La struggente lettera d’addio di Oriana Fallaci a Pier Paolo Pasolini

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"Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che...

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Pier Paolo Pasolini morì la notte del 2 novembre 1975 sul lungo mare di Ostia in circostanze mai del tutto chiarite. Per molti, affezionati a una certa idea d’intellettuale, rimane ancora oggi una delle menti più brillanti del ‘900 italiano. Il suo pensiero, mai banale, e la sua vita, fatta di contraddizioni durissime, è il simbolo stesso dell’arte che si sublima, come accade nelle tragedie, là dove è pronta a toccare il fondo.

E come ricorda Oriana Fallaci, in un lunghissimo saluto pubblicato quello stesso anno sulle pagine de L’Europeo, Pasolini il fondo l’ha toccato più volte, ne è rimasto vittima e allo stesso tempo ne è stato il demiurgo creatore. Come se, solo passando attraverso l’abiura di sé, potesse sublimare la sua esperienza esistenziale in qualcosa di altro, in qualcosa di alto.

La lettera è un capolavoro retorico di amore e rabbia: un sentimento complesso coltivato in lunghi anni di amicizia tra i due, che trova sfogo in un commiato tutt’altro che prevedibile pieno di critiche durissime. Un mese prima della morte dello scrittore, la Fallaci gli aveva spedito il suo ultimo romanzo, “Lettera a un bambino mai nato”, che aveva suscitato lo sdegno di Pasolini, espresso con una lettera privata.

“Non ti risposi.”, scrive la Fallaci, “Cosa si risponde a un uomo che piange la sua disperazione di trovarsi uomo, il suo dolore d’essere nato da un ventre di donna? Non era una lettera diretta a me, del resto, ma a te stesso, alla morte che rincorrevi da sempre per mettere fine alla rabbia d’essere venuto al mondo grazie a una pancia gonfia, due gambe divaricate, un cordone ombelicale che si snoda nel sangue.”

Ma i passaggi più dolorosi e grevi arrivano poco dopo: “Amavi troppo la purezza, la castità che per te era salvezza. E meno purezza trovavi, più ti vendicavi cercando la sporcizia, la sofferenza, la volgarità: come una punizione. Come certi frati che si flagellano, la cercavi proprio con il sesso che per te era peccato. Il sesso odioso dei ragazzi dal volto privo di intelligenza (tu che avevi il culto dell’intelligenza), dal corpo privo di grazia (tu che avevi il culto della grazia), dalla mente priva di bellezza (tu che avevi il culto della bellezza). In loro ti tuffavi, ti umiliavi, ti perdevi: tanto più voluttuosamente tanto più essi erano infami. Di loro ci cantavi con le tue belle poesie, i tuoi bei libri, i tuoi bei film. Da loro sognavi d’essere ucciso, prima o poi, per compiere il tuo suicidio. Sono cattiva a dirti questo? Sono crudele anch’io? Forse, ma sei stato tu a insegnarmi che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso. Tu scrivendo insultavi, ferivi fino a spaccare il cuore. E io non ti insulto dicendo che non è stato quel diciassettenne a ucciderti: sei stato tu a suicidarti servendoti di lui. Io non ti ferisco dicendo che ho sempre saputo che invocavi la morte come altri invocano Dio, che agognavi il tuo assassinio come altri agognano il Paradiso”.

E ancora, in riferimento all’esperienza di un anno a New York passato insieme: “Scappavi ogni notte nei quartieri dove neanche i poliziotti osano entrare armati. Non ti stancavi mai di sfidare la turpitudine, toccare l’orrendo, unirti ai relitti maschili dei drogati, degli invertiti, degli ubriaconi. Sia che tu ti recassi nella Bowery o a Harlem o al porto, eri sempre presente dove c’era il male e il pericolo. Arthur Rimbaud in confronto diventava un’educanda. Quante volte ho temuto di sentirmi dire che ti avevano trovato con la gola tagliata o una pallottola in cuore. Una sera te lo confessai. Eravamo dinanzi al Lincoln Center e cercavi un taxi per recarti in un posto che non volevi ammettere. Per l’impazienza apparivi inquieto, tremavi. Mormorai: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo”. E tu mi fissasti con occhi lucidi e tristi (erano sempre tristi i tuoi occhi, anche quando ridevi), poi rispondesti ironico: “Sì?”.

E ancora: “Ogni volta io avrei voluto agguantarti per il giubbotto, trattenerti, implorarti, ripeterti ciò che ti avevo detto a New York: ‘Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo!’. Avrei voluto gridarti che non ne avevi il diritto perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua sete di salvezza e basta. Apparteneva a tutti noi. E noi ne avevamo bisogno. Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo”.

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