Krzysztof Charamsa: l’amore mi ha reso un prete migliore. L’intervista

Una chiesa piena di gay impauriti mostra una tolleranza di facciata, ma fomenta l'odio

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13 min. di lettura

E’ un Monsignor Charamsa a tutto tondo quello che si racconta nell’intervista esclusiva che ha concesso ad Alessio De Giorgi: nella lunga chiacchierata, i temi affrontati sono stati quelli relativi alla sua scelta di fare coming out, alle conseguenze sulla sua missione e sul suo lavoro, al Sinodo che si è appena concluso, alla “lobby gay”, agli omosessuali cattolici che vivono con sofferenza questa duplice identità, alla sua vita personale ed al suo futuro. Ecco l’intervista completa.

Clicca qui per una sintesi dell’intervista.

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Monsignor Charamsa, nella comunità gay italiana ovviamente il suo gesto di ormai un mese fa ha destato interesse, attenzione, stupore ma anche ammirazione per il suo coraggio e la forza del messaggio che lei ha trasmesso. Le posso chiedere da quanto tempo pensava di farlo?
Credo che il coming out sia un traguardo decisivo che un gay raggiunge nell’arco di non poco tempo. Nel mio caso è stato un periodo molto lungo, visto che dovevo confrontarmi con quella realtà di profonda omofobia che è la chiesa cattolica, che io servivo ai suoi massimi livelli. Penso alla Congregazione per la dottrina della fede, l’antica Inquisizione, che è uno dei più importanti uffici del Vaticano e nello stesso tempo la principale agenzia dell’omofobia della chiesa. Uscire da questa prigione con un coming out esige un processo di crescita. D’altra parte, la modalità ed il tempo sono anche frutto di varie circostanze più immediate, personali ed ecclesiali. In sintesi, posso dire, che oggi vedo tutta la mia vita come un cammino di crescita verso questo atto di trasparenza e di dignità personale, che auguro ad ogni persona omosessuale. Chi sta nell’armadio non può immaginare il gusto della libertà del giorno dopo l’uscita da quel buio insopportabile, a noi imposto dalle società e dalle chiese omofobe.

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Lei ha più volte detto che è stato determinante in questo il suo compagno. In che modo? Possiamo dire che è stato l’amore ad averla indotta a compiere quel passo?
Sì, effettivamente l’ultimo lampo di luce è stato l’amore del mio compagno, quell’amore che dalla chiesa cattolica è deriso e disprezzato, umiliato e condannato, continuamente negato ed offeso. I documenti della Congregazione chiamano l’amore omosessuale disumano! Sì, quell’amore del mio compagno ha cambiato le mie ultime paure, infuse in me dalla chiesa, nel coraggio di essere fedele alla verità della mia natura. Questa natura non è mai stata rispettata dalla chiesa nonostante le sue false dichiarazioni di “rispetto”, che non sono altro che l’invito ad una deplorevole compassione per le persone omosessuali ritenute dalla chiesa creature inferiori e difettose. Per la chiesa gli omosessuali devono subire una giusta discriminazione: ma, come si sa, la discriminazione non è mai giusta! Per la chiesa gli omosessuali sono persone intrinsecamente disordinate, con difficoltà di adattamento sociale. Le loro relazioni sessuali non sono umane, secondo la chiesa, e non sarebbero capaci di amare! Senza il mio partner passare per questo inferno e superarlo così bene non sarebbe stato possibile. Senza l’amore superare l’inferno delle bugie istituzionali della chiesa non sarebbe stato possibile.

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Lei è persona colta ed intelligente. Sicuramente aveva gli strumenti per prevedere le conseguenze sulla sua “carriera” di ciò che ha fatto. Si può dire che ha deciso di fare coming out “nonostante questo”? C’era un interesse superiore alla sua carriera, immagino: quale?
A me sono sempre interessati lo studio e la coerenza della verità. Non potevo sopportare che il mio servizio e il mio lavoro per la chiesa, o come dice Lei, la carriera ecclesiale, vaticana ed universitaria, dovessero nascondere una bugia riguardante la più intima parte della nostra vita umana. Certo che nella vita ho ideali e interessi ben più grandi della carriera vaticana. Il mio coming out è il decisivo atto della verità contro la bugia della chiesa e la sua totale e vergognosa chiusura ad una qualsiasi verifica intellettuale ed esperienziale della sua posizione retrograda.

