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Daniele Gattano: “Più che la censura, temo l’autocensura” – intervista

Il comedian torna a teatro con lo show "Annanassy Baby" e noi abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lui.

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Daniele Gattano
Daniele Gattano - Foto: Ufficio stampa / ph. Sara Sabatino
7 min. di lettura

Vi siete mai chiesti com’è intervistare un comico che per esperienza personale è abituato a schivare le situazioni che lo imbarazzano con l’uso dell’ironia? Ecco, l’intervista che leggerete oggi vi darà un assaggio di quello che accade.

Daniele Gattano, infatti, è un ottimo intrattenitore che ha fatto della sua stessa vita lo show che vuole raccontare. Ma è lui a scegliere il tono delle battute, quanto raccontare di sé e quanto invece è meglio lasciare conservato nei cassetti del suo cuore. Le emozioni, per uno come lui che è abituato a stare sul palco, lasciano spazio all’ironia anche quando si disquisisce di temi importanti come il coming out o l’outing.

E alla fine – e qui c’ha ragione lui – il risultato finale non cambia: ciò che importa al pubblico (in questo caso voi lettori di Gay.it), infatti, è quello di essere intrattenuto per qualche minuto con una storia interessante, non troppo autoreferenziale e che possa in qualche modo essere d’ispirazione.

Ecco dunque che nelle prossime righe faremo un viaggio tra la sua infanzia, vissuta in provincia di Verbania, la sua crescita personale e il suo lavoro come stand up comedian, per arrivare al suo nuovo show “Ananassy Baby” – sul sito ufficiale sono disponibili i biglietti – che lo vedrà girare l’Italia in lungo e in largo per i prossimi mesi.

E quindi non stupitevi se ad un certo punto si parlerà di Gerry Scotti e del suo “Chi vuol essere milionario?” perché con Gattano, e ve lo posso assicurare, tutto è possibile. Vi ritroverete a riflettere su tematiche importanti e a ridere allo stesso tempo. Sta a voi scegliere come interpretare quelle parole. E questo, sinceramente, è il bello di questa intervista.

Buona lettura!

Leggi l’intervista a Daniele Gattano subito dopo la foto…

Daniele Gattano
Daniele Gattano – Foto: Ufficio stampa / ph. Sara Sabatino

Daniele Gattano, dall’infanzia a Verbania al coming-out

Cosa direbbe il te bambino se sapesse che a trent’anni saresti diventato il “comico gay” della televisione italiana?

Direbbe: quindi nel 2024 si dirà “comico gay”?

 

Ti spaventa la definizione di “comico gay” o in qualche modo ti fa sentire al sicuro?

Nessuna delle due.

Basterebbe dire “comico”, ma sono perfettamente cosciente di aver spesso parlato di omosessualità e temi annessi, quindi per mettermi a fuoco lo si dice, è come se sei nero: il comico nero, il comico gay, il comico con disabilità… attualmente per la stand-up sarebbe utile essere tutte queste cose insieme. Lavorerei di più.

 

A proposito di Daniele bambino: com’era? Cosa conservi di quello scricciolo che non vedeva l’ora di scappare da Verbania?

Ero sicuramente più ottimista, da ragazzino quando conoscevo un nuovo amico, capivo che mi stavo affezionando perché lo guardavo e pensavo: “Gli voglio proprio bene”.

Adesso se mi affeziono a una persona è perché mentre la guardo penso: “Mi dispiacerebbe se morisse”.

 

Nella nostra scorsa intervista hai dichiarato che secondo te “chi dice che il coming out non serve vive in una bolla tutta sua”. Tu, però, non hai mai fatto coming out ma outing. Se fossimo a “Chi vuol essere milionario?” potremmo dire che hai usato “l’aiuto da casa”. Come hai vissuto quel momento e cosa consigli a chi ha paura di raccontare la propria sessualità? Ti va di raccontarci quel momento?

Grazie per la citazione di Gerry Scotti. Apprezzo molto.

È vero, ho fatto outing delegando tutto a mia zia: mia zia l’ha detto a mia mamma, mia mamma a mio papà e mio papà ne sta ancora parlando con sé stesso. Gli lascio il suo tempo. 

È stato un momento di grande alleggerimento, liberatorio. Io consiglio sempre di farlo, se si può. A chi ha paura di farlo, posso dargli il numero di mia zia.

