Maria Antonietta: “Porto sul palco le poetesse che mi fanno compagnia quando mi sento sola”

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Il nuovo album, la fede, l'amore per la poesia e le scrittrici.

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Maria Antonietta è la cosa migliore che il cantautorato femminile italiano ci abbia regalato negli ultimi anni.

Fissata con Gesù, i santi, Giovanna d’Arco e Maria Maddalena, Letizia Cesarini (questo il suo vero nome) è un’autrice delicata e potente allo stesso tempo, a detta di chi scrive l’unica erede possibile di Carmen Consoli e Cristina Donà. In questo periodo è in tour con un alcuni concerti speciali: in giro per l’Italia sta portando sul palco, oltre ai suoi brani, le poesie di alcune delle più grandi autrici del ‘900 (come Emily Dickinson, Cristina Campo, Sylvia Plath e Marina Cvetaeva). L’abbiamo incontrata (in chat) per parlare di questo progetto tutto al femminile e del suo nuovo disco, in uscita nei prossimi mesi. Ma anche di spiritualità, astrologia e questioni di genere.

Innanzitutto come stai? Che momento è per te questo?

Io sto molto bene, credo di star lentamente smaltendo la tensione del fare il disco. Intendo materialmente, registrarlo…  Sono passata attraverso mesi impegnativi, di scrittura e poi lo studio… Però sono felice, soddisfatta.

Com’è nata questa tua idea di fare dei concerti-reading sulle poetesse?

“Letture” ha una storia molto ibrida, nel senso che durante questi live leggo una selezione di poesie ognuna delle quali è accompagnata dall’omnichord, questo strumento molto bello, una specie di arpa elettronica. E poi intermezzo con dei brani in acustico. Negli ultimi anni ho coltivato tantissimo la lettura di poesia, e sai quando ti capita di leggere delle cose incredibili e dici: oddio questa la devono leggere tutti! Allora, ecco, ho pensato: mettiamo la poesia dentro al concerto e proviamo a dare un contributo diverso dal solito fare i brani. Mettiamoci dentro una suggestione e un respiro altri.

Ho letto che scrivi anche! Una poesia al giorno…

Sì, ho cominciato qualche mese fa sull’onda dell’amore per la poesia. Poi leggendo i diari di Sylvia Plath ho letto questa cosa dello scrivere tutti i giorni, con dedizione, con disciplina, anche senza ispirazione… E allora ho voluto fare questo esercizio di creatività. È bello, riempie di soddisfazione e a volte di rabbia, però è una sfida.

E invece come mai tutte donne? L’hai deciso a priori o fotografa più semplicemente le cose che leggi?

Un poco entrambe le cose. Volevo costruire una specie di genealogia di antenate… Ovviamente una selezione esigua delle mie antenate eh, però comunque una costruzione di albero genealogico al femminile. Poi effettivamente sono anche ciò che leggo nella quotidianità. È bello non sentirsi soli. Loro mi fanno molta compagnia quando spesso mi sento non adatta. Tanti esseri umani hanno percorso sentieri e strade che ci sono familiari anche se a volte ci sentiamo speciali, soli e speciali. Ma è confortante sentire di non essere gli unici che hanno avuto certi pensieri, dolori o gioie. Ci ridimensiona e ci fa sentire “insieme”.

Ti confesso che, da tuo fan, quando ho iniziato a captare questi tuoi interessi letterari avuto una specie di conferma. Buona parte di queste poetesse sono anche autrici di prosa e sono le autrici che ho letto e studiato quando studiavo filosofia all’università e non mi riconoscevo in una tradizione tutta al maschile. Con loro ho capito che il pensiero può essere anche una cosa molto diversa, soprattutto a livello di linguaggio e di vicinanza alla vita. Amando le tue canzoni è stato interessante vedere poi queste affinità.

Capisco bene…

Tu come la vedi questa cosa del femminile? Cioè, pensi che ci sia davvero una differenza tra scrittura maschile e femminile? 

Guarda sono arrivata alle poetesse attraverso le mistiche e Giovanna D’Arco, sostanzialmente. Ciò che mi ha attratto è stata la forza di un pensiero che travalicava la materia e liberava, cambiava le cose, ribaltava la prospettiva. Credo che la differenza femminile, se esiste – e non ne sono affatto sicura – derivi dalle contingenze e dalla tradizione in cui si è state inserite per secoli e secoli. Credo che lo sguardo si formi perché si ha di fronte una certa prospettiva. Ho sempre creduto che il vincolo e il limite non fosse un disvalore in assoluto, che magari poteva formare una volontà più tenace, allenare uno sguardo diverso, permettere di vedere altro, non perché le femmine siano ontologicamente superiori o più sensibili. È che sono state allenate per secoli alla fame. Come dicono le Bikini Kill: Women are well aquainted with thirst!

È un tema su cui rifletto spesso. Però, tipo: perché a me piace tantissimo Maria Antonietta,  come mi sono piaciute altre cantautrici in passato, e in un modo diverso e più pieno di come mi possa piacere un cantautore maschio? C’è chi urla al sessismo al contrario.

Forse perché ti senti più vicino al mio sguardo? Perché riesci ad empatizzare meglio con me perché magari abbiamo vissuto alcune esperienze matrice simili al di là del nostro sesso biologico. Immagino eh, poi è ovviamente un mistero, un grande mistero, il mistero dell’empatia, della vicinanza, della comprensione.

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