariate segnalazioni per operazioni sospette: l’uomo utilizzava uno studio accanto al Parlamento per ricevere denaro illecito, occultarlo e smistarlo. Da qui è emersa “una ramificata struttura imprenditoriale illegale che negli anni oggetto dell’indagine ha movimentato oltre dieci milioni di euro, giustificati da fattura false a scopo di evasione”, si legge nel rapporto della Finanza.

Questa organizzazione era così potente da poter fare favori anche al ministro dell’Interno. In alcune intercettazioni telefoniche Pizza fa il nome del politico, e da ciò che si sente Alfano avrebbe compiuto magheggi per far assumere suo fratello da una società affiliata alle Poste: il faccendiere, in contatto con Davide Tedesco (collaboratore del ministro) parla della presunta assunzione taroccata sostenendo di averla facilitata, grazie ai rapporti con l’ex amministratore della società interessata, Massimo Sarmi. Replica Alfano alle accuse:

Siamo di fronte al riuso politico degli scarti di un’inchiesta giudiziaria. Ciò che i magistrati hanno studiato, ritenendolo non idoneo a coinvolgermi in alcun modo, viene usato per fini esclusivamente politici. Le intercettazioni non riguardano me, bensì terze e quarte persone che parlano di me. Persone, peraltro, che non vedo e non sento da anni. Io rimango fermo a quanto valutato da chi l’inchiesta l’ha studiata e portata avanti e ha ritenuto di non coinvolgermi. Il resto appartiene al lungo capitolo dell’uso mediatico delle intercettazioni. Ma questo è un discorso ben noto a tutti, che si trascina da anni, diventando ormai una vera e propria telenovela legislativa.

La questione si complica quando, nella giornata di ieri, esce anche il nome del padre del ministro: questi avrebbe mandato 80 curricula per presunte assunzioni alle Poste. Una delle indagate afferma che “la sera prima…mi ha chiamato suo padre…mi ha mandato ottanta curriculum…ottanta…. dicendomi…non ti preoccupare….tu buttali dentro…la situazione la gestiamo noi…e il fratello comunque è un funzionario di Poste….anzi è un amministratore delegato di Poste”. Pronta la replica del ministro:

Oggi la barbarie illegale arriva a farmi scoprire, dalle intercettazioni tra due segretarie, che un uomo di ottant’anni, il cui fisico è da tempo fiaccato da una malattia neurodegenerativa che non lo rende pienamente autosufficiente, avrebbe fatto ‘pressioni’ presso le Poste per non so quale fantastiliardo di segnalazioni. Le due signore che parlano, anche insultandomi, non so chi siano, ma quell’uomo lo conosco bene perché è mio padre ed è indegno dare credito e conto a ciò che i magistrati avevano scartato dopo avere studiato. Nel frattempo, il contenuto reale dell’inchiesta giudiziaria passa in secondo ordine in spregio ai tanti uomini dello Stato che a quella inchiesta si sono applicati.

Da qui l’esplosione di una vera e propria bomba: il leader della Lega Matteo Salvini intima su Twitter al ministro di dimettersi con l’hashtag #angelinoacasa, e i capigruppo M5S di Camera e Senato Laura Castelli e Stefano Lucidi si accodano, ricordando che “avevamo denunciato l’assunzione del fratello di Alfano nel 2013”.

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