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Fare coming out ha rappresentato per lei più una liberazione, anche in termini personali e relazionali col suo partner, o più una denuncia e un modo di incidere sulla discussione che, lentamente e nonostante la pressione negativa delle fazioni conservatrici, la Chiesa sta facendo sull’omosessualità a partire dall’elezione di Papa Francesco?
Nell’atto del mio coming out sta sia la liberazione, sia la denuncia, che infine la protesta per la mancanza di discussione. Dalla mia esperienza in Vaticano non ho dubbi che la discussione sull’omosessualità nella Chiesa non esista. Esiste solo una azione di promozione mediatica affinché il mondo creda che la chiesa “rispetti” gli omosessuali: ma questa è una bugia. L’attuale posizione della chiesa è digiuna del confronto con le scienze moderne, che sono giudicate ideologiche. Ma è la vera ideologia paranoica anti-gay ad essere il prodotto scadente del pensiero della chiesa. Ho vissuto in Vaticano cosa significhi discutere sull’omosessualità: non è informarsi, leggendo magari un manuale che oggi è a portata di tutti, ma ridicolizzare, deridere e screditare con degli stereotipi la comunità LGBTI, trasmettere ai fedeli la paura e l’odio verso le persone omosessuali, stigmatizzate e marginalizzate, come fossero lebbrosi. Non esiste la discussione: esiste solo il sentimento dell’odio, che paralizza la mentalità cattolica e ciò si vede e si sente purtroppo anche nelle piazze italiane, negli irrazionali gridi contro quel “gender”, che i cattolici non sanno neanche che cosa sia. Questo non è “rispetto”, queste sono solo offese.

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Cosa risponde alla tesi di chi sostiene che lei lo avrebbe fatto paradossalmente per dare una mano all’ala conservatrice, irrigidendo le posizioni e condizionando in tal senso il Sinodo che si sarebbe aperto il giorno dopo?
Le rispondo con una battuta: sono contento di pensare che una singola persona possa cambiare le sorti di una istituzione così potente come la chiesa cattolica: se fosse vero, sarebbe un vero miracolo!
Rispondendole seriamente, le posso dire che il sinodo è stato piuttosto condizionato dal tempo della sua preparazione, dal sabotaggio partigiano della Congregazione per la dottrina della fede contro papa Francesco e contro la libera discussione rispettosa dei dati scientifici. Deve sapere che decisivo per un sinodo è la sua preparazione, che io osservavo dal di dentro: nel mio coming out ho detto “basta, non posso più obbedire al programmatico progetto di distruggere sia il pontificato di Francesco sia l’indispensabile serio dibattito sulle grandi questioni umane di oggi, sulle quali la chiesa è in ritardo epocale”.
È vero, come Lei dice, che il sinodo è stato distrutto da quelli che chiama “conservatori”: ne ho conosciuto molti, tutte persone con un alto grado di ignoranza su realtà su cui si esprimono in modo apodittico. Spesso sono ideologici nelle proprie posizioni lobbistiche, che non hanno niente a che fare con la difesa della fede o della giusta dottrina. Non sanno né definire né spiegare che cosa sia l’omosessualità: le definizioni ed il linguaggio che usa la chiesa verso l’omosessualità è lacunoso e incompetente. O sarebbe meglio dire che è ormai falso. Per di più, usano lo slogan della “fedeltà alla fede ed a Gesù”, per una lotta politica del potere contro i gay, affinché ritornino tutti nell’oscurità, come era nel XIX secolo. Niente di più.

