Blonde Ambition, in arrivo il film sulla vita di Madonna, ma lei si dissocia: “Ciarlatani”

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A ventiquattro ore dall'annuncio ufficiale la regina del pop fa sentire la sua voce.

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A nemmeno ventiquattro ore dall’annuncio ufficiale che la Universal avrebbe in cantiere un biopic su Madonna, la regina del pop fa subito presente il suo disappunto: “Nessuno può parlare al posto mio, solo io so cos’è successo nella mia vita e cosa ho visto; chi prova a farlo al posto mio è solo un ciarlatano”.

Blonde Ambition – questo dovrebbe essere il titolo del film – pare vedrà finalmente la luce come annunciato ieri dagli studi della Universal che produrranno la pellicola. Il condizionale però è d’obbligo visto che Madonna ha fatto subito sentire la sua voce sottolineando di non aver mai autorizzato nessuno a raccontare la sua storia.

Michael De Luca (50 Sfumature di Grigio) e Brett Ratner (della RatPac Entertainment) sono i produttori di questo biopic scritto da Elyse Hollander: il film sarà ambientato nella New York dei primi anni ottanta, quando Madonna Louise Ciccone stava lavorando al suo primissimo album in un ambiente ostile per le donne, nel pieno dell’ascesa della sua fama… e dello sbocciare della sua vita amorosa.

Dopo essersi trasferita dal Michigan nel 1978, Madonna pubblicò il suo primo album (omonimo) nel 1983: una vera e propria pietra miliare della musica pop che consentì a miss Ciccone di prendere il volo nello showbiz anche grazie ad hit del calibro di Holiday, Borderline e Lucky Star.

La cantante però non ha gradito l’idea e ha subito attaccato il progetto dichiarando di non averlo mai autorizzato, ribadendo che solo lei è in grado di raccontare la propria storia. Per farlo ha utilizzato Instagram pubblicando una foto risalente proprio ai suoi esordi ed accompagnandola con questa didascalia: Nessuno può sapere quello che ho io so e quello che ho visto nella mia vita. Solo io posso raccontare la mia storia. Chiunque altro provi a farlo è uno sciocco e un ciarlatano. Andare alla ricerca del successo istantaneo con la pretesa di lavorare il meno possibile è una malattia della nostra società“.

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