Nozze gay al cinema: ecco Matrimonio Italiano, nuovo film di Genovesi

Nel cast del suo nuovo lavoro, in uscita a febbraio 2018, Monica Guerritore, Diego Abatantuono e il Genny di Gomorra.

Genovesi torna dietro alla macchina da presa per un film in uscita nel 2018, destinato a sbancare il botteghino: Matrimonio Italiano.

Matrimonio Italiano ruota attorno alla coppia Monica Guerritore e Diego Abatantuono, il cui figlio (Cristiano Caccamo) annuncia l’unione con il fidanzato (Salvatore Esposito, il feroce Genny di Gomorra). Sarà la madre la prima ad accogliere la notizia: prima in maniera disordinata, poi con tenerezza e leggerezza, anche in maniera spiritosa. “Penso che non sia mai un fulmine a ciel sereno, semplicemente c’è chi fa più fatica a vedere e accettare le scelte di un figlio” racconta la Guerritore.

Che, come una madre qualunque, pone alcune condizioni: vuole un matrimonio da favola. Necessaria la presenza della futura suocera e di tutti gli abitanti del paese: a officiare il rito sarà il marito, sindaco del paese e alfiere di una politica aperta e accogliente.

Sarà altrettanto accogliente con il figlio?Fa parte di quella schiera – a cui non appartengo – per cui è facile parlare prima che le cose accadano veramente. È vittima di un retaggio di ottusità che è dentro molti di noiracconta Abatantuono. “Matrimonio italiano è una commedia bella e originale anche per questo aspetto, per la contraddizione di un padre che a parole è in un modo, ma quando la faccenda riguarda lui cambia registro”.

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Il regista milanese ha scelto – come spesso gli capita – la via della commedia: “Qualsiasi racconto fatto in maniera leggera e divertente lascia aperte più possibilità rispetto al dramma. Ma ci tengo a dire che non è una parodia né una farsa, è una favola gay e racconta un’esperienza che può capitare a qualunque famiglia”. Attenzione e cura, quindi, per la parte affettiva e per i dialoghi: “I baci non c’erano, ma se vuoi raccontare in maniera naturale una storia d’amore non puoi nasconderli. Abbiamo lavorato anche sui dialoghi per renderli credibili: è l’unico modo per far passare un messaggio autentico”.

Prodotto da Colorado Film in collaborazione con Medusa, il film (di cui si stanno girando le scene in queste settimane) sarà nelle sale a partire da febbraio 2018 e promette sfaceli al botteghino.

4 commenti su “Nozze gay al cinema: ecco Matrimonio Italiano, nuovo film di Genovesi

  1. Il film esce a febbraio 2018? Ma pensano di essere la saga di star wars? Nell’era del digital marketing fare comunicazione su un film locale anzi regionale che uscirà tra 6 o 7 mesi è come annunciare per una casa automobilistica un modello di auto prenotabile oggi che uscirà tra 6 o 7 anni. Il cinema italiano se non fosse già morto da un pezzo l’avrebbero ucciso con queste cose.

  2. Per anni mi sono scervellato
    a capire perché nei film proiettati in Italia, a un certo punto lei, la pro-tagonista,
    diceva a lui:” Amore, ci vediamo domani a colazione!” Allora era inevitabile supporre,
    pensare, che i due avrebbero passato insieme una notte d’amo-re, così che al
    risveglio del mattino dopo avrebbero fatto colazione insieme. Invece no! La
    scena seguente li mostrava vestiti di tutto punto, comodamente seduti in un
    ristorante di moda, mentre ordinano le portate del pranzo al cameriere
    prontamente accorso, come voleva la sceneggiatura.

    Mi chiesi allora, se per gli
    sceneggiatori e i tradut-tori dei film stranieri la colazione era il pranzo,
    quella, la colazione com’era chiamata? È, questo, un ottimo e bel esempio di
    sciatteria linguistica, dovuta alla poca conoscenza o allo scarso possesso di
    un più ampio lessico italiano, cosa e causa che costringe quella gente –
    sceneggiatori e traduttori di film – a ricorrere a un lessico dialettale, cioè
    all’impiego di vocaboli dialettali italianizzati, che, se hanno una comprensione
    locale, questa non avviene per il resto d’Italia: vocaboli come squagliare è di chiara origine
    dialettale, perché l’esatto vocabolo italiano sarebbe sciogliere o, al massimo, disfare,
    se non si tratta di liquidi o di sostanze che mutano di stato, cioè dal solido
    al liquido, come avviene puntualmente con il ghiaccio, quando è esposto a una
    temperatura maggiore di quella che ha.