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Come valuta l’esito del Sinodo sulla Famiglia? Il documento approvato non contiene infatti nessuna apertura sul tema dell’omosessualità, se non ribadire la tesi dell’accoglienza e dell’ascolto.
Il sinodo ha detto la verità sulla chiesa cattolica, che è attualmente una paranoica, irrazionale agenzia dell’odio omofobico in mezzo ad un mondo dove giustamente l’omofobia diventa punibile per le leggi degli Stati civili. Così come, con gli strumenti della legge, bisogna aiutare e correggere gli antisemiti, i razzisti e tutti coloro che odiano e discriminano gli altri, così bisogna aiutare gli omofobi affiché rinuncino al loro odio. Il sinodo ha prodotto ciò che meglio di tutti ha espresso il cardinale Sarah: lui, senza molti giri di parole, ha paragonato gli omosessuali ai nazisti, ai nemici dell’umanità, contro i quali la chiesa porta avanti la sua guerra santa. Lui ha detto solo ciò che pensano le persone della Congregazione per la dottrina della fede, ad iniziare dal suo attuale prefetto. Si tratta di un’irrazionale posizione ideologica, che ha più che fare con emozioni invece che con la ragione.

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Si aspettava qualcosa di diverso dal Sinodo sui temi a noi cari?
No! Proprio per questo sono uscito dall’armadio e ho detto alla chiesa chi sono, prima del Sinodo. Su questi temi non è possibile alcuna discussione con persone imprigionate nelle loro irrazionali paure. Dunque ho fatto ciò che ho imparato da Gesù: la testimonianza. Ho fatto la mia testimonianza: sono gay e sono un buon prete. Ho lavorato per anni per la chiesa, ho provato a comprendere le sue ragioni, mi sono sforzato con successo ad obbedire a tutte le sue regole per la maggior parte della mia vita. E adesso le devo dire: sono gay, felice e orgoglioso della mia identità ed esigo che la mia chiesa prenda tutto ciò sul serio e smetta con le sue paranoie da vecchia rimbambita, perché ha perso l’uso della ragione! Che apra gli occhi alla realtà!
Purtroppo il sinodo ci ha dato la migliore dimostrazione dell’attuale mentalità cattolica: nella proposizione 76, dove ha trionfato il freddo dottrinalismo formalista, per usare termini cari a Papa Francesco e nei dibattiti, dove è emersa la paranoia del sentimento omofobico. Non hanno pensato neanche ai figli delle famiglie omosessuali! Non hanno avuto misericordia alcuna!
Ripetono anche, allo stremo, la condanna del gender, uno spettro che si sono creati soli. È vergognoso che esprimano posizioni così assolute, mentre l’ufficio che dovrebbe studiare queste questioni dal punto di vista della dottrina della Chiesa, la Congregazione per la dottrina della fede, mai non ha letto un solo libro dell’immenso mare dei “gender studies”. Mai! Così lotta la chiesa: irrazionalmente, senza argomenti, suscitando i sentimenti di paura e di odio. E il sinodo lo ha fatto vedere in maniera esemplare.

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Durante l’ormai storica sua conferenza stampa, lei dichiarò che il Sant’Uffizio è il cuore dell’omofobia. Si riferiva a qualcosa od a qualcuno in particolare?
Mi riferivo alla maniera di lavorare (o meglio di far finta di lavorare seriamente) dell’attuale Inquisizione. Essa promuove solo una propaganda ideologica, senza alcun oggettivo e sereno studio della questione omosessuale. Mi riferivo alla mentalità dei miei colleghi e superiori. La Congregazione è l’agenzia politica della promozione dell’ideologia omofobica nella chiesa cattolica.

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Esiste una “lobby gay” in Vaticano? E se in qualche modo esistono in Vaticano alti prelati omosessuali che hanno idee comuni, indipendentemente dal fatto che possano essere definiti “lobby”, siamo sicuri che si schierino su posizioni progressiste?
Io non ho conosciuto questa lobby e non mai avuto alcun contatto con questa. Non so se esista o no: ho letto solo alcune indagini giornalistiche interessanti, in particolare italiane o inglesi, che consiglio alla chiesa di prendere in considerazione seriamente perché denunciano la sua falsità.
Nella mia vita ho conosciuto solo singoli preti gay, ma mai ho avuto contatti con una lobby o con un ambiente di preti gay. Molti di questi preti che ho conosciuto, sono spaventati della loro omosessualità e vivono in uno stress continuo. Non mi pare che siano capaci di porre in piedi una lobby: piuttosto odiano se stessi e così iniziano a odiare tutti gli altri gay. Nel clero siamo esperti di omofobia interiorizzata, quella che dall’odio verso se stessi ci porta ad odiare le persone simili a noi. È davvero un caso drammatico.
Sulle lobby, dovrebbe semmai chiedere informazioni a chi – come mi hanno riferito degli amici – nella televisione pubblica italiana sembrava insinuare su di me legami con queste lobby. Dietro di me non c’era una lobby, ma solo il mio compagno Eduard! Questo è stato fantastico nel mio coming out. Non avevo nessun altro: né lobby, né sponsor. E non mi sono posto contro nessuno: mi sono posto solo a difesa della mia dignità infranta per anni dalla chiesa. Nel coming out ero cristianamente libero, senza badare al fatto che perdevo tutto. La domanda su una lobby gay in Vaticano va posta a questi esperti della vita vaticana. Io non c’entro nulla con tutto questo.

