1960: CHI E’ QUEL RAGAZZO IN SLIP?

Le prime riviste omoerotiche: erano i favolosi anni sessanta. Ce ne parla Stefano Bolognini, nella nuova rubrica dedicata alla storia gay che indaga fatti e curiosità che hanno segnato le epoche.

Grecian Guild” insieme ad “Adonis“, “American Apollo“, “Physique Pictorial” e “Body Beautiful” sono i titoli di alcune tra le innumerevoli riviste americane o inglesi che negli anni sessanta mostravano fotografie di ragazzi stupendi in slip.

Quei giornali, in breve tempo, ebbero un successo incredibile tra gli omosessuali che, in anni di moralismo imperante, poterono finalmente ammirare il corpo maschile tanto desiderato.

Le pubblicazioni non dichiararono mai esplicitamente di essere rivolte ai gay.

I loro intenti omoerotici, abilmente nascosti dietro alla pretesa di informare gli sportivi sulle innovazioni per la cura del corpo, erano facilmente riconoscibile agli omosessuali grazie ai riferimenti all’ideale greco di moralità e bellezza fisica che le riviste riproponevano in fotografie e articoli.

Quei giornali divennero un cult per i gay americani tanto da essere ricordati dallo scrittore newyorchese Edmund White nel suo romanzo E la bella stanza è vuota il cui giovane protagonista dice, ad un certo punto della narrazione, di morire “dalla voglia di comprare il nuovo numero di “Grecian Guild“, una rivista di ragazzi che posavano in slip”[1] per ammirare “le natiche abilmente oliate di Bobby Palen”.

Fino ad oggi in pochi sapevano che anche gli omosessuali italiani potevano rimanere estasiati dal notevole “fondoschiena” di Bobby e dagli altri innumerevoli modelli dai fisici cesellati. Quelle stampe arrivavano, via mare, al porto di Napoli ed erano disponibili nelle principali edicole di molte città.

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La cosa, non passò inosservata ad un anonimo giornalista italiano che, nel 1960, a sostegno delle sue “abnormi” tesi sul dilagare del “terzo sesso” a Cinecittà, apporta come prova incontestabile la distribuzione di amorali “rivistine molto care agli omosessuali di tutto il mondo”.[2]

Quelle pubblicazioni, mi spiega un omosessuale sessantenne, permettevano di acquistare, direttamente al fotografo, le foto dei ragazzi pubblicati che arrivavano in Italia spedite come modelli di nudo per pittori; solo così, potevano passare attraverso il confine. Sui genitali dei modelli ritratti c’era una patina gommosa che veniva tolta dall’acquirente che poteva così ammirare quegli uomini in tutto il loro splendore. Anche lo slip, ultimo baluardo della moralità dell’epoca, cadeva.

È presumibile che pochi italiani acquistassero quei giornali: lo scoglio dell’edicolante costituisce oggi come ieri un problema insormontabile per molti omosessuali.

Il coraggioso sessantenne che ho intervistato, ha conservato alcuni numeri di quelle riviste, e mi ha permesso di pubblicarne alcune pagine, convinto che la patina del tempo non abbia oscurato quelle procaci bellezze che possono ancora farci sognare.

È possibile inoltre ripercorrere, a breve e senza l’intento di esaurirla la storia di quelle pubblicazioni, che hanno radici molto più antiche ed europee di quanto si potrebbe pensare.

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La moda delle riviste per il corpo fu ideata da un tedesco, Florenz Ziegfeld, che nel 1893 pubblicò le fotografie di un culturista ungherese Eugen Sandow [3] in un testo ormai rarissimo che si chiamava “Life is Moviment“. Bernard Macfadden, un pubblicitario americano appassionato di salute e presumibilmente eterosessuale, si appropriò dell’idea e incominciò, poco dopo, a stampare il primo giornale di Body Building negli USA. Quando trapelò il seguito omosessuale della rivista, egli denunciò pubblicamente i suoi lettori gay come “truccati, profumati e smorfiosi” incoraggiando gli uomini “normali” a malmenarli.

Soltanto dopo la seconda guerra mondiale i fotografi gay incominciarono a pubblicare il loro solitario lavoro di celebrazione del corpo maschile. Nel 1952 apparve “Phisique Pictorial” e, a breve, una dozzina di giornali dello stesso tipo furono pubblicati. È presumibile che nel 1955 le vendite raggiunsero il milione di coppie all’anno.

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Fotografi, oggi famosi, come Bruce of Los Angeles e Bob Mizer (Athletic Model Guild) reclutavano i loro modelli cercandoli ben torniti, muscolosi e bianchi. Oltre alle fotografie di americani le riviste includevano consigli per la cura del corpo, pubblicità di propubblicitàtici e disegni che lanciarono la carriera di artisti dell’erotico come Tom of Finland.

In seguito divennero popolari anche giornali come “Vim” e “Trim” che tra i modelli includevano regolarmente immagini di africani molto muscolosi intenti a sollevare pesi. Tutti le pubblicazioni ingranarono tra i gay promuovendo un’immagine assolutamente mascolina di uomo.

In Europa questi giornali diedero il via ad un lento cambiamento culturale nell’immaginario estetico. All’ideale dell’adolescente e dell’efebo propagandato dalla cultura omosessuale europea si sostituiva l’ideale di uomo muscoloso e nerboruto proposto dagli americani.

Come si può ben immaginare furono innumerevoli i tentativi di censura nei confronti di quelle pubblicazioni. Negli USA solo nel 1968 la Corte Suprema decise che un uomo nudo “in mutande” non fosse pornografico.

Oggi quegli uomini svestiti non paiono rivoluzionari, ma gli americani li considerano come i primi giornali gay pubblicati e quindi quali rappresentanti fondamentali della cultura gay.

Per gli italiani, che discutono ancora oggi dell’esistenza o meno di cultura gay, difficile dire cosa possano rappresentare. Negli anni sessanta furono sicuramente uno spiraglio di luce nelle buio del moralismo e nelle cupe censure cattoliche. Da oltreoceano sopraggiungeva una voce flebile ma amica.

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Oggi, riguardandoli, non possiamo che apprezzare il “fine palato” di quei bravi fotografi che immortalarono la bellezza del corpo maschile affrontando coraggiosamente i pregiudizi e proponendo ciò che ieri come oggi riesce a farci trascorrere notti insonni.

Bibliografia

[1] Edmund White, E la bella stanza è vuota, Einaudi, Torino 1982, p. 180.

[2] A.B., Inchiesta sul terzo sesso nello spettacolo Cinecittà assediata, “Mascotte Spettacolo”, 22 novembre 1960, p. 13.

[3] James Gardiner, Who’s a pretty boy then?, Serpent’s Tail, London 1996, p. 34.

di Stefano Bolognini