 

Quanto tempo e quanto lavoro interiore c’è voluto prima di accettare la tua sessualità? 

L’ho metabolizzata piano piano. C’è stata la fase da ragazzino in cui mi dicevo: Io sono etero, a parte Ricky Martin. 

Poi ho iniziato dire: “a parte Riky Martin e Daniele Bossari”.

Poi, a parte Riky Martin, Daniele Bossari, il Power Ranger rosso, Robbie Williams, Adrien Brody, Batman e Robin, Daniel Redclife e Pier Ferdinando Casini. Considerando che la popolazione mondiale è composta da tre miliardi duecento milioni uomini e a me ne piacciono nove, sono etero al 99,999% 

L’unica cosa era evitare di incontrare quei nove, considerando che il Power Ranger rosso e Batman e Robin non esistono, la mia eterosessualità era minacciata solo da sei persone al mondo che dovevo evitare di incontrare. Notare come da ragazzino lo scoglio del consenso dell’altro non lo calcolavo, nella mia testa: incontro Ricky Martin – mi faccio Ricky Martin.

 

Il fatto che provieni da una piccola realtà come Verbania ha influito sul tuo percorso di accettazione?

Verbania in quanto provincia ha influito, ma di più gli anni ’90: io accendevo la tv e pensavo che gli unici gay al mondo fossimo io e Tonio Cartonio.

Daniele Gattano le iene
Daniele Gattano a Le Iene

Daniele Gattano: la sua comicità pungente conquista tuttə

Arriviamo al tuo lato artistico: la tua comicità trae ispirazione dalla vita di tutti i giorni. Come mai hai deciso di raccontare la tua esperienza da giovane gay nei tuoi sketch comici?

Io volevo fare l’attore, ho studiato al Teatro Stabile di Genova e poi alla Galante Garrone di Bologna, puntavo a registi come Binasco, Dini, Vacis… ma non riuscivo a fare i provini. Un giorno leggo che c’era un casting aperto per il laboratorio di Zelig, fraintendo che per “laboratorio” si intendesse un workshop sulla comicità. Come provino porto un monologo sul mio coming out, mi prendono e solo a quel punto scopro che non era un workshop ma ero entrato nel gruppo Zelig lab di Roma. L’autore, Federico Bianco mi disse: “È una cosa nuova parlare di omosessualità così” (era il 2017) “ti va di scrivere altri testi su questo?” E così ho cominciato.

 

C’è mai stato un momento in cui ti sei sentito in difficoltà nel farlo?

Quella prima volta lì. Il monologo sul mio coming out/outing era un testo che avevo pensato come provino, non avevo l’ambizione di fare il comico, l’avevo scritto senza pretese. Anzi, ricordo che il pomeriggio del casting chiesi di farmi mettere per ultimo nella scaletta dei provinanti, così nessuno mi avrebbe visto. 

Quando l’autore mi scelse e mi disse: “Ti va di farlo stasera in teatro con il pubblico?” dissi di sì, con una certa spavalderia tipo: “Certo, ovvio, ma che problema c’è”.

Però mi imbarazzai molto. Si parla di sette anni fa, il pubblico si raggelò un po’ per il tema ma anche perché il monologo era a un livello molto embrionale. Andò malissimo. 

 

In questo periodo si parla tanto di omologazione della narrazione e di censura. A te è mai capitato di dover rivedere il testo di un tuo sketch comico o di un tuo spettacolo per rispettare delle linee guida che ti erano state imposte dall’alto? Come reagisci e come raggiri la censura? 

A me non è mai capitato. Più che la censura, temo l’autocensura.

Mi capita di scrivere, e di chiedermi: “Ma non è che poi questa cosa può essere fraintesa?”. E temo appunto moltissimo l’omologazione, la retorica dell’algoritmo, detesto il marketing spacciato da contenuto sociale, quella cosa per la quale se hai una buona battuta contro il patriarcato la pubblichi il 17 dicembre e poi la ricicci l’8 marzo. Se ne hai una sull’HIV la butti fuori il primo dicembre.

Se ne hai una bella sullo sterminio dei Rohingya in Birmania, te la tieni che non gliene frega un cazzo a nessuno.

 

Cosa ti spaventa di più degli anni che si prospettano?