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Dal suo osservatorio, è in grado, anche per ciò che ha visto e sentito, di dirci quanto il Vaticano incida sulle scelte della politica italiana in tema di diritti?
A me pare che il Vaticano incida sulla politica italiana come una potente lobby ecclesiale ed in maniere molto diversificata e difficilmente identificabile. Sono gli influssi connessi profondamente con la mentalità dominante, propria dei Paesi di tradizione cattolica, come lo sono due nazioni a me molto care: la Polonia e l’Italia. In un certo senso l’Italia sembra essere la prima “palestra di allenamento” per le imposizioni del potere ecclesiale, però lo fa con il tacito permesso della mentalità dominante, anche perché la gente comune crede in tutto ciò che fa la Chiesa, si fida di questa e non riesce a fare le dovute distinzioni tra la vera dottrina evangelica (che va amata e rispettata dai credenti) e le lotte politiche promosse dagli uomini di Chiesa.

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Cosa consiglierebbe ad un omosessuale cattolico che vive con sofferenza questa duplice identità?
Uscire dall’armadio, questo è il primo consiglio! Uscire dall’armadio, dall’oscurità e dalla clandestinità, ma preparare bene il coming out, che ha tre tappe: il più doloroso coming out è quello davanti a se stesso, poi il coming out davanti ad alcune persone che si amano ed agli amici che ti sostengono ed infine uscire alla luce del sole. Nessuno ha il diritto di distruggere la nostra vita nel buio dell’armadio. La speranza in una società ed in una chiesa migliori dipende proprio da questo coraggio di fare coming out. Si deve sapere che esistiamo, che abbiamo la nostra dignità, che non abbiamo più paura. Io credo che in molti di noi, omosessuali e lesbiche, transessuali e intersessuali, che viviamo in società omofobiche, la paura è così fortemente iscritta nel cuore e nella mente, al punto da non renderci conto che ne siamo paralizzati. Ci siamo abituati alla paura come stile di vita e stiamo nell’armadio. La chiesa vince quando riesce a infondere e mantenere viva questa paura.
Nel mio coming out ho rotto questa paura ossessiva e paralizzante. Chi critica quel mio gesto – sia nella chiesa che nella società – in realtà vuole difendere lo status quo della paura interiorizzata e del conseguente silenzio, che uccide interiormente. Vuole mantenere lo status quo del tabù dell’omosessualità, che nella chiesa esiste ancora oggi e vuole tenerci fuori della legge, come ancora oggi le nostre famiglie, le famiglie gay e lesbiche restano fuori dalla legge nel punto più delicato della nostra esistenza: quello matrimoniale e familiare. Anche nella chiesa bisogna dire “basta, non abbiamo più paura!”, come dissero i grandi amici americani della rivolta di Stonewall nel 1969!

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Ed invece cosa consiglierebbe ai tantissimi prelati che, come lei, sono omosessuali? Di fare il suo medesimo passo?
Devono anche loro uscire dall’armadio. Ma non è un pio consiglio, è un dovere di coerenza, è un obbligo. So che molti non lo faranno anche per non perdere il benessere, le carriere, una vita egoisticamente tranquilla. Però, così facendo, mantengono in vita quell’ignoranza dei “conservatori” nella chiesa. Coloro che non fanno coming out danno l’appoggio e la giustificazione per il mantenimento dell’irrazionale chiusura attuale della chiesa. Se questi prelati, per di più, sono omofobi, eccoci benvenuti nella paranoia anti-gay della chiesa!

