UN CLUB MOLTO PARTICOLARE

di

Dagli host club giapponesi, analoghi ai nosti night club, arriva un fumetto tutto pepe.

CONDIVIDI
Facebook Twitter Google WhatsApp
2053 0

Da qualche anno anche il fumetto italiano sembra essere più tollerante verso gli argomenti GLBT, ma è ben lontano dal considerarli “normali”. I motivi? Troppi tabù, troppi pregiudizi, troppa paura di confrontarsi con una morale bigotta e, soprattutto, un eterosessismo di fondo molto ben radicato. D’altra parte questo accade anche in altri media italiani come la televisione, il cinema o la stampa, dove certi temi vengono affrontati solo quando non se ne può fare a meno (e troppo spesso in maniera vaga e superficiale).

Resta il fatto che, ancora nel 2006, per trovare dei fumetti in cui le tematiche GLBT vengono affrontate con una certa disinvoltura, bisogna rivolgersi prettamente alle produzioni straniere. In particolare gli Stati Uniti e il Giappone sono diventati da molti anni un punto di riferimento importante in questo senso. Entrambi producono fumetti GLBT nel senso pieno del termine, ed entrambi inseriscono temi GLBT in fumetti di tutt’altro genere. Tuttavia, in questo senso, il Giappone supera gli Stati Uniti per almeno un motivo: mentre gli Stati Uniti inseriscono i temi GLBT in fumetti che si rivolgono ad un pubblico già maturo, in Giappone questi argomenti si possono trovare anche in manga rivolti agli adolescenti, ai preadolescenti e – con il giusto tatto – persino ai bambini. In particolare i manga comici e gli shojo (i manga per ragazze) possono inserire personaggi e temi GLBT con una spontaneità del tutto impensabile per il fumetto occidentale. Merito dell’assenza del senso del peccato legato alla morale cristiana ma merito anche dello spazio lasciato alla creatività dei fumettisti nipponici.

Un titolo indirizzato ad un pubblico prevalentemente femminile e adolescenziale come Host Club di Bisco Hatori, ad esempio, non avrebbe mai potuto essere sviluppato in occidente, e men che meno in Italia. Per capirne i motivi basta indagare sul significato del titolo: in Giappone gli host-club sono dei locali paragonabili ai nostri night-club, dove le donne possono trascorrere qualche ora in compagnia di ragazzi giovani (fra i 18 e i 25 anni) belli, galanti e socievoli. I ragazzi (che devono rispettare il dress-code stabilito dal proprio locale, spesso molto raffinato) hanno il compito di flirtare con la cliente e farle consumare il maggior numero di drinks (che ovviamente costano cifre spropositate). Solo in pochissimi host-club si pratica della vera e propria prostituzione, visto che lo scopo di chi li frequenta è fondamentalmente quello di rilassarsi ed essere gratificati dalle attenzioni dei ragazzi. La cosa curiosa è che gli host-club vengono frequentati sempre più spesso anche da clienti gay che, a differenza di quanto potrebbe accadere da noi, sono trattati con lo stesso riguardo della clientela femminile.

Il manga Host Club, però, parla di un locale decisamente particolare.

Continua in seconda pagina^d

Il manga Host Club, però, parla di un locale decisamente particolare. Infatti è autogestito da alcuni studenti liceali della prestigiosa scuola privata Ouran, che hanno voluto mettere a frutto il loro fascino per creare un club su misura per le studentesse (e gli studenti maschi!) del proprio liceo. Infatti ciascuno dei suoi sei membri impersona un ideale maschile tipico del mondo dei manga per ragazze: Kyoya è l’algido intellettuale, Tamaki l’affascinante ribelle, Takashi lo slanciato silenzioso, Mitsukuni (detto “Honey”) il supercucciolo, mentre i gemelli Hikaru e Kaoru si divertono a impersonare una tipica coppia gay incestuosa (cosa molto apprezzata dalle lettrici di manga a tema gay per ragazze). A scanso di equivoci non si tratta di un manga dai risvolti torbidi, ma di una storia estremamente ironica e ricca di comicità.

Tutto inizia quando nella sede dell’host-club del liceo Ouran finisce per sbaglio Haruhi Fujioka, che rompe un costosissimo vaso d’epoca che fa parte dell’arredamento. I ragazzi dell’host-club gli propongono di entrare a far parte del gruppo, fino a quando non avrà guadagnato la cifra che gli servirà per ripagare il vaso. Peccato che i ragazzi non si siano accorti subito che Haruhi non è un “lui”, ma una “lei”. Infatti Haruhi è una ragazza che si veste, e spesso si atteggia, in maniera molto maschile. A quanto pare vive in maniera molto spontanea e non convenzionale la sua identità di genere, anche perchè suo padre (al quale è molto legata) è un gay travestito che lavora come intrattenitore in un gay bar di Tokyo! Volendo usare un neologismo occidentale Haruhi è “genderfuck”, ovvero si pone in maniera tale da confondere il prossimo riguardo al suo genere anagrafico, alla sua identità di genere e al suo orientamento sessuale. Tutto ciò ovviamente facilita la sua attività in abiti maschili presso il club, dove però alcuni dei ragazzi (e in particolare Tamaki) forse iniziano ad avere un debole per lei.

Guarda una storia
d'amore Viennese.

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...