    Che significa acchittato?

    E… “Io e te e la meglio gioventù”, è il titolo di un orrendo film… Non
    era più grammaticalmente esatto dire… “La migliore
    gioventù” se non “La gioventù migliore”?

    Uno scrittore è invitato in
    una stupida trasmissione televisiva e a un certo punto della conversazione, lo
    stesso rivolgendosi a un altro ospite, gli dice: “Ma caro… eravamo io e TE. Ora, se l’eravamo è plurale
    dell’imperfetto del verso essere e quindi presuppone un noi oppure due persone,
    entrambi soggetto, ma il prefato nobile scrittore mette uno dei soggetti al nominativo
    (Io) e l’altro all’accusativo (Te), mentre bisognava dire “Io e tu” o meglio ancora”
    Tu ed io!”

    Ma, persistendo nella
    succitata situazione di scarso lessico italiano, alle volte – e ciò accade in
    special modo con la scrittura e l’uso di una lingua ridotta all’estremo della
    sua espressività, quale quella usata dai giorna-listi – – ci si spinge anche ad inventarli i vocaboli,
    come, per esempio, è accaduto per il vocabolo posizionare, che non esiste e che poi è così generico da non dire
    in effetti nulla sulla reale azione cui esso vuole riferirsi. Se io dico:”
    Questa mattina ho posizionato l’albero!” Che cosa intendo dire? Che ho scavato
    una buca e ve lo ho piantato o che invece l’ho disteso in un angolo del
    giardino, ripromettendomi di pensare alla sua destina-zione in un secondo
    momento? Oppure che lo abbia decorticato e che ne abbia fatto dei travetti per
    armare il tetto?

    I giornalisti scrivono, ma
    non sono per niente degli scrittori. Certo nessuno vorrà paragonare una pagina
    di Palazzeschi, Gadda e altri, a una misera pagina scritta da un giornalista,
    in cui incorrono cliché a tutta forza e banalità linguistiche oserei dire a
    vagonate. È una lingua, quella usata nei giornali, quanto mai sciat-ta, povera,
    striminzita e perfino volgare, nel senso di mancante di una certa eleganza
    scrittoria. Direte che questo non è il fine della scrittura giornalistica,
    bensì quello di informare e di conseguenza usare un linguag-gio comprensibile
    ai più: sì, certo, ma perché non dovrebbe usarsi una lingua più precisa
    italianamente, cioè perché non usare una scrittura che possa inse-gnarlo,
    l’italiano, anche agli sprovveduti linguistici?

    Ma la cosa si potrebbe dire
    che discenda anche dall’alto. I nostri parlamentari, che di certo non bril-lano,
    nel senso che essi non esprimano dei concetti precisi e puntuali, frutto di
    attente ricerche condotte personalmente, usano una lingua che seppure sempli-ce,
    pur essa sia poco precisa e affidata a vocaboli di uso familiare o gergale.

    Nelle
    stanze del potere politico circolano tre voca-boli, il cui incessante uso
    lascerebbe presuppore l’os-servanza di una tradizione, che non si capisce quale
    questa possa essere e in che cosa essa possa consi-stere.