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Chiudiamo con l’oggi ed il domani. Cosa fa Monsignor Charamsa ora? Si sta cercando un lavoro, come simpaticamente aveva detto in conferenza stampa?
Sì. Col mio coming out ho reso servizio ai miei ideali di sempre. Molti diranno che sono stato un ingenuo a non essermi preparato un futuro. Certo, devo cercare un lavoro, in cui vorrei servire gli stessi ideali in nome dei quali sono diventato prete. Vorrei dedicarmi anche alla difesa dei diritti delle minoranza sessuali: la profetica sfida per l’umanità consiste proprio nel riconoscere loro pieni diritti umani, come prima sono stati e, in molte parti del mondo, lo sono ancora, le donne, gli Ebrei o le persone con la pelle diversa dalla bianca. Oggi le minoranza sessuali, che mezzo secolo fa hanno smesso di avere paura nel rivendicare la propria dignità, i diritti e l’amore, sono la sfida per l’umanità, perché questa diventi più umana e sappia rispettare ciascuno nella sua dignità.

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Quando uscirà il suo nuovo libro? Ce ne può parlare brevemente?
Il libro fa parte del mio processo interiore di coming out: credo infatti che questo mio passaggio è così complesso che esige un confronto più accurato con chi vorrà entrare in dialogo con me. Mi pare che un libro sia il luogo più adeguato per un dialogo con i lettori. Voglio spiegare più da vicino questo gesto di liberazione, ma non sono ancora in contatto con alcun editore.

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Il suo compagno è stato come lei nell’occhio del ciclone dell’informazione mondiale e probabilmente lo è ancora. Da quanto tempo state insieme? Ed ora che lei è stato “licenziato”, avete intenzione di sposarvi visto che lui è catalano e può farlo?
Questa domanda, dal momento che riguarda noi due ed il nostro amore, la lascio per la prossima occasione, quando saremmo a rispondere in due, insieme: Krzysztof e Eduard.
Qualcosa la posso dire già ora: il suo amore per me mi ha fatto diventare un prete migliore. Questo succede con molti preti che hanno la fortuna dell’esperienza della relazione d’amore etero- o omo-sessuale, ciascuno secondo la propria natura: diventano preti migliori, nonostante l’oppressione della chiesa. L’amore ha intensificato in me le migliori energie sacerdotali.
E poi, il mio compagno è catalano, appartiene alla antica Nazione Catalana, che attualmente fa parte dello Stato Spagnolo, dove sul tema dei diritti individuali delle persone omosessuali e delle loro famiglie siamo – grazie a Dio – all’avanguardia. In questo importante ambito di rispetto della dignità delle minoranze sessuali, gli Spagnoli ed i Catalani hanno superato l’epocale esame in maniera esemplare. Come d’altronde ultimamente anche gli Irlandesi e moltre altre Nazioni.
A questo riconoscimento della dignità delle minoranze sessuali, aggiungo una parola sullo spirito democratico e tollerante proprio della Nazione Catalana, nazione di Antonio Gaudì, con la sua capitale nella moderna Barcellona. Probabilmente Lei sa che il Parlamento autonomo della Catalogna ha votato l’anno scorso la migliore legge europea contro il delitto dell’omofobia: i Catalani sono una nazione europea esemplare nel rispetto delle diversità.
D’altra parte i Catalani sono anche esempio per gli altri popoli europei nel proprio amore della patria e nella giusta rivendicazione della propria identità nazionale, che affermano e difendono in maniera lodevole. Questa Nazione chiede attualmente il rispetto per il proprio diritto all’autodeterminazione della propria sovranità nazionale. Chiede rispetto per la propria storia, la propria tradizione, la propria cultura e la propria lingua. Chiede rispetto per la patria dei Catalani, che io sostengo con tutte le mie forze. Sono una nazione che – secondo me – l’Europa non può lasciare sola: l’Europa deve sostenere il rispetto del diritto umano all’autodeterminazione per l’indipendenza. Ma ci saranno occasioni per parlare nuovamente di questo tema.

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