Gli anni Incompiuti di Francesco Falconi, l’importanza di comprendersi e di accettarsi – l’intervista

Al centro della trama l'amore impossibile tra una ragazza e un ragazzo che si scoprirà gay. La nostra intervista all'autore.

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È uscito il 27 febbraio in libreria il nuovo libro di Francesco Falconi, che al 17esimo romanzo ha deciso di mettersi in gioco con una storia diversa, un romanzo contemporaneo, che racconta quattro decenni di storia d’Italia. Gli anni incompiuti, edito da La Corte, parla dell’amore (impossibile?) tra una ragazza e un ragazzo che si scoprirà omosessuale. Aurora e Marco si conoscono fin da quando sono bambini e hanno in comune l’essere nati entrambi il 29 febbraio: una data scomoda ma anche preziosa, il pretesto per crescere assieme e cercarsi sempre.

Seguendo le storie dei due protagonisti, si ripercorre anche il complesso spaccato storico-politico che va dai primi anni ’80 a oggi. Dalle sommosse delle Brigate Rosse alla strage di Capaci, dai movimenti skinhead di estrema destra ai cambiamenti della Repubblica Italiana, dalle vicissitudini americane dell’11 Settembre fino alla Brexit. Un romanzo di formazione, che racconta della difficoltà di comprendersi e di accettarsi. Della paura di diventare adulti e di mostrarsi al mondo per quello che si è. Della sessualità e di quanto la società ci costringa a incasellarla in rigidi schemi che raramente coincidono con la complessità dell’esperienza umana.

Ne abbiamo parlato proprio con Francesco, nato a Grosseto nel 1976, ingegnere delle telecomunicazioni e ormai romano d’adozione. Seppur lavorando in ambito scientifico, ha sempre amato la letteratura tanto che il suo primo libro, Estasia, è stato scritto a soli 14 anni. Gli Anni Incompiuti è il suo secondo romanzo di narrativa per adulti.

Partiamo dall’abc. È una storia in qualche modo autobiografica, quella che racconti ne Gli anni Incompiuti? Ti è mai capitato di vivere un amore impossibile.

In ogni mio libro c’è qualcosa di autobiografico, riferimenti alla mia vita oppure a quella delle persone che mi sono vicine. Nessuna storia, tuttavia, mi rispecchia completamente. Del resto un bravo scrittore deve essere un po’ come un bravo attore, saper anche interpretare parti che non gli appartengono oppure essere capace di rappresentare se stesso con distacco, reinventandosi. Sicuramente ne Gli Anni Incompiuti l’ambientazione mi è stata d’aiuto, visto che i protagonisti si muovono tra Grosseto, Siena, la Maremma Toscana e Roma. Questo mi ha permesso di rendere il romanzo più intimistico e realistico, concentrandomi sui personaggi. Amore impossibile? Certo che sì, ma il vero problema non è concretizzare questo amore, è il momento in cui prendi coscienza che non potrà mai essere veramente completo, nel momento in cui l’amore mentale si scontra con quello carnale.

Come fatto al cinema da Gabriele Muccino con Gli anni più Belli, anche tu ripercorri 40 anni di storia d’Italia. Dal punto di vista puramente narrativo, come sei riuscito ad incastrare i tuoi personaggi, che sono pura finzione, agli eventi storici realmente vissuti. E quali punti fermi ti sei posto.

Narrare quattro decadi non è affatto facile, si rischia che lo “studio” emerga troppo nelle pagine e tutto diventi artefatto. Questo era un errore in cui non volevo cadere assolutamente. Così ho scelto la strada più semplice, grazie al fatto che i protagonisti hanno più o meno la mia stessa età. Ho narrato gli eventi storici proprio come li ho vissuti durante la mia adolescenza ed età adulta. Questo ha permesso di concentrarmi sulle sensazioni che ho provato e trasmetterle tra le mie pagine. Dalla strage di Capaci, ai movimenti naziskin anni ’90, fino alle Torri Gemelle, a Trump, ai movimenti populisti e alla Brexit. Sono tutti avvenimenti che abbiamo vissuto, più o meno di riflesso. Fanno parte del libro, così come della nostra vita, anche quando non ci hanno coinvolto direttamente.

Si parla di accettazione e sessualità, nel tuo romanzo, con il protagonista Marco ormai pronto al coming out. Quali consigli credi si possano dare, ai tanti ragazzi che vivono segretamente la propria omosessualità, nascondendosi dietro fidanzamenti etero di facciata.

Prima del coming out con gli altri è necessario essere chiari con se stessi. Evitare di scendere a compromessi, evitare la strada più semplice, evitare le risposte che più ci fanno comodo. Questo è il primo passo: una volta che abbiamo compreso la nostra identità, è tutto più semplice. Sicuramente oggi, grazie ai social, è anche più facile confrontarsi con gli altri, condividere esperienze e opinioni, non c’è più quel senso di solitudine e ghetto che ha caratterizzato gli anni ’80 e ’90. Ma, ripeto, prima dobbiamo essere onesti con noi stessi e, in seguito, non avere paura a chiedere aiuto.

Ancor prima di diventare ingegnere, tu sei sempre stato uno scrittore. Il tuo esordio addirittura a 14 anni, con quel genere fantasy che ha un po’ dominato la tua carriera d’auore. Che tipo di adolescente sei stato.

Un po’ bipolare in effetti, amante delle scienze e della letteratura. E lo sono tutt’ora visto che come lavoro sono ingegnere ma ho già all’attivo 17 romanzi. Com’ero a 14 anni? Sicuramente atipico, visto che invece di uscire a giocare a calcio (vade retro) mi chiudevo in camera a scrivere su un quaderno quel libro, Estasia, che avrei poi pubblicato a trent’anni. Oddio, detto così sembro un po’ sociopatico, in effetti. Ma alla fine, cosa c’è di sbagliato nel seguire le proprie passioni, anche se queste, a volte, non rispecchiano ciò che la società ci vorrebbe imporre?

Non solo fantasy però, visto e considerato che hai realizzato anche una biografia di Madonna, intitolata Mad for Madonna. La regina del pop. Cosa è stata per te la signora Ciccone, e cosa credi sia stata per l’intera comunità LGBT internazionale.

Ricordo che ascoltai la prima canzone di Madonna, “Live to tell”, quando ero un adolescente e trascorrevo le estati nel paesino di mia nonna, tra Grosseto e Siena. La musica di Madonna è stata un po’ la colonna sonora della mia vita e le sue evoluzioni, a volte contraddittorie, spesso provocatorie e geniali, hanno accompagnato la mia crescita. Ho sempre apprezzato le sue battaglie e i suoi ideali, dalla libertà sessuale alla lotta contro l’ageism. Per questo è diventata l’icona che è oggi, perché non è mai stata una canzone, una moda o una coreografia. Madonna è un modo di essere, lo specchio della nostra società, la voce capace di sdoganare ogni reticenza e tabù. E la apprezzo ancor più tutt’oggi, in una veste più matura, nell’ennesima trasformazione multietnica di Madame X. Ma, se devo dirla tutta, la apprezzerei ancor più se mi permettesse di vedere prossimamente il suo concerto, evitando di cancellarlo dieci minuti prima. Quindi, tesoro mio, meno serate balorde con i toy boy e più riposo, che c’hai na certa, grazie.

 

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