Apologia di Joanne, il romanzo di formazione di Lady Gaga

di

Molti, di fronte a una tale scarnificazione, si sono chiesti dove sia finita Lady Gaga. Ecco in che modo va letto Joanne, il suo ultimo lavoro discografico.

CONDIVIDI
226 Condivisioni Facebook 226 Twitter Google WhatsApp
16286 5

C’è un momento, diventato catartico, che accompagna l’uscita di un nuovo album di Lady Gaga: si potrebbe paragonare l’attesa dell’opinione pubblica a quella di una platea che impaziente attende che il sipario di un’opera teatrale si apra di nuovo, rivelando un atto ancora più sconvolgente, ancora più destabilizzante, che spinge ancora una volta il limite inquisitorio del lecito e del non lecito. Ecco, quel momento è quello del disvelamento della popstar, quell’attimo in cui il personaggio mostra la nuova propaganda, la nuova linea politica, la nuova estetica che contraddistinguerà la rappresentazione del futuro.

Ma questa volta Lady Gaga ha davvero sconvolto tutti: aperto il sipario lo ha richiuso dietro di sé, abbandonando i lustrini, le carni, le impalcature nell’ombra. Solo il suo corpo oltre il baratro, nudo e crudo. Questa sono io, questo è Joanne. Joanne è il nome della sorella di suo padre, morta prematuramente a 19 anni: quel nome il padre gliel’ha affibbiato in ossequio a lei. “Zia Joanne per me è speciale, è morta a 19 anni e io alla stessa età ho iniziato a inseguire il sogno di diventare una popstar. È come se si fosse reincarnata in me”, spiega Stefani.

Ci sono due lati di me: quello totalmente ribelle, e poi un altro, quello della figlia di mio padre. Quindi quest’album non va necessariamente in una delle due direzioni, ed è per questo che il titolo è Joanne. Questo è il mio nome di mezzo, questo è il centro di me”, continua. Ed è proprio questa, dopo il primo ascolto del disco, l’impressione che si ha: quella di un lavoro che non è né bianco né nero, di un cambio di rotta deciso ma fin troppo prudente. L’universo dei little monsters è diviso: c’è chi lo acclama come un capolavoro e chi, legato all’immaginario gaga-esque del passato, ne è rimasto profondamente deluso. Ciò che accomuna le due linee di pensiero però è il senso di disorientamento, che lascia innegabilmente spiazzati.

Joanne è un lavoro scarnificato, ridotto all’essenza, paragonabile concettualmente a un osso di seppia montaliano: sembra essere lo scheletro dei precedenti album, che vivevano di accumulazione barocca ed esagerazione.

La musica si inserisce in questo contesto: gli arrangiamenti sembrano abbozzati in una sola notte brava agli studios coi ragazzacci della musica che conta, Mark Ronson, Kevin Parker, BloodPop e Father John Misty. Il disco ha una sua unità, che però sembra rimanere sempre sottotono, senza esplodere, come per paura di deludere chi aspettava forse la nuova Bad Romance. Le ispirazioni sono molte: l’immaginario della tradizione americana (Elton John ha definito questo disco “ il Tapestry di Gaga”), il country, il soul. La canzone di apertura, Diamond Heart, sembra un brano di Springsteen reincarnato in una drag queen; A-YO ha una sonorità da jam rock d’annata; Come To Mama è un mix tra Amy Winehouse degli esordi e Motown; Dancin’ In Circles, prodotta con Beck, è la canzone che ascolteresti con un cappello da cowboy americano in vacanza in Jamaica. Tutto ciò potrebbe essere interessantissimo se solo le premesse fossero portate a termine: la contaminazione non va oltre un certo limen e il risultato è un prodotto ibrido, che non è pop e non è nemmeno altro.

Ma la scarnificazione è applicabile soprattutto a livello della dialettica, in primis sui testi. “Le cose che ora riesco a dire in un modo più semplice, chiaro e conciso, prima le formulavo in un modo complicato e criptico, in linea con come mi sentivo”, chiosa Gaga. La retorica ostica, metaforica e provocatoria delle sue canzoni, che era un vero e proprio stilema, sembra essersi ritirata in se stessa: l’enciclopedico caleidoscopio di riferimenti che le permeava, da Michelangelo a JonBenét Ramsey, lascia spazio a vocaboli diretti, secchi, aridi.

Un altro dato interessante è il mutamento radicale del pensiero “filosofico” sotteso ai testi: la Gaga positivista, motivazionale, superoina contemporanea ora propone riflessioni amare sul nostro tempo (I confess I am lost / In the age of the social, canta in Angel Town), sulla morte, sulla politica. “Where are our leaders? I’d rather save an angel down”, recita ricordando Trayvon Martin, il ragazzino di Black Lives Matter ucciso a Miami nel 2012, alla vigilia di un’elezione presidenziale che potrebbe cambiare radicalmente il destino del mondo intero.

Di fronte a tale destrutturazione ci si chiede dove sia finita Lady Gaga. È nascosta sotto il cumulo delle sue ceneri, arse forse troppo presto? È vittima della sovraesposizione, dell’era mediatica, della cultura cibernetica? “Direi semplicemente che sono più grande e in uno stato di realismo più intenso. Cerco, attraverso i miei testi, di parlare in un modo che non sia troppo naïf, in un modo nel quale le persone comuni che vivono in questo mondo possano immedesimarsi”, spiega lei. “Significa lasciare che il dolore che provo sia presente nel disco, senza nasconderlo. Mia madre iniziò a piangere quando iniziai a registrare queste canzoni. Gli chiesi ‘Cos’hai?’, e lei mi disse: ‘C’è così tanto dolore nella tua voce ora’”.

Guarda una storia
d'amore Viennese.

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:
Personaggi:

Commenta l'articolo...