GAY, VIAGGIA CON NOI!

I tour operator più importanti strizzano l’occhio alla clientela omo. Diritti acquisiti o gay da supermarket? Le opinioni di Klaus Davi, Delia Vaccarello, Sergio Lo Giudice, David Di Giacomo.

PISA. La cosa sarà probabilmente sfuggita alle migliaia di persone che in questo periodo consultano i cataloghi delle agenzie turistiche, ma chi lavora nel campo giura che si tratta di una svolta epocale. Il marchio low-cost di una dei più grandi operatori turistici italiani facente parte del gruppo Franco Rosso – Alpitour, all’interno di un suo catalogo, descrivendo il soggiorno in un hotel di Gran Canaria, descrive la struttura come "situata in ottima posizione proprio di fronte al Jumbo Center, uno dei punti di ritrovo più vivaci e frequentati della zona, famoso per il suo animatissimo ambiente gay".

Beh? – direte voi – Dov’è la notizia? Per comprendere la portata della cosa, occorre sapere che le aziende turistiche sono sempre state molto caute nel presentarsi con offerte esplicite alla clientela gay. Forse per evitare di perdere il target dei nuclei familiari tradizionali, forse per un tabù culturale difficile da sradicare anche negli ambienti degli affari. Da quando, però, c’è stato un vero e proprio boom delle agenzie dedicate prevalentemente o esclusivamente alla comunità omosessuale, qualcosa sta cambiando. Il target gay fa gola anche ai colossi del turismo, e così i cataloghi si aprono ai primi ammiccamenti. Come al solito, quello che è avvenuto in Italia è molto poco rispetto a ciò che già da tempo avviene in altri paesi d’Europa: in Germania, la TUI, grande tour operator con fatturati ben maggiori degli italiani Franco Rosso & C., ha persino sponsorizzato il Gay Pride di Gran Canaria, predisponendo pacchetti specifici per gli omosessuali tedeschi. O la British Airways, compagnia di bandiera britannica, non estranea a sponsorizzazioni di particolari eventi gay.

La domanda che l’evento fa sorgere è: ma i gay sono visibili solo quando diventano consumatori appetibili come target commerciale, oppure l’esistenza della comunità omosessuale sta ormai diventando un fatto talmente pacificamente accettato nella nostra società che è impossibile per un operatore ignorarlo?

Secondo Klaus Davi, autore di campagne pubblicitarie di successo, ed esperto di andamento del mercato, «come Marx insegna, la via economica è quella che produce più frutti – assieme alla cultura – in quanto introduce un concetto di lobby, di forza senza la quale una minoranza non ha voce». Se, da un lato, Davi si dice convinto che «la comunità gay non ha molte speranze di essere recepita a livello legislativo, salvo alcune eccezioni regionali», dall’altro «nessun imprenditore, sia esso operatore turistico o ideatore di moda o lanciatore di prodotti, può ignorare il 5% della popolazione: sarebbe un pazzo». Quindi i gay come target commerciale, ma non solo. «A chi come me fa marketing, i gay (ma anche le lesbiche e i transessuali) interessano in quanto lanciano mode adottate poi dalle maggioranze. Sono ideatori-anticipatori – pur spesso nel disprezzo iniziale della maggioranza – delle evoluzioni sociali».

Insomma, la comunità gay/trans/lesbo per Klaus Davi «è già recepita come occasione per il product placement e nessun operatore può prescinderne. Tutt’altro discorso è quello politico-civile, dove le "minoranze" in questo paese sono tra le più violentemente discriminate in Europa».

Più "politica" la posizione di Sergio Lo Giudice, presidente nazionale Arcigay: «Il fatto che il target gay stia diventando appetibile per il mercato – afferma Lo Giudice – è in parte conseguenza delle lotte che la comunità omosessuale ha condotto nel passato, senza le quali non si sarebbe ottenuta questa visibilità». Quindi, per il presidente Arcigay, «l’attenzione del mercato è un’opportunità da valorizzare, da un lato per aumentare la propria visibilità, che è tuttora il principale obiettivo della nostra comunità, dall’altro per ottenere la possibilità di usufruire di servizi specifici per le nostre esigenze». Tuttavia Sergio Lo Giudice ritiene opportuno mettere in guardia nei confronti di un rischio: «le nuove generazioni potrebbero considerare il fatto di essere oggetto di attenzione da parte del mercato come un obiettivo in sé, identificandosi quindi come consumatori e non come cittadini che devono vedere riconosciuti i propri diritti». Attenzione, dunque, al pericolo di perdere di vista le motivazioni politiche delle nostre lotte.

La giornalista Delia Vaccarello, che sull’Unità tiene una rubrica dedicata a gay, lesbiche e trans, fa il punto sul concetto di visibilità: "L’attenzione degli operatori commerciali è anche frutto di ricerche di mercato che individuano il gay non più giovanissimo come persona che può spendere, avendo uno stipendio per sè e in genere non molti carichi familiari. Ma attenzione – avverte – Il corteggiamento di chi vede il gay o la lesbica come acquirenti aiuta la visibilità, però: quale visibilità? Il gay-acquirente non deve coprire l’immagine del gay-che manifesta per i diritti, del gay-voce alternativa. Altrimenti finirà con l’essere solo gay-da-supermarket"

Abbiamo infine sentito il parere di un operatore del settore turistico che lavora a stretto contatto con la comunità gay: David Di Giacomo dirige OutTravel, prima e principale operatore turistico a rivolgersi prevalentemente, se non esclusivamente, a una clientela omosessuale. Di Giacomo si dice «molto lieto di vedere la parola gay per la prima volta in un catalogo turistico di un operatore molto grosso e affermato. E’ segno che finalmente anche in Italia l’industria turistica, generalmente arretrata e conservatrice, inizia ad avere un occhio di riguardo per una clientela diversa dalla tradizionale famigliola». Alla domanda su quale siano le cause di questa novità, il responsabile di OutTravel non ha dubbi: «è merito innanzitutto della accresciuta visibilità dei gay italiani, che si sono resi protagonisti di importanti manifestazioni. Ma anche del coraggio di alcuni imprenditori gay che hanno scelto di impegnarsi sul mercato senza mediazioni con iniziative volte a servire la comunità. Il fatto che esistano aziende esplicitamente gay, pone una questione di concorrenza anche a quelle che finora hanno potuto ignorare le nostre esigenze».