LIBANO: GAY ESCONO ALLO SCOPERTO

E' uno dei paesi arabi in cui la situazione sta lentamente sbloccandosi per gl iomosessuali: luoghi di ritrovo, associazioni, impegni pubblici. E c'è chi abbandona la clandestinità.

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BEIRUT – Sono ancora costretti a nascondersi, magari nei pochi locali notturni che promettono la massima discrezione, come l’Acid, a Beirut, dove ogni sera decine di uomini si incontrano, parlano, si scambiano i numeri di telefono lontano sguardi ostili. Eppure qualcosa, in Libano, sta cambiando.
La prima bandiera gay arabaL’omossessualità è ancora un tabù, ma sono in molti, ormai, a voler uscire allo scoperto, e il movimento a sostegno dei diritti dei gay sta prendendo sempre più corpo, come riferisce il quotidiano francese ‘Liberation’ in un lungo reportage dal Paese dei Cedri pubblicato oggi. Vero motore di questa battaglia è ‘Helem‘ (in italiano ‘sogno’), la prima associazione per i diritti degli omosessuali ad aver visto la luce nel mondo arabo. Fu proprio ‘Helem’, nell’aprile del 2003, ad abbattere un primo muro che fino ad allora sembrava inviolabile, sfilando al fianco della sinistra libanese – e a pochi metri dai rappresentanti islamici dell’Hezbollah, il partito di Dio – per protestare contro l’invasione americana in Iraq. Gli attivisti di Helem scesero in piazza con bandiere arcobaleno, il simbolo del movimento gay, e “fu una vera vittoria” poterla esibire a pochi passi dagli ultraconservatori islamici, come ricorda fiero Georges, che prese parte alla manifestazione. “Quel giorno abbiamo compiuto un passo decisivo, abbiamo osato procedere a viso scoperto”, spiega il ragazzo, sottolineando come nessuno, prima di allora, abbia avuto il coraggio di ‘esibire l’arcobaleno’ nelle vie di una capitale araba.

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Un gesto memorabile, dunque, che però non ha prodotto gli effetti sperati, almeno non nella vita di tutti i giorni. I libanesi continuano a considerare l’omossessualità come un peccato gravissimo: nelle campagne si ricorre ancora all’intervento di un esorcista per ‘scacciare il demonio’ da chi ha rapporti con partner dello stesso sesso. In base alle statistiche almeno il 35% dei libanesi avrebbe avuto almeno un’esperienza omosessuale nella vita. Ma l’articolo 534 del codice penale del Paese dei Cedri prevede sanzioni pesanti contro chi commette “atti sessuali contrari alle leggi della natura”, spingendo i gay, soprattutto i più giovani, a nascondersi. Sono molti i fattori all’origine di questa clandestinità, come spiega a ‘Liberation’ Ghassan, attivista e laureato in antropologia. Tra questi, il sistema giuridico, ma anche l’importanza che viene attribuita all’uomo in quanto tale, le scarse informazioni sull’argomento e soprattutto il ruolo dominante della religione nelle società mediorientali.
Liberi via internetNon a caso Internet è da anni il luogo di incontro privilegiato dalla comunità omossessuale libanese. Già nel 1999 un gruppo di giovani gay di Beirut formò una sorta di ‘circolo’ chiamato ‘Club Free‘, grazie al quale venivano organizzati incontri, serate, eventi e gite. Poi, con l’avvento dei canali tv satellitari e a Internet, qualcuno ha cominciato a parlare di omossessualità in termini diversi e molti gay, oggi, sembrano determinati a voler uscire dalla clandestinità. “Tutto d’un tratto abbiamo visto apparire uomini gay alla televisione, nei film, li abbiamo sentiti confrontarsi sulla loro sessualità nei talk-show”, osserva Munir, giornalista. E’ proprio dai media libanesi, ricorda Munir, che è arrivata una prima, timida apertura.
Quando l’anno scorso il sindaco francese Noel Mamere ha celebrato un matrimonio fra due omossessuali, sollevando un’ondata di polemiche, il quotidiano panarabo pubblicato a Londra ‘Al Hayat’ commentò la notizia con un duro editoriale intitolato “disgusto nella piazza pubblica”. Alcuni giornali libanesi, invece, diedero spazio ai rappresentanti della comunità gay di Beirut. “Per la prima volta non venivamo trattati come dei mostri in balia del diavolo o dei malati che necessitavano di cure – racconta con un sospiro Bassem, un altro giornalista – Finalmente ci veniva offerta la possibilità di dire la nostra”. Anche tra le file di ‘Club Free’ si è fatto spazio un crescente ottimismo. “Abbiamo parlato a lungo con varie Organizzazioni non governative a sostegno dei diritti dell’uomo e abbiamo deciso di passare alla tappa successiva”, dice Ghassan, uno degli internauti della comunità gay di Beirut. “Grazie a queste associazioni, ci siamo resi conto che occorre dotarsi di una struttura per lottare contro la discriminazione e ottenere l’abrogazione dell’articolo 534 del codice panale”.
Il momento, del resto, è propizio. Il governo libanese, ricorda ‘Liberation’, lavora nella massima discrezione con alcuni esponenti gay per mettere a punto una campagna di prevenzione contro le malattie sessualmente trasmissibili.

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Ma per abbattere il muro dei pregiudizi servono dei ‘fedayin’, dei ‘combattenti’, come li chiamano ad ‘Helem’: gente, cioè, disposta a uscire allo scoperto rischiando conseguenze penali e soprattutto il ripudio delle famiglie. “Certo, oggi siamo più visibili – racconta Firas, che da tre anni vede clandestinamente un altro uomo – Le nuove generazioni sono più aperte e le autorità più tolleranti. Ma cosa diranno i miei familiari se mai dovessi annunciare che preferisco gli uomini?”. Anche Ahmed, uno dei pochissimi libanesi omosessuali ad essere sposato (in Europa), traccia un quadro negativo della situazione nel Paese dei Cedri. “Non avevo molte alternative all’esilio – puntualizza – Nelle campagne, le famiglie chiamano spesso un esorcista o minacciano di compiere un delitto d’onore per ‘salvare’ la rispettabilità della famiglia. Le violenze fisiche, gli insulti, il ripudio sono all’ordine del giorno. In altri ambienti, più moderni e aperti, può capitare che i genitori fingano di non capire, o accettino di perdonare i figli gay. Ma si tratta dell’eccezione, non della regola”.
D’altronde, basta guardare le percentuali per capire quanto sia ancora forte la pressione sociale sugli omosessuali in Libano. Tra gli attivisti di ‘Halem’, impegnati a 360 gradi nella lotta per i diritti dei gay, solo il 15% è uscito dalla clandestinità. A frenare gli altri è soprattutto il timore della reazione delle famiglie, ma anche le conseguenze che potrebbero esserci a livello giuridico, andando a compromettere future attività lavorative o sfociando, in alcuni casi, persino nell’arresto, per quanto arbitrario. “E’ tutta un’ipocrisia – lamenta Ahmed – le statistiche parlano chiaro, ma la nostra società si ostina a ignorare la questione”. In prima linea nella lotta all’omossessualità dichiarata ci sono gli organismi religiosi, ancora molto influenti nel Paese dei Cedri. Se il dibattito diventasse di dominio pubblico, sostengono i rappresentanti di Helem, i leader religiosi non esiterebbero a bloccare ogni tentativo di modifica dell’articolo 534, come fecero già nel 1998 quando si trattava di autorizzare il matrimonio civile, tutt’oggi vietato in Libano.
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