Sono troppo concentrato a spaventarmi del presente.

 

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Nonostante il successo raggiunto, molto spesso i tuoi sketch fanno ancora storcere il naso: come mai, nel 2024, si fa ancora così tanta fatica ad accettare che gli omosessuali possano essere protagonisti “persino” della comicità? E un po’ come se gli italiani dicessero “pure qua me li devo sorbire”…

Chi lo pensa non ha vita facile, una volta gli si poteva dire “cambia canale” oggi se cambia canale non risolve nulla a meno che non metta su TV2000. Oggi l’omosessuale ha potere, inutile dire di no. Abbiamo fatto dei passi avanti, abbiamo potere, ovviamente non sulle cose serie: adozioni, diritti, leggi… lì no. 

Noi abbiamo potere su altre cose: il cast di Sanremo, Netflix, l’Eurovision…

Lì veniamo ascoltati. Troppo.

 

Nei tuoi sketch ironizzi spesso sul cosiddetto “gay radar”, ovvero quel potere magico conferito da non si sa quale dio a tutti i gay che gli permetterebbe di individuare gli altri della stessa specie. Quali sono gli altri stereotipi associati agli omosessuali sui quali ti piace fare ironia? E perché?

Lo sketch del gay radar l’ho fatto anni fa in un programma che si chiamava “Battute?”, Il presentatore Riccardo Rossi, mi faceva dei nomi chiedendomi: “gay o no?” e io falsavo tutte le risposte, dicevo ad esempio che Malgioglio era etero, Cremonini gay ecc… era un modo per indebolire lo stereotipo che solo i gay hanno il gay radar, non è così ovviamente.

Nei primissimi monologhi che facevo poi è vero, giocavo di più sugli stereotipi, generalizzavo, poi come cosa ha smesso di interessarmi. 

C’è una scena di “Caro Diario” in cui Nanni Moretti è al cinema e sta vedendo un film e uno dei personaggi dice: “La nostra generazione, cosa siamo diventati …siamo tanto peggiorati, tutti peggiorati, oggi siamo tutti complici” e Moretti commenta: “Ma perché tutti? Questa fissazione di dire tutti”.

Ecco, io da spettatore quando sento dire: “Noi uomini, noi donne, noi gay, noi italiani…” reagisco come Moretti. 

 

Ranieri mio! Se gli uomini ti deridono per mia cagione, mi consola almeno che certamente deridono per tua cagione anche me, che sempre a tuo riguardo mi sono mostrato e mostrerò più che bambino. Il mondo ride sempre di quelle cose che, se non ridesse, sarebbe costretto ad ammirare; e biasima sempre, come la volpe, quelle che invidia. Non ti stancare di amarmi“, diceva Leopardi. Ti è mai capitato di provare un amore devastante come questo?

Mi è successo di stare male. E mentre stavo male ho scoperto l’esistenza di queste lettere scritte da Leopardi, pericolosissimo appassionarsi a Leopardi mentre si soffre, è stata una frequentazione sbagliatissima, lo odio. Prossima volta Svevo.

Daniele Gattano, Ananassy Baby
Daniele Gattano, Ananassy Baby

Daniele Gattano torna a teatro con Ananassy Baby”: ecco cosa ci ha svelato

Arriviamo al tuo spettacolo teatrale “Ananassy Baby”: abbiamo visto che parte tutto da degli appunti presi sulle note… che cosa dobbiamo aspettarci?

Ero in un bar stavo iniziando a scrivere le prime battutine di “Ananassy Baby” e al tavolino a fianco ho sentito una ragazza dire: “Ieri sono andata a una serata di stand-up, alla fine sono tutti uguali: tutto io, io, io, la stand-up è troppo ombelicale.”

Da lì l’idea, questa volta, di partire da fuori e non da me. In questi sei mesi ho proprio origliato dei discorsi veri: in metro, ristoranti, tram… me li sono segnati su Note e partirò da questi, li leggerò proprio così come li ho sentiti. Per poi raccontare anche cose che sono successe a me, citando la ragazza sarà comunque un po’ ombelicale. Quindi se ci sta leggendo le consiglio di non venire, ma la ringrazio per lo spunto.

 

Cosa ti auspichi per il tuo prossimo futuro?

Di trovare un buon medico di base.

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