    Ebbene vocaboli quali: la chiama – la conta e la quadra
    (notate, sono tutti al femminile, quasi volessero esprimere una pretesa
    ossessiva ammirazione per il sesso femminile, cosa di cui si vantano tanto gli
    Ita-liani e in special modo i meridionali e in special modo i siciliani che poi…), sono retaggio di tempi
    in cui ogni italiano si esprimeva nel dialetto del suo luogo di nascita, per
    cui, quando il Parlamento si trasferì a Ro-ma, ne assunse, tramite l’impiego di
    funzionari e di im-piegati del posto, anche la lingua da costoro parlata, che
    non era sicuramente un italiano se non da elegan-za manzoniana (Manzoni è uno
    scrittore importantis-simo per la precisazione di una lingua italiana che ai
    suoi tempi quasi non esisteva), per lo meno di discreta precisione linguistica.
    Reiterare, quindi, l’uso di quei vocaboli (l’appello, il conteggio e la
    quadratura del cerchio, questo è il loro significato), è quasi un segno di
    distinzione, quasi una patente di nobiltà, mentre è solo un’aperta e palese
    denuncia di una crassa igno-ranza che lascia intravedere la povertà
    intellettuale dei nostri parlamentari. Per non parlare poi del giornalista che
    appena assunto “fa un servizio” da Montecitorio, proprio usando quelle parole
    ed è come se volesse dirci: “Vedete, anch’io faccio parte di questa potente con-grega
    di persone (stavo per dire: accozzaglia di delin-quenti)”, quasi un apoteosi
    per il finalmente raggiunto successo professionale.

    Sono anni che non guardo più
    un film italiano, limitandomi a quelli stranieri che, doppiati egregia-mente –
    dal punto di vista della dizione, ma non della traduzione, comparendo in essa, come
    già detto, un abbondante uso del dialettale locale – mi evitano di innervosirmi perché le battute
    sono sparate a mitra-glia, la recitazione è condotta sottovoce e non se ne
    capisce la ragione, cosa per cui il dialogo è appena percettibile e
    incomprensibile.

    Da 50 anni a oggi, per la
    cinematografia italiana – termine relativo a tutti coloro che per una causa o
    un’altra vi lavorano o, comunque, hanno a che farvi – l’Italia è costituita da
    un indeterminato territorio posto all’incirca da Roma in giù, esclusa la
    Sardegna della cui esistenza sembra debba dubitarsi, ed esclusa l’intera parte
    del Nord dell’Italia, la cui esistenza ai cinematografari non che sembra dubbia
    ma è ugual-mente e totalmente… inesistente.

    Sembra che tutta la storia,
    le avventure, le grazie e le disgrazie, gli accadimenti più o meno piacevoli,
    scoppino, esplodano, nascano o muoiano a Roma, che, lo abbia voluto o no, o che
    la cosa le dispiaccia o no, è divenuta una specie di cartina di tornasole della
    nazione. Se la cosa accade a Roma, allora va bene, ci si può occuparne, magari
    ci si può fare in film, e poi… vuoi proprio che gli Italiani abbiano interesse
    a una storia fra montanari di una sperduta valle del Tren-tino? E i
    cinematografari (che schifo di termine, ma non ne trovo un altro) lo sanno in
    quale parte d’Italia si trovi il Trentino? Potrei anche dubitare che essi non
    sap-piano di una parte della terra che porta quel nome.

    Quando vivevo in Germania, nel
    Baden-Württem-berg, dovunque mi fossi trovato, avvertivo immedia-tamente la
    presenza di Romani, dai loro schiamazzi, dal loro parlare ad alta voce e poi da
    loro chiamarsi da un estremo all’altro di un luogo qualsiasi ad alta voce, come
    se si trovassero nel bel mezzo di una fitta foresta e, come Pollicino, avessero
    paura di perdersi di vista. Tutto ciò sotto gli sguardi meravigliati e di
    rimprovero degli autoctoni. Immaginate che la cosa avvenga in una di quelle
    deliziose, vecchie Stube di Vienna, dove la gente va per leggere i giornali,
    mentre assaggia una fetta delle fantasiose specie di torte – non esiste solo il
    sacher – che Vienna offre, mentre tutt’intorno aleggia un silenzio rispettoso e
    civile.

    1. Sig. Harald, se tutti ci stessimo a fare sto pippone mentale ad ogni minuto della nostra vita per fare in modo che sia il più precisa e corretta possibile, ci saremmo già ammazzati tutti almeno due volte. Le cose le si fanno al meglio, ma sempre con leggerezza, una vita pesante è solo… Pesante. Alcune cose vengono fuori bene, altre no, questa è la vita, perfetta nella sua imperfezione.

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