Porta a Porta: dall’omosessualità si può guarire

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"I gay possono essere curati". E' questo il messaggio che ha dato la puntata di "Porta a Porta" in cui erano invitati esponenti politici, della comunità scientifica, Franco...

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Ieri sera su Raiuno, a "Porta a Porta", mi sembrava che il tempo si fosse fermato, che fossimo ancora a quindici, venti anni fa. In Europa ci riderebbero dietro se vedessero un programma simile, se sentissero cosa dicono ancora dell’omosessualità sulla tv pubblica (il cui canone lo pagano anche i gay e tanti etero non razzisti). Perché mai dobbiamo giustificarci ancora? Nel 2009? In un Paese dell’Unione Europea? Perché dobbiamo assistere a programmi che praticano forme di ‘terrorismo’ nei confronti di quello che a pochi chilometri da noi è normalità, variante accolta serenamente e integralmente dalla gente e, soprattutto, dalle istituzioni?

Si può impostare una trasmissione con la domanda di fondo se è

possibile cambiare orientamento sessuale (un minuto sugli etero che diventano gay e due ore sui gay che diventano etero), invitando uno psicanalista che, pur concedendo che «non si tratta di una malattia», ammette però di "curare" chi non si accetta e vorrebbe cambiare? Si possono citare solo notizie estreme (tipo l’obbligo di riconoscimento della doppia paternità ai due spagnoli che avevano affittato un utero in Canada) ignorando tutte le situazioni più comuni ottenute grazie alle leggi degli altri Paesi europei?

Si può impedire di continuo che una signora come Barbara Pollastrini possa parlare? Si può far entrare per ultimo un sessuologo, lasciandogli due volte di numero la parola, permettendo poi a uno come Povia, senza alcun titolo scientifico, di smentire affermazioni frutto di anni di studi? Si può impostare un programma facendolo virare su argomenti così delicati senza essersi preparati in precedenza sulle conoscenze scientifiche, limitandosi a scaricare al volo quattro righe da internet ma, in compenso, leggendo e commentando riga per riga il testo di una canzone (sempre quella), nemmeno fosse la Divina Commedia?

Da gay mi sento offeso e sconfortato. Sento di aver il diritto di non dovermi più giustificare per quello che sono e di voler vedere qualcuno che invita non a cambiare forzatamente orientamento ma ad accettarsi e a indurre la società ad accettare sempre più, con gli esempi dei Paesi coi quali formiamo una Comunità. Invece, se voglio sentir parlare di questioni omosessuali sulla tv pubblica, devo accettare che politici evidentemente omofobi (anche se a parole sono rapidi a negarlo) prospettino l’alternativa tra «restare omosessuali e fare una famiglia e avere figli». E poi ribadiscano che i gay «possono fare certe cose a casa loro ma dallo stato non potranno mai ottenere nulla», perché i diritti «sono cose che non saranno mai concesse». Una pietra tombale utile per far riflettere chi ha votato questa destra.

E magari, chissà, per aiutare gli altri a risvegliarsi, guardando all’Europa e non al Vaticano di un papa che riesce a non piegare il suo cuore arido alla pietà nemmeno quando va a visitare un continente falcidiato dall’Aids, incapace di mettere in dubbio anche solo per un istante il suo pensiero rigidamente teutonico: «Il preservativo non aiuta, anzi crea più problemi. Solo la spiritualità può salvare chi soffre». Sembra di tornare non a venti ma a duecento anni fa, quando un altro pontefice vietava il vaccino con motivazioni simili. Per fortuna la storia consegna a ciascuno il posto che merita. Certo, nel frattempo qualcuno muore, ma cosa importa?

Per tornare a noi gay: perché dovremmo cambiare? Cosa significa "cambiare"? Cosa significa "curarsi"? Cosa significa "non accettarsi"? Non sarà che non si accetta chi vive in un Paese dove, per parlare dell’argomento, vengono invitati quel leghista, quello psicanalista, Povia e l’immancabile Buttiglione, che pare pensi solo alla procreazione, offendendo indirettamente anche tutte le coppie sterili. Perché se si parla di omosessualità, bisogna invitare per forza e sempre uno che sull’argomento ha fallito in campo internazionale? A questo punto candidiamo Vanna Marchi al Nobel per la medicina. Oppure invitiamo Priebke alla sfilata del 25 aprile o alla giornata della Memoria.

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Noi italiani, dovremmo farcene una ragione, siamo una caso a parte: l’Europa qui non è arrivata e sui giornali esteri (ogni tanto varrebbe la pena sbirciarli per compensare Bruno Vespa e soci) non solo ci ridono dietro ma sostengono che un Paese come il nostro, se dovesse chiedere oggi di entrare nell’UE non ce la farebbe mica.

Spiace solo che Grillini, persona in gamba e capace di

azzeccatissime battute, sia stato di fatto il solo in un contrattacco che a volte rischia di renderlo impopolare (come a Sanremo) e altre volte sia troppo signore per rivelare i nomi dei «circa 70 parlamentari attuali segretamente gay» che di giorno ci ignorano e di notte chiedono a lui dove andare a rimorchiare. Scusa, Franco, ti stimiamo tanto, ma forse preferiremmo che tu fossi meno onesto nella tua rabbia ma un po’ più stronzo. Il nemico andrebbe combattuto ad armi pari.

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