Gay morbosi torbidi e viziosi? Non più, forse

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Ecco come è cambiato negli ultimi anni il modo di rappresentare le persone lgbt sui media italiani. Ma come è difficile per il mondo dei mass media rinunciare...

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"Questo incontro si chiama ‘Le parole per dirlo’. Perché è delle parole che abbiamo bisogno tutti;

voi per descrivere la realtà, noi per definirci, ed essere definiti, con parole che raccontino anche la nostra verità. Da qui passa il riconoscimento sociale dell’omosessualità. Dal racconto della dignità e della verità delle nostre vite. E da qui passa anche la correttezza e la professionalità dell’informazione". Con queste parole l’onorevole Paola Concia ha dato inizio oggi all’agorà che si è aperta questo pomeriggio alle 15.30 presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini a Roma.

"Fino a non molti anni fa, su alcuni giornali, in alcune tv, la parola pederasta era equivalente a omosessuale; l’omosessualità arrivava in comunicazione solo nella cronaca nera ed era confinata nell’area semantica che va da ‘torbido’ ‘morboso’, ‘oscuro’ a ‘devianza’, ‘vizio’, ‘peccato’. Per marcare bene la distanza tra il mondo per bene e quello diverso, anormale, perverso dell’omosessualità – ha continuato la deputata del PD -. Non è più così, lo sappiamo, o meglio non è più solo così poiché sacche di pessima informazione esistono ancora. Ma qui oggi vogliamo guardare anche ai passi da gigante che sono stati fatti in avanti. Oggi in tv vediamo fiction in cui due donne si dichiararono il loro amore, o una trasmissione sull’omogenitorialità ben fatta in seconda serata. E un film come Brokeback Mountain, la storia omosessuale tra due cowboy, vince al festival di Venezia. E ancora, ci sono canali televisivi, agenzie di stampa, portali che investono milioni di parole sulle tematiche gay, lesbiche, transessuali".

Certo, molto è stato fatto negli ultimi anni e il merito va, probabilmente anche al linguaggio che la comunità lgbt ha spesso usato per parlare di sé a chi non la conosceva e alla disponibilità e l’apertura di molti professinisti della comunicazione. Ma basta?

"Ancora oggi si leggono interviste e articoli in cui si cita l’omosessualità come una malattia da cui si può guarire: e via, tutti a caccia del malato guarito che adesso si è sposato. Anche i migliori autori e i produttori sono convinti che per fare breccia nei cuori dell’ascoltatore medio la storia d’amore omosessuale deve essere sfortunata, ostacolata, disgraziata, soprattutto se tra donne – sottolinea Concia -. E il gay continua ad essere dipinto secondo il cliché dell’artista, sensibile delicato e con tanto buongusto…mentre i gay vincono le medaglie d’oro alle olimpiadi. E ancora oggi leggiamo che un omicidio è ‘maturato in ambienti gay’ e ci chiediamo che vorrà dire, come li immaginano questi ambienti, arredati di rosa? … E quale sarebbe allora l’ambiente in cui è maturato l’omicidio di Meredith? Il ‘torbido’ ambiente eterosessuale? Avrebbe forse senso definirlo così?".

E parlando di realtà lgbt, di comunità e di movimento e di come questi vengono rappresentati e raccontati dai mass media è impossibile non parlare dell’evento gay dell’anno per eccellenza: il Pride nazionale.

"Io non ho nulla in contrario ai lustrini e alle piume. Sia chiaro. Penso che il côté carnevalesco del Gay Pride, l’ostentazione di una diversità ludica, colorata, esagerata sia  un pezzo importantissimo della storia del movimento lgbt. Ma nel gay pride sfila in realtà un popolo multiforme: avvocati, operai, medici e fruttivendoli, il vicino di casa, il vicino di ombrellone omosessuali o transessuali. Perché questo non passa mai nella comunicazione? – chiede la deputata al ricco parterre di intervenuti – Perché i lustrini rassicurano i benpensanti: rafforzano lo stereotipo eccentrico, lontanissimo dalle persone considerate normali. Nella realtà, noi sappiamo che omosessuale può essere chiunque, è una condizione umana che ci può capitare nella vita in qualsiasi momento. Difficilissimo da accettare. Meglio pensare che non ci succederà mai, che gli omosessuali sono diversi, sempre nudi coi lustrini appunto, e perciò è più facile riconoscerli e tenersene lontani. Il gaypride è un giorno in cui si può andare in piazza mano nella mano, darsi un bacio in pubblico come chiunque. E ognuno può dire ‘io non ho paura’, non ho paura di urtare la suscettibilità di qualcuno o di incontrare una testa calda che può picchiarmi. Un paese civile dove ogni giorno non avere paura, è un paese dove l’informazione sull’orientamento sessuale non sia legata solo ai fatti di cronaca nera, né alle botte prese  per strada, agli assalti alle sedi dell’Arcigay, ma abbia il coraggio di andare oltre".

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Ecco perché, allora, è necessario ragionare e confrontarsi su quali possono essere la parole giuste da usare per spiegare e raccontare.

"Le parole non sono neutre, perciò non è un cavillare quello di Vladimir Luxuria, che a L’isola dei famosi ha tenuto una lezione spiegando che si dice gay e non frocio. Quanti sono quelli  che dicono un cordiale “omosessuale” in pubblico e poi un velenoso ‘frocio’ in privato? – conclude Concia – Se è vero che le parole definiscono le cose, ma anche le persone e i sentimenti, allora delle parole dobbiamo avere cura. Siamo qui per questo. Perché le persone autorevoli in questa sala mettano in moto un circolo virtuoso che produca nuovi sguardi e nuove parole sulle tante vite di gay lesbiche e transessuali italiani".

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