Bufera Valeria Fedeli: cosa c’è davvero dietro l’odio degli ultracattolici

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Diploma, laurea o scuola poco importa: la vera ragione dell'accanimento contro Valeria Fedeli è un altro.

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Valeria Fedeli è la nuova titolare del Ministero dell’Istruzione da 4 giorni, ma intorno a lei c’è già bufera.

Una bufera alimentata da catene WhatsApp, false bufale, passaparola virali. Dopo il giuramento della squadra di governo scelta da Paolo Gentiloni ad abbattersi sulla ministra sono stati i millantatori del Family Day, della fantomatica teoria del gender e coloro che alimentano le pagine social di Manif Pour Tous e La Croce.

In particolare sta facendo discutere, in queste ore, la dicitura (poi prontamente corretta) riportata sul suo curriculum: “Finite le scuole mi sono trasferita a Milano per iscrivermi dove ho conseguito il diploma di laurea in Scienze Sociali, presso Unsas“. Non si tratterebbe di laurea, ma di diploma: in realtà il punto è che quella qualifica era conferita dalla scuola per assistenti sociali ed è stata in seguito equiparata ad un titolo di laurea breve, quando queste non esistevano ancora. Il “caso” quindi si risolverebbe in un’improprietà di linguaggio che è stata prontamente rettificata: ora, infatti, sul curriculum è chiarito che “ho conseguito il diploma per assistenti sociali, presso Unsas”.

Ma la crociata, capitanata da Adinolfi & co, è solo iniziata: il leader delle poco popolate retrovie retrograde del cattolicesimo urla allo scandalo, “la Fedeli non ha nemmeno la maturità, ma il diploma di tre anni da maestra“. Le uniche “polemiche” lecite e accettabili sarebbero le seguenti: a Viale Trastevere c’è una ministra dell’Istruzione “senza maturità”, ma l’accesso all’insegnamento è consentito solo a coloro che hanno seguito corsi di scuola secondaria di secondo grado di durata quinquennale.

Ma non è questo il punto della questione: la vera ragione per cui la fascia conservatrice e cattolica si sta mobilitando contro Fedeli è il mostro che ritorna, il mostro del gender.

Sì, perché Fedeli è la prima firmataria della legge 107/2015, approvata il 13 luglio del 2015, definita “della Buona Scuola“. Il decreto parla di “educazione di genere, alla parità dei sessi e alle uguali opportunità” e ribadisce semplicemente ciò che dice l’articolo 3 della Costituzione Italiana, che afferma che non bisogna discriminare sulla base di sesso, religione e orientamento sessuale.

L’informazione si è trasformata nelle mani degli ultracattolici in una bufala colossale: sta girando infatti come catena su WhatsApp un messaggio che afferma che “ieri è passato il DDL sulla scuola con obbligatoria l’educazione gender. Vogliono insegnare ai bimbi riguardo l’omosessualità! Chiediamo il ritiro immediato e raggiungiamo un milione di adesioni!“. Segue un indirizzo mail per espletare tale richiesta: peccato che tale indirizzo sia di Stefania Giannini, che ricopriva l’incarico di titolare del Miur prima di Fedeli.

valeria fedeli

Ma Adinolfi non è l’unico ad essersi scagliato contro Fedeli: Eugenia Roccella, deputata di IDEA, scrive che “la Fedeli è un’accesa sostenitrice dell’introduzione del gender nelle scuole e ha firmato un progetto di legge molto chiaro, per ‘Integrare l’offerta formativa dei curricoli scolastici, di ogni ordine e grado, con l’insegnamento a carattere interdisciplinare dell’educazione di genere come materia, e agendo anche con l’aggiornamento dei libri di testo e dei materiali didattici’. Non permetteremo che nelle scuole passino progetti ideologici contrari alla libertà educativa“. Manif Pour Tous invoca al presidio sotto al Miur e alla raccolta di firme per le sue dimissioni, definendola “tenace sostenitrice della manipolazione dei programmi scolastici. Le famiglie non lasceranno che le scuole diventino ancor più campi di rieducazione ideologica!“.

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Diploma, laurea o scuola poco importa: la vera ragione dell’accanimento contro Valeria Fedeli è che essa è madre di un provvedimento che dovrebbe rendere l’Italia un passo più vicina agli standard degli altri paesi europei in materia di educazione di genere. Diventa facile, in questo senso, capire come la strumentalizzazione senza volto dell’era delle catene e delle bufale social interessi anche i (pochi) cavalieri del Family Day.

 

 

 

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