Florence Foster Jenkins, esilarante commedia camp sul soprano stonato più famoso del mondo

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Abbiamo visto in Francia la scoppiettante commedia di Stephan Frears con una sublime Meryl Streep e Simon Helberg interpreta il pianista gay Cosmé McMoon: vale la pena guardarlo!

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Non osiamo immaginare che cosa s’inventerebbe Manuel Agnelli se a X-Factor si presentasse una cantante stonata e improponibile come il soprano Florence Foster Jenkins (1868-1944). Eppure, a suo tempo, è stata una vera celebrità e il cinema se n’era già occupato nel francese Marguerite di Xavier Giannoli con Catherine Frot che però è leggermente meno bello e meno fedele alla biografia della protagonista rispetto alla deliziosa commedia camp Florence Foster Jenkins diretta dal grande Stephen Frears.

florence-foster-jenkins-2La facoltosa protagonista è incarnata da una sempre sublime Meryl Streep (c’è ancora bisogno di ricordare la sua straordinaria capacità camaleontica che la rende, probabilmente, la migliore attrice al mondo?) mentre il marito fedifrago St Clair Bayfield che selezionava il pubblico di amici adoranti e cercava di corrompere i critici a suon di dollaroni è interpretato da un ottimo Hugh Grant. La Jenkins era una mecenate ereditiera, emigrata dalla Pennsylvania a Filadelfia, fondatrice del Verdi Club e amica personale di Arturo Toscanini che sovvenzionava con somme ingenti. Pur non avendo alcuna dote vocale, prendeva lezioni di canto accompagnata dal fedele pianista Cosmé McMoon, vistosamente effeminato (Simon Helberg, perfetto in un ruolo gay che gli fa esibire occhi sgranati e sorriso cavallino). Nella realtà, dopo la morte della Jenkins, Cosmé McMoon riuscì a concretizzare la sua passione per gli uomini muscolosi divenendo giurato di concorsi per bodybuilders.

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Rispetto a Marguerite, che era liberamente ispirato alla vicende di Florence Foster Jenkins, scopriamo vari dettagli interessanti della sua biografia tra cui il fatto che soffrisse di sifilide, ereditata dal primo marito nella notte di nozze, causa di una piaga dolorante alla mano sinistra.

La piacevole commedia dall’anima camp di Stephen Frears, giocata su un registro comico-grottesco volta a un intrattenimento leggero, ipotizza che la Jenkins si fosse davvero illusa di saper cantare e solo dopo l’esibizione finale alla Carnegie Hall, leggendo una stroncatura sul Post, ebbe la reale consapevolezza di essere detestata dalla critica (sarebbe poi morta un mese dopo). Non è certo la prima volta che sentiamo cantare Meryl Streep – e sa farlo bene, vedi Mamma Mia! o Ricki and the Flash – per cui risulta doppiamente brava nel modulare stonature perfette.

Straordinario il lavoro sui costumi che la Jenkins creava personalmente – sono firmati da Consolata Boyle – tutto un trionfo di piume, pizzi e lazzi che amplificano il potenziale camp della sceneggiatura. Notevoli anche le sontuose scenografie di Alan McDonald. Autore della colonna sonora è il sempre raffinato Alexandre Desplat.

In Italia uscirà a ridosso di Natale, il 22 dicembre, grazie a Lucky Red. Nella speranza che la voce indoppiabile di Meryl Streep venga conservata nella versione originale almeno quando canta.

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