La diseducazione di Cameron Post, quanti danni fanno le terapie riparative

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Da vedere il dramma diretto da Desiree Akhavan in cui una ragazza lesbica viene rinchiusa in un centro religioso per essere ‘convertita’.

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È davvero una bella sorpresa questo film indipendente che ha vinto il Sundance e conferma la tendenza saffica di questa stagione cinematografica: stiamo parlando di La diseducazione di Cameron Post diretto da Desiree Akhavan, tratto dall’omonimo romanzo di Emily M. Danforth (Rizzoli) e nelle sale italiane grazie a Teodora Film.

Un intelligente e sorvegliato dramma su quanto siano pericolose e dannose le cosiddette terapie riparative, il cui guru Joseph Nicolosi, deceduto l’anno scorso, sosteneva di poter trasformare persone omosessuali in eterosessuali con ‘cure’ che comprendono persino l’elettroshock. Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi italiano si è chiaramente espresso contro questa posizione, sostenendo che le teorie di Nicolosi “non solo incentivano il pregiudizio antiomosessuale, ma screditano le nostre professioni e delegittimano il nostro impegno per l’affermazione di una visione scientifica dell’omosessualità”.

Nel film, ambientato negli anni ’90, Cameron Post (Chloë Grace Moretz, molto brava, mai sopra le righe) è un’adolescente lesbica che viene mandata in un centro religioso in mezzo a un bosco, ‘God’s Promise’, perché sorpresa con un’amichetta in macchina durante il ballo della scuola. Viene sorvegliata a vista dalla severa direttrice, la dottoressa Lydia Marsh (Jennifer Ehle) e da suo fratello, il reverendo “ex gay” Rick (John Gallagher jr.). Qui tutto è improntato alla lettura della Bibbia e a lunghi sermoni per cacciare i ‘demoni tentatori’, a tal punto che persino chi tiene le lezioni di ginnastica in videocassetta è una predicatrice religiosa. Cameron fa amicizia con vari ragazzi e ragazze gay ma si lega in particolare a due di loro, una ragazza con lunghe trecce rasta e un giovane nativo americano che coltivano segretamente cannabis nel bosco.

Un pregio innegabile de La diseducazione di Cameron Post è che non ridicolizza mai i suoi personaggi, mantenendo un registro equilibrato anche nelle scene più ad effetto (la crisi del giovane effemminato). Così facendo, i gestori del centro religioso non appaiono banali invasati ma hanno uno spessore psicologico per nulla scontato.

C’era qualcosa di davvero speciale nel libro – afferma la regista –  Era ricco di ironia e aveva un gruppo di giovani personaggi ben delineati. Ognuno di loro finisce al centro di conversione per motivi diversi e ognuno reagisce alla situazione in modo diverso”.

 

